Il settore dei trasporti e della logistica vale oggi circa il 9% del Pil italiano ed è considerato un comparto strategico per l’intera economia nazionale. Dietro questo peso economico si nasconde, però, una fragilità strutturale ben nota agli operatori: lo scarto tra il valore riconosciuto al settore e la difficoltà di attrarvi nuove professionalità.
Il valore invisibile della logistica
Esiste una distanza nel settore dei trasporti e della logistica: quella tra il valore della logistica per il Paese e il riconoscimento delle persone che vi lavorano. Comprendere questa distanza aiuta a capire perché un settore essenziale possa incontrare difficoltà ad attrarre nuove professionalità.
La logistica collega la produzione ai mercati e permette alle imprese di ricevere materiali e consegnare prodotti. Il suo valore entra anche nella vita quotidiana, attraverso la disponibilità di un farmaco, l’approvvigionamento degli alimenti o l’arrivo di beni nei territori più lontani. Dalla qualità di questi servizi dipendono tanto l’affidabilità del sistema produttivo quanto la possibilità delle comunità di accedere a ciò di cui hanno bisogno.
Un lavoro che resta poco riconosciuto
Eppure, vediamo soprattutto il risultato: il prodotto sullo scaffale, la consegna arrivata, il materiale disponibile in azienda. Rimangono meno visibili le competenze di chi ha programmato il trasporto, preparato la spedizione o affrontato un imprevisto. Quando tutto funziona, questo lavoro rischia di apparire scontato. La sua importanza economica e sociale fatica così a tradursi nella considerazione delle professioni che lo rendono possibile.
Per un settore che dipende dalla continuità e dall’affidabilità, rendere riconoscibile il contributo umano significa spiegare meglio anche come si produce il valore del servizio. Una spedizione corretta richiede attenzione alle caratteristiche della merce, ai tempi e alle esigenze di chi la riceve. La tecnologia può sostenere queste attività, ma la capacità di interpretare una situazione e gestire una difficoltà resta una componente della professionalità. Raccontarla aiuta a comprendere perché quel lavoro meriti considerazione e perché impararlo richieda un investimento.
Che cosa cercano davvero i giovani in un mestiere serve a capire come valorizzare il settore
Questo divario entra nelle scelte dei giovani e delle famiglie. Se un mestiere viene percepito come una soluzione temporanea, diventa difficile immaginarlo come un percorso nel quale investire. I dati mostrano invece che il lavoro viene valutato dentro un progetto di vita: contano la retribuzione, l’autonomia, la possibilità di imparare e le prospettive di crescita. Chiedere quali saranno i turni o come verranno riconosciute le competenze significa cercare di capire se quel progetto potrà realizzarsi.
Per rendere attrattiva la logistica occorre, quindi, raccontarne meglio le professioni e dare concretezza alle prospettive offerte. Il riconoscimento deve essere visibile nella sicurezza, nella formazione, nella retribuzione e nell’ascolto di chi conosce il lavoro quotidiano. Un autista esperto o un addetto di magazzino devono poter crescere professionalmente ed economicamente anche restando in un ruolo operativo. È questa coerenza tra immagine ed esperienza che può sostenere la scelta di entrare e di rimanere nel settore.
L’inattività e gli ostacoli nascosti
La stessa attenzione alle condizioni reali aiuta a leggere l’inattività. Essere fuori dal mercato non significa necessariamente non voler lavorare: possono incidere responsabilità familiari, competenze da aggiornare, difficoltà negli spostamenti o scoraggiamento. I dati mostrano che questi ostacoli possono accumularsi nei territori, dove opportunità e servizi sono più deboli. Un posto disponibile in un polo logistico non diventa automaticamente accessibile se manca un collegamento compatibile con il turno. Per avvicinare le persone al lavoro bisogna comprendere quali ostacoli impediscano concretamente quell’“incontro”.
La sfida della partecipazione femminile nel settore della logistica
La partecipazione femminile rende particolarmente evidente questo problema. I dati sui nidi pubblici, riferiti al 2022, mostrano 14,3 posti autorizzati ogni cento bambini fino a due anni: 4,1 in Calabria, 5,6 in Campania e 29,7 in Emilia-Romagna. È la sola offerta pubblica, distinta da quella complessiva. Sono differenze che aiutano a comprendere quanto possano variare le condizioni nelle quali una famiglia organizza lavoro e cura.
