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Obesità in Italia: una mappa delle disuguaglianze

di
redazione

C’è una linea invisibile che attraversa l’Italia da Est a Ovest, e che non divide soltanto il Paese economicamente, culturalmente o socialmente: divide anche chi ha effettivamente accesso al diritto di curarsi e chi no. Quando si parla di obesità, questa linea si fa statisticamente ancora più nitida. Il Sud Italia, storicamente penalizzato da minori risorse economiche, infrastrutture più fragili e reti di assistenza meno capillari, si trova oggi a fare i conti con uno dei paradossi più emblematici del sistema sanitario nazionale: è la parte del Paese dove l’obesità colpisce di più, eppure è anche quella dove si fa di meno per combatterla. Secondo diverse stime, l’obesità riguarderebbe una percentuale tra il 10 e il 12% della popolazione. Un dato che da solo basterebbe a classificare questa patologia come una vera emergenza di salute pubblica. Osservando anche le differenze regione per regione, il quadro diventa ancora più preoccupante. In Campania quasi un minore su cinque è obeso, una percentuale che nelle Province autonome di Trento e Bolzano scende a cifre tre o quattro volte inferiori. Al Sud e nelle Isole quasi una persona su due è in sovrappeso o obesa. Eppure, in queste stesse regioni, i centri specializzati per la cura dell’obesità sono pochi, i percorsi diagnostici e terapeutici strutturati sono spesso assenti, e i nuovi farmaci che potrebbero cambiare la vita di migliaia di pazienti restano fuori dalla portata economica della maggior parte di loro.

Al Sud e nelle Isole quasi una persona su due è in sovrappeso o obesa, e allo stesso tempo i centri specializzati per la cura dell’obesità sono pochi

Non si tratta di una casualità, né di una semplice disattenzione amministrativa. Quello che emerge dall’analisi condotta dalla Società Italiana dell’Obesità (SIO) è un sistema che, nella sua struttura attuale, finisce per penalizzare chi ha già subisce diversi livelli di esclusione: meno reddito, meno accesso ai servizi, meno opportunità di vivere in ambienti che favoriscano uno stile di vita sano. I nuovi farmaci agonisti del recettore GLP-1, considerati una svolta nella terapia dell’obesità, costano circa 300 euro al mese e sono interamente a carico del paziente in assenza di una diagnosi di diabete. In un territorio dove il reddito medio è strutturalmente più basso, questo non è un ostacolo: è un muro. La Giornata Mondiale contro l’Obesità del 4 marzo diventa così un’occasione importante per dare visibilità al dilagare dei problemi legati alla nutrizione e alle disparità di cura tra i diversi territori.

In Italia 160 centri di cura per l’obesità, oltre la metà sono a Nord

Entrando nel dettaglio, le Regioni italiane con il tasso di obesità più elevato sono quelle del Sud, che hanno meno strutture e soprattutto maggiori barriere all’accesso alle cure. Dei 160 centri per l’obesità operativi in Italia, infatti, il 52% si trova al Nord, il 18% nel Centro Italia e il 30% al Sud e nelle Isole, prevalentemente in tre Regioni: Sicilia, Campania e Puglia. Intere regioni, come la Calabria e il Molise, restano zone d’ombra nel sistema di cura nazionale. Lo squilibrio si riflette anche sull’uso delle nuove terapie farmacologiche e sull’approvazione di PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale) regionali. In assenza di una diagnosi di diabete, i nuovi farmaci anti-obesità, i cosiddetti agonisti del recettore GLP-1, sono a carico dei pazienti. Considerato che il costo si aggira intorno ai 300 euro al mese, l’accesso è più probabile in presenza di redditi più alti. Mentre sono solo 6 le Regioni italiane che hanno approvato i PDTA, strumenti che garantiscono ai pazienti con obesità di ricevere le stesse cure di qualità in tutta la Regione, e 3 sono del Nord, solo una del Centro e 2 del Sud: Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio, Campania e Sicilia. «I numeri parlano chiaro: la rete di circa 160 centri italiani è concentrata prevalentemente al Nord, area dove paradossalmente i tassi di obesità sono più bassi, anche se in crescita – spiega Silvio Buscemi,presidente SIO e professore ordinario di Nutrizione Clinica Università di Palermo –. Al contrario, il Sud, dove l’obesità è un’emergenza sociale alimentata da determinanti socio-economici, soffre di una carenza cronica di presidi». Dunque, mentre il Settentrione vanta una rete capillare, al Sud la mappa si restringe a pochi poli in Campania, Sicilia e Puglia.

