Obesità in Italia: la lente sul fenomeno
Il peso corporeo è sempre meno una questione privata e sempre più lo specchio delle diseguaglianze strutturali di un Paese: il luogo in cui nasci, quanto guadagni, il tuo livello di istruzione e quanto è sano l’ambiente in cui vivi incidono sulla probabilità di sviluppare obesità in maniera importante. Inoltre da un punto di vista fisico, il tessuto adiposo non è un deposito passivo, ma un organo endocrino che dialoga con l’intero metabolismo, innescando reazioni a catena che nel tempo generano diabete, patologie cardiovascolari e un aumentato rischio oncologico. Tenere insieme questi due piani, ossia il contesto socio-ambientale che produce il problema e il corpo che lo subisce, è la premessa indispensabile per capire perchè in Italia, Paese simbolo della dieta mediterranea, l’obesità sia diventata un’emergenza di sanità pubblica.
L’Italia e il paradosso della dieta mediterranea
Nel Paese della dieta mediterranea, patrimonio Unesco, il tasso di incidenza dell’obesità è tra i più alti in Europa. Secondo i dati ISS del 2024, il 38,9% degli italiani adulti è in sovrappeso e il 9,8% è obeso. Da più di dieci anni la percentuale complessiva oscilla attorno al 45%. L’obesità viene spesso percepita come il risultato di una scelta alimentare sbagliata. Ma le evidenze scientifiche fanno emergere un’altra realtà: il fenomeno dipende in larga misura dallo stile di vita indotto dall’esterno, dall’educazione familiare, dal contesto sociale, dalle influenze del mondo commerciale. Colpisce soprattutto le classi sociali che vivono in ambienti culturalmente svantaggiati, dove è più difficile sia acquisire strumenti di prevenzione sia accedere alle cure.
L’indice BMI, che divide il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza in metri, è lo strumento di misurazione universale. Il WHO ha fissato la soglia del sovrappeso a 25 e quella dell’obesità a 30. I paesi asiatici usano soglie più basse, perché gli effetti negativi sulla salute si manifestano già a valori di BMI inferiori. Un dibattito scientifico ancora aperto anche per la definizione delle politiche di contrasto.
Le conseguenze sulla salute: dal singolo organo alle comorbidità
Il tessuto adiposo in eccesso non è una riserva inerte: è un organo attivo che interferisce con la circolazione delle adipochine, molecole che regolano la sazietà, la produzione di insulina e la gestione del glucosio. Questo dà avvio a una catena di conseguenze che si autoalimentano e portano l’organismo ad ammalarsi. Il legame più diretto è con il diabete di tipo 2: tra le persone obese la percentuale di diabetici supera il 10%, contro il 3% delle persone normopeso. Il diabete non è di per sé debilitante entro certe soglie, ma innesca comorbidità gravi nel tempo.
In Italia ci sono circa 5 milioni di pazienti diabetici con malattie cardiovascolari già manifeste o ad alto rischio: la presenza del diabete aumenta il rischio di ictus o infarto del 300%. Tra le altre comorbidità documentate: circa 1,2 milioni di italiani diabetici con insufficienza renale, con circa 2.000 nuovi pazienti in dialisi ogni anno; il 22% dei diabetici con disturbi alla vista fino alla cecità; neuropatie periferiche che portano al piede diabetico e, nei casi estremi, all’amputazione; un rischio oncologico del 150-200% più alto per tumori del fegato, pancreas e colon-retto.
Le conseguenze riguardano anche i bambini. Nel 2025 si stima che 98 milioni di bambini e adolescenti tra i 5 e i 19 anni presentino già segni precoci di steatosi epatica metabolica, 47 milioni abbiano trigliceridi elevati, 34 milioni iperglicemia e 18 milioni ipertensione. Entro il 2040 questi numeri cresceranno ulteriormente. Nel 2025, a livello globale, il numero di bambini obesi in questa fascia d’età ha superato quello dei bambini sottopeso.
Il peso economico: 30 miliardi l’anno e una tendenza in crescita
Le patologie legate all’obesità sono spesso malattie di lungo decorso con costi rilevanti. Applicando una stima prudente di 10.000 euro annui per paziente e considerando i 3 milioni di italiani coinvolti, l’Eurispes ha calcolato che il costo complessivo dei disturbi alimentari in Italia supera i 30 miliardi di euro, circa due punti di Pil. Una cifra certamente sottostimata, perché non include i casi non diagnosticati, i costi sommersi e l’impatto sull’intero sistema sociale.
