Il 2026 è l’anno internazionale dei Pascoli e dei Pastori. L’iniziativa è opera della FAO, che ha voluto dare vita a una campagna globale per la valorizzazione del mondo rurale e dei sistemi agroalimentari. Tra le tante sfaccettature tematiche comprese nel progetto della FAO ci sono il riconoscimento del valore fondamentale dei pascoli e del ruolo dei pastori, la tutela della biodiversità e quella che sempre più frequentemente viene chiamata “resilienza climatica”.
L’anno della lentezza
Nell’anno in cui vengono celebrate le virtù del pastoralismo non possono mancare le discussioni intorno alla classica contrapposizione tra mondo urbano e mondo agropastorale. Un dualismo che oggi potrebbe sembrare più sfumato, ma non superato. Un elemento di forte contrasto tra i due “mondi” è da sempre considerata la percezione del tempo. Vissuto all’insegna di una dispendiosa rapidità da parte dell’uomo metropolitano, si presterebbe invece a forme di fruizione meno compulsive e più distese in altri contesti di vita. Senza voler suggerire l’immagine retorica di un mondo incantato in cui il tempo scorrerebbe con meno affanno, non sarebbe un azzardo vedere nella lentezza un elemento che la modernità ha spesso concepito come un anti-valore, sancendo e, di fatto, approfondendo una distanza tanto geografica quanto temporale. Ecco perché nell’anno consacrato al pastoralismo e alle sue risorse da riscoprire e tutelare si sentirà parlare spesso della lentezza.
Una mezza lezione non molto americana
Che la lentezza non sia semplicemente l’opposto della velocità non è cosa sempre chiara. Quante cose è la lentezza che, date per scontate, tendiamo di fatto a ignorare? Restituire alla lentezza quel che non appartiene ad altri stati dell’esistenza servirà a capire che, come sosteneva Italo Calvino in una delle sue Lezioni americane, questa non è solo una pura e semplice negazione della velocità. È vero che Calvino non ha dedicato alla lentezza una delle sue prolusioni accademiche pensate per il viaggio negli States, ma, occupandosi del suo presunto opposto, la rapidità, non poté non parlarne.
Oggi, della lentezza si tessono le lodi più sperticate. In tanti, anche se di fretta, vorrebbero raccomandarla o a essa saggiamente affidarsi. Ma che cosa è esattamente la lentezza di cui questo nostro tempo sembra rimpiangere la mancanza? Per Calvino sarebbe, ad esempio, la quintessenza di una rapidità realmente efficace, una sorta di contrappunto dialettico senza il quale ciò che intendiamo per rapidità sarebbe solo una performance gratuita e fine a sé stessa: una vera «apologia della rapidità non pretende di negare i piaceri dell’indugio»[1]. Vale a dire che c’è sempre un lavorio profondo, lungo e articolato (si prova e riprova, si destruttura e ricompone più volte) nelle performance della rapidità. A volerla dire tutta, la celerità, la sollecitudine che fa a gara col tempo che scorre hanno bisogno di una buona dose di lentezza. È questa la lezione implicita, solo abbozzata e nemmeno tanto americana che Calvino propone.
Accezioni della lentezza
La rapidità che dovrebbe sempre combinarsi con la lentezza, il pensiero veloce che non può fare a meno di ruminare mille pensieri lenti, sono stati rappresentati da Vasari nell’immagine di tartarughe veleggianti. Lente per natura e per la conformazione fisica, le tartarughe, quando occorre, possono issare delle vele e accelerare il passo. Notoriamente lente (si pensi al presocratico Zenone che ne fece l’emblema dell’immobilità), le tartarughe possono muoversi speditamente e sorprendere tutti. La stazza (l’ingombrante carapace e le goffe zampette), che a tutti sembrerebbe un impedimento insuperabile, è la ragione segreta della loro indecifrabile destrezza. Da tanti pensieri messi a marinare con pazienza nella placenta cerebrale prende vita il pensiero folgorante, apparentemente intuitivo, sorprendentemente immediato. È questa la lettura che suggerisce il neuroscienziato Lamberto Maffei. «L’intuizione – scrive nel suo Elogio della lentezza – senza la verifica sperimentale o logico-razionale operata dal pensiero lento, resta sogno e, per così dire, non si reifica in qualche cosa che può essere trasmesso, capito e accettato da altri individui»[2]. Niente come il pensiero ha bisogno di tempi lunghi per guadagnare in velocità. Se si può parlare con cognizione di causa di un metabolismo cerebrale, questa potrebbe essere la formula aurea.
Una biblica lentezza
“Rallentare per vivere meglio”: è il sottotitolo di un classico sulla lentezza di Carl Honoré, ma è anche il motto che raccomanda al lettore del suo bestseller. In guardia contro l’alta velocità del pensiero si viene messi anche da Gian Luigi Beccaria, per il quale la velocità «è una macchina di dispersione dell’attenzione» che azzera la capacità di concentrazione. Nella lettura, come nella scrittura, forme in cui il pensiero si esprime, l’indugio, l’esitazione, la pausa sono corroboranti insostituibili. Ma perché non dovremmo fidarci della velocità, della rapidità, dell’accelerazione? Concepire la lentezza come il correttivo temporaneo di stili di vita bruciati dall’intensità e dal culto della velocità non sarebbe una grande trovata. Eppure, è proprio questo che si fa, confondendo spesso la buona pratica della lentezza con la necessità della decelerazione. Essere lenti non è nemmeno rallentare, allentare, staccare la spina, mettersi in stand by, mollare la presa, tutti palliativi, se vogliamo così dire, di una modernità intesa come una collezione di confort.
Che cosa sarebbe, allora, la lentezza? Proviamo a suggerirne una definizione: la lentezza è un tempo, un tempo sospeso, e forse anche una dimensione. La stessa Bibbia la raccomanda all’uomo, quando nella Lettera di Giacomo lo ammonisce a essere «pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira»[3]. Ancora una volta la lentezza non è solo una dilatazione del tempo.
Note
[1] I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Einaudi, Torino 1993, p. 43.
[2] L. Maffei, Elogio della lentezza, Il Mulino, Bologna, 2014, p. 41.
[3] Gc 1, 19.