La presenza femminile, dunque, va considerata dentro l’intero percorso professionale, dall’orientamento all’accesso alla formazione, fino all’attribuzione delle responsabilità. Occorre verificare se le opportunità siano effettivamente raggiungibili e se i criteri di crescita valorizzino le competenze. Rendere visibili donne che operano in ruoli diversi può aiutare altre persone a immaginare quella possibilità. Perché questa rappresentazione sia credibile, però, deve corrispondere a condizioni che consentano di conciliare il lavoro con le responsabilità familiari, senza dare per scontato che queste ricadano soltanto sulle donne.
Costruire una conoscenza condivisa delle competenze
Il punto di partenza dovrebbe essere una conoscenza condivisa delle figure professionali necessarie: quali competenze servono, come si acquisiscono e quali prospettive offrono. Associazioni, imprese, rappresentanze dei lavoratori e sistema formativo potrebbero individuare insieme i fabbisogni di autisti, addetti di magazzino, pianificatori dei trasporti e figure impegnate nei sistemi digitali. Questo permetterebbe di distinguere la mancanza di competenze dalla scarsa attrattività delle condizioni offerte e di scegliere interventi coerenti con il problema.
La centralità della formazione
Da qui discende la centralità della formazione. Occorrono percorsi collegati a opportunità concrete, che uniscano preparazione tecnica, sicurezza ed esperienza sul campo. L’affiancamento ai lavoratori esperti dovrebbe essere organizzato e riconosciuto anche economicamente, mentre le competenze acquisite dovrebbero essere documentabili e utilizzabili presso altre imprese. La formazione diventerebbe così un percorso di crescita che accompagna la persona anche dopo l’ingresso.
La qualità della formazione si misura anche nella possibilità di utilizzare quanto si è appreso. Per questo ogni percorso dovrebbe chiarire le attività alle quali prepara, le modalità di verifica e il passaggio verso l’inserimento. Chi frequenta deve sapere quale impegno gli viene richiesto e quali opportunità sono realisticamente disponibili. L’impresa, a sua volta, dovrebbe prevedere il tempo necessario per accompagnare la persona nell’organizzazione. È in questo passaggio che la formazione può diventare fiducia: quando all’apprendimento corrisponde una possibilità concreta di mettere alla prova e sviluppare le proprie capacità.
Sostenibilità economica e responsabilità condivise
Perché questo investimento sia accessibile, bisogna sostenerne il costo, compreso il tempo dedicato all’apprendimento. Si potrebbero prevedere programmi cofinanziati da imprese e soggetti pubblici, con risorse definite e sostegni ai partecipanti commisurati alle loro condizioni. Accordi di polo logistico consentirebbero anche alle piccole imprese di condividere strutture e attività formative. Analoghi accordi potrebbero sostenere collegamenti compatibili con i turni, servizi di cura e aiuti iniziali all’alloggio: qualificare una persona e consentirle di raggiungere il lavoro sono passaggi dello stesso percorso.
La sostenibilità economica richiede anche una distribuzione esplicita degli impegni. Le imprese possono concorrere ai costi delle competenze di cui hanno bisogno; le istituzioni possono valutare il sostegno alle condizioni di accesso e alle persone che incontrano maggiori ostacoli. Per ogni programma servono un bilancio preventivo, una durata definita e responsabilità chiare. L’eventuale contributo pubblico andrebbe valutato rispetto alle opportunità aggiuntive che rende possibili, tenendo conto del rischio di finanziare attività che si sarebbero comunque realizzate. In questo modo la proposta può essere discussa sulla base di costi, destinatari e risultati attesi.
La necessità di intervenire su più piani
Scuole e famiglie dovrebbero essere coinvolte fin dall’orientamento, mentre i media potrebbero rendere più visibili competenze e percorsi professionali. Questa rappresentazione acquista credibilità quando trova conferma nelle condizioni di lavoro. Il valore che la logistica produce per il Paese può allora diventare riconoscimento per chi vi opera: attraverso professionalità comprensibili, formazione accessibile e prospettive economiche concrete. È su questo legame che si può costruire la capacità del settore di attrarre persone e offrire loro un futuro.
La distanza tra il peso economico della logistica e la considerazione riservata a chi vi lavora non si colma con un unico intervento, ma richiede di agire contemporaneamente su più piani: la narrazione delle professioni, i percorsi di formazione, le condizioni concrete di accesso al lavoro e il sostegno alla conciliazione tra occupazione e cura familiare. È proprio l’intreccio tra questi fattori – più che la loro somma – a determinare se un settore strategico per il Paese riuscirà a trasformarsi anche in un settore capace di attrarre e trattenere le persone di cui ha bisogno.
*Avv. Angelo Caliendo, amministrativista, componente del Consiglio direttivo dell’Eurispes