A livello globale, uno studio del 2022 ha stimato che le conseguenze dell’obesità abbiano gravato sui conti pubblici per circa il 2,19% del Pil mondiale, circa 2.000 miliardi di dollari. Se la tendenza non si inverte, entro il 2060 i paesi dovranno spendere in media il 3,3% del proprio Pil per le patologie correlate. La prevenzione, al contrario, conviene. Secondo l’Ocse, ogni dollaro investito nella prevenzione dell’obesità genera fino a sei dollari di ritorno economico, riducendo i costi di ospedalizzazione e aumentando la forza lavoro attiva. Il costo dell’inazione cresce in modo esponenziale: ogni anno di ritardo si traduce in maggiore incidenza delle comorbidità e più alta spesa pubblica negli anni successivi.
Il caso francese: vent’anni di policy sistemica
La Francia dimostra che la tendenza può essere invertita. Dal 2001, infatti, ha adottato il Programme National Nutrition Santé (PNNS), un piano pluriennale rinnovato quattro volte fino al 2023. La celebre campagna “Manger, Bouger” ha aperto la strada a un intervento normativo progressivo e coerente. Le misure si sono succedute con un ritmo costante. Nel 2005 è entrato in vigore il divieto di distributori automatici di bevande e spuntini nelle scuole, con una riduzione media di dieci grammi nell’assunzione di zuccheri tra gli studenti. Nel 2011 sono stati introdotti standard nutrizionali obbligatori nelle mense scolastiche.
Nel 2016 è arrivata la sugar tax (7,16 centesimi per litro di bevanda gassata) e il divieto di pubblicità alimentare durante i programmi per bambini. Nel 2017 è stato vietato il free refill e introdotto il Nutriscore, il sistema di etichettatura nutrizionale a cinque colori. Tra il 2019 e il 2023 l’obesità è stata riconosciuta come malattia cronica complessa e sono stati strutturati 37 Centri Specializzati per l’Obesità (CSO) su tutto il territorio. Tra il 2024 e il 2025 il Senato francese ha triplicato le aliquote della sugar tax per le bevande ad altissimo contenuto di zucchero (fino a 35 euro per ettolitro) e ha calendarizzato l’estensione del divieto di pubblicità per gli alimenti con Nutri-Score D ed E in tutte le fasce orarie dalla mattina alla sera.
Il caso britannico: la regolamentazione della pubblicità digitale
Dal 5 gennaio 2025, nel Regno Unito sono entrati in vigore gli Advertising Regulations 2025. La legge introduce due divieti fondamentali per contrastare l’obesità infantile: un watershed televisivo che vieta la pubblicità di alimenti ad alto contenuto di grassi, sale e zuccheri (HFSS) dalle 5:30 alle 21:00, e un divieto totale della pubblicità online per gli stessi prodotti, attivo 24 ore su 24.
Queste misure sono l’ultimo passo di un percorso avviato nel 2020 con il documento “Tackling Obesity”. Nel 2022 erano già entrati in vigore i divieti di posizionamento strategico dei cibi malsani nei supermercati, vicino alle casse o nelle testate degli scaffali, e le restrizioni sulle promozioni di volume come i 3×2 o i refill gratuiti. La classificazione degli alimenti è basata sul Nutrient Profiling Model (NPM): il sistema assegna punti negativi per grassi saturi, zuccheri e sale, e punti positivi per fibre e proteine, collocando ogni prodotto in una categoria di rischio che determina l’applicazione del divieto pubblicitario.
Il progetto LIKE di Amsterdam: un modello sistemico e partecipativo
Il progetto LIKE (Lifestyle Innovations based on youth’s Knowledge and Experience) è stato avviato tra il 2017 e il 2018 nel distretto di Amsterdam Est, un’area con alta concentrazione di gruppi a basso reddito e minoranze etniche e tassi allarmanti di obesità infantile. Si è sviluppato nell’arco di sei anni concentrandosi sulla fascia 10-14 anni.