La necessità di inserire l’obesità nei LEA per garantire standard di cura egualitari

Per la SIO, la soluzione risiede nella standardizzazione dei percorsi di cura (PDTA) e nell’inserimento dell’obesità nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Segnalando inoltre che laddove le regioni hanno attivato PDTA specifici e reti di centri accreditati dal sistema pubblico, si iniziano a vedere i primi segnali di inversione di tendenza nei dati epidemiologici. L’inserimento dell’obesità nei Livelli Essenziali di Assistenza garantirebbe a ogni cittadino, indipendentemente dalla regione di residenza, lo stesso standard di cura. L’estensione dei PDTA a tutte le regioni italiane, sul modello di quanto già avviato in Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio, Campania e Sicilia, fornirebbe quella rete strutturata senza la quale i centri di eccellenza restano isole isolate invece di diventare nodi di un sistema. E una riflessione seria sul rimborso dei nuovi farmaci anti-obesità dovrebbe partire dal riconoscimento di un principio semplice: una patologia cronica, riconosciuta come tale dalla comunità scientifica internazionale, non può essere curata solo da chi può permetterselo economicamente.

Eurispes, 30 miliardi di euro i costi imputabili ai disturbi dell’alimentazione

I disturbi alimentari generano un impatto economico non trascurabile sui malati e le loro famiglie, sui sistemi sanitari e sul tessuto sociale globalmente inteso. L’Eurispes, nel Rapporto Italia 2025, ha stimato i costi sanitari legati alle patologie riferibili ai Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA) nei quali è inserita anche l’obesità. Partendo dal costo medio per paziente indicato dal Ministero della Salute, attorno ai 10.000 euro annui e applicando una stima prudente su 3 milioni di pazienti interessati da DNA, il costo complessivo annuo supererebbe i 30 miliardi di euro, circa due punti di Pil. In presenza di ricoveri multipli, legati a recidive o a piani terapeutici inefficaci, tali valori potrebbero triplicarsi. Si tratta di una cifra senz’altro sottostimata considerando i casi non diagnosticati, i costi sommersi, la cronicizzazione e l’impatto sull’intero sistema sociale.

Lo stile di vita obesiogeno comincia a diffondersi sul territorio

L’Italia dell’obesità è un Paese spaccato, dove la geografia continua a determinare le opportunità di cura con una coerenza che dovrebbe fare riflettere la politica sanitaria a tutti i livelli. Ma c’è un elemento in più, forse il più inquietante tra quelli emersi: il divario tra Nord e Sud non si sta riducendo perché il Meridione sta migliorando. Si sta riducendo perché il Nord sta peggiorando. Lo stile di vita cosiddetto “obesiogeno” si sta diffondendo su tutto il territorio nazionale, livellando verso il basso abitudini alimentari e modelli comportamentali che un tempo distinguevano profondamente le diverse aree del Paese. Questo cambiamento impone una riflessione di sistema che va ben oltre la semplice allocazione delle risorse sanitarie. Significa ripensare le città, le scuole, i modelli di lavoro e consumo che rendono sempre più difficile, per chiunque, fare scelte salutari nella vita quotidiana. Significa investire nella prevenzione con la stessa costanza con cui si investe nella cura. Il Manifesto di Erice, che la SIO presenterà in Senato in occasione della Giornata Mondiale contro l’Obesità, rappresenta un punto di partenza importante. Ma le dichiarazioni di intenti valgono nella misura in cui producono azioni concrete. Ed è qui che entra in gioco la politica e la volontà di portare avanti percorsi differenti nella cura a questa patologia.

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