L’approccio è radicalmente diverso dai modelli tradizionali. Invece di isolare singoli fattori di rischio, ha mappato l’obesità come fenomeno emergente da un sistema complesso. I ragazzi non sono stati trattati come soggetti passivi: attraverso la Ricerca Azione Partecipativa, sono stati formati come co-ricercatori e hanno contribuito a mappare le dinamiche del loro ambiente insieme alle famiglie. Il cuore analitico del progetto è stato un Causal Loop Diagram composto da 121 fattori e 31 cicli di retroazione, costruito integrando 190 fattori dalla letteratura scientifica, 126 fattori identificati dagli adolescenti e le prospettive degli stakeholder locali.
Da questa mappa sono stati individuati sei sottosistemi che guidano l’obesità, e formulati 63 interventi, di cui 22 implementati con successo. Tra le misure concrete: divieto di pubblicità di cibi malsani nelle 58 stazioni della metropolitana e negli eventi sportivi con più del 25% di pubblico giovane; trasformazione di 120 scuole primarie in ambienti sani; interventi di urbanistica per favorire la mobilità attiva; collaborazione con le catene di distribuzione per rimuovere il marketing rivolto ai bambini; percorsi di consulenza per le famiglie a rischio dal periodo della gravidanza. Il risultato: la prevalenza di sovrappeso e obesità infantile è scesa dal 21% al 18,5% nei primi tre anni.
La legge del 2025 sull’obesità in Italia e le esperienze sul territorio
Il 3 ottobre 2025 è entrata in vigore la legge 149, nota come legge Pella, che riconosce l’obesità come malattia cronica e recidivante, inserendola nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Un passo importante che colma parzialmente un vuoto normativo: fino ad allora l’obesità era inquadrata solo come fattore di rischio per altre patologie. La legge istituisce un Osservatorio per lo Studio dell’Obesità con approccio multidisciplinare.
Ma le risorse stanziate per la prevenzione sono ancora largamente insufficienti: 1,2 milioni per il 2025, 1,3 milioni per il 2026 e 1,7 milioni per il 2027, a fronte di una spesa annua correlata all’obesità di 30 miliardi di euro. Molte proposte più incisive sono state escluse dall’iter legislativo, tra cui la sugar tax, etichettature cromatiche obbligatorie e il divieto di distributori automatici di cibi malsani nelle scuole.
Sul territorio emergono tuttavia esperienze di eccellenza. Il Veneto ha avviato già dal 2010 la Rete Obesità Veneto, basata sul modello Hub & Spoke: centri ad alta specializzazione che gestiscono i casi gravi, coordinati con presidi territoriali capillari per la presa in carico dei casi meno critici e per la prevenzione. Il modello si è diffuso in Emilia-Romagna e Puglia ed è stato incluso nelle linee guida del Ministero della Salute. Diversi comuni italiani hanno aderito al progetto internazionale Cities Changing Diabetes impegnandosi a mappare le vulnerabilità sociali e cliniche per prevenire le patologie metaboliche. Altre iniziative locali puntano sulla mobilità attiva, sulla rigenerazione degli spazi urbani e sulla nutrizione nelle mense scolastiche.
Dalla dimensione individuale alla responsabilità collettiva
Guardando l’insieme di questi dati e informazioni emerge un pattern chiaro: ovunque le politiche abbiano funzionato, come ad esempio in Francia, nel Regno Unito, ad Amsterdam o in Veneto, il fattore comune non è stata la responsabilizzazione del singolo, ma la trasformazione dell’ambiente in cui le scelte alimentari vengono compiute: scuole, quartieri, pubblicità, prezzi, spazi urbani. È la conferma di un principio ormai consolidato in epidemiologia sociale: quando il contesto rende la scelta sana la più facile, e non la più costosa o la più faticosa, il comportamento collettivo inizia a cambiare.
Dal punto di vista nutrizionale, resta invece cruciale non perdere di vista la complessità biologica del fenomeno: l’obesità non si esaurisce nel bilancio calorico, ma coinvolge la regolazione ormonale, l’infiammazione cronica di basso grado e un rischio di comorbidità che si accumula silenziosamente per anni prima di manifestarsi clinicamente. Curare l’obesità significa quindi intervenire precocemente, prima che la catena metabolica inneschi danni difficilmente reversibili sugli organi e sul sistema nervoso.
La legge Pella segna per l’Italia un cambio di paradigma culturale importante, ma il divario tra il riconoscimento normativo e gli investimenti reali resta ampio. Le esperienze europee dimostrano che agire in anticipo, con politiche strutturali e non con singoli provvedimenti simbolici, è al tempo stesso la scelta più efficace sul piano della salute pubblica e quella più sostenibile sul piano economico.

