Le statistiche europee sulla sicurezza personale raccontano un’Italia che raramente trova spazio nei titoli dei giornali: quella in cui la manifestazione più estrema della violenza, l’omicidio, ha raggiunto livelli tra i più contenuti dell’Unione. Un risultato che rappresenta l’esito di una trasformazione profonda, legata in larga parte al ridimensionamento della violenza mafiosa dopo la stagione delle stragi, e che lascia comunque aperte alcune questioni rilevanti, a partire dalla violenza contro le donne. Come ha documentato anche una ricerca pubblicata su Forensic Science International sulle tendenze degli omicidi in Italia tra il 1980 e il 2014, il picco dei delitti maschili dei primi anni Novanta risulta significativamente associato alla penetrazione mafiosa nei territori.
Nel 2023 il tasso standardizzato di mortalità per omicidio, l’indicatore che l’Unione europea utilizza per monitorare l’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030, si attestava in Italia a 0,4 decessi ogni 100.000 abitanti, contro una media dell’Unione di quasi 0,7: un valore che colloca il nostro Paese insieme a Germania e Malta nel gruppo con la minore mortalità per omicidio dell’intera Unione. All’estremo opposto si va dall’1,1 di Svezia, Estonia e Lussemburgo fino all’1,5 della Lituania e all’1,7 della Lettonia. La standardizzazione per età fa cadere l’argomento secondo cui il basso valore italiano dipenderebbe dalla popolazione più anziana d’Europa.
Dei venti territori italiani per i quali il dato Eurostat del 2023 è disponibile, diciassette presentano un valore inferiore alla media europea (0,65), l’Abruzzo si colloca esattamente sul valore medio, mentre lo superano soltanto la Valle d’Aosta (0,68) e la Sardegna (0,86). Il trend è confermato dalle statistiche nazionali, seppur costruite con un metodo diverso[1]: secondo i dati delle Forze di polizia elaborati dall’Istat, nel 2023 il tasso grezzo di omicidi volontari era in Italia di 0,57 ogni 100.000 abitanti a fronte di una media europea di 0,91, il valore più basso tra i 26 Paesi dell’Unione con dati disponibili, insieme alla Slovenia e preceduto soltanto da Malta.
Gli anni Novanta e la grande inversione dei tassi degli omicidi
La ricostruzione storica dell’Istat mostra che tra il 1891 e il 1895 si contavano in media quasi 2.000 omicidi l’anno (5,9 ogni 100.000 abitanti), mentre nel periodo 2020-2024 si è scesi a poco più di 300 casi annui, meno di 0,6 ogni 100.000. Questa lunga discesa conobbe, però, un’inversione tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta, quando alla violenza comune si sommarono quella politica e l’escalation dei conflitti legati alla criminalità organizzata. Il culmine fu il 1991, con 1.916 omicidi, pari a 3,4 ogni 100.000 abitanti, oltre un terzo dei quali, il 37,5%, attribuibile alle organizzazioni di tipo mafioso.
Dopo il picco la curva si è invertita con una rapidità che ha pochi precedenti: 1.461 omicidi nel 1992, 1.065 nel 1993, 746 nel 2000, fino ai 327 del 2024, con una riduzione complessiva superiore all’80%. La reazione dello Stato alla stagione delle stragi, culminata negli attentati di Capaci e via D’Amelio, si tradusse in un profondo potenziamento degli strumenti di contrasto: tra il 1991 e il 1992 furono istituite la Direzione investigativa antimafia, la Direzione nazionale antimafia e le Direzioni distrettuali antimafia, venne disciplinata la protezione dei collaboratori di giustizia e introdotto il regime speciale dell’articolo 41-bis. Ma la diminuzione della violenza mafiosa è stata frutto anche dell’indebolimento delle guerre interne alle organizzazioni e del mutamento delle loro strategie, sempre meno inclini alla violenza eclatante. Un’analisi sul periodo 1980-2014[2] ha rilevato che proprio nelle regioni a più alta penetrazione mafiosa i tassi si sono più che dimezzati.
Il tasso standardizzato medio di mortalità per omicidio è passato in Italia da 0,58 decessi ogni 100.000 abitanti nel triennio 2013-2015 a 0,40 nel 2021-2023, con una riduzione di circa il 31%; nello stesso periodo la media dell’Unione europea è scesa da 0,80 a 0,65, con una contrazione del 19% circa.
La scomparsa di un confine netto tra le regioni a Sud e a Nord dell’Italia
Nel dato standardizzato Eurostat del 2023 il valore più alto spetta alla Sardegna (0,86), seguita dalla Valle d’Aosta (0,68) e dall’Abruzzo (0,65), mentre in fondo alla graduatoria si trovano il Friuli Venezia Giulia (0,11), l’Umbria (0,19), la Campania (0,20) e Bolzano (0,20). Calabria (0,39) e Sicilia (0,38) registrano valori inferiori a quelli di Piemonte (0,43), Emilia Romagna (0,44), Veneto (0,47), Toscana e Lazio (0,49). Calcolando, a fini puramente descrittivi, una media semplice dei valori regionali, il Nord si attesta a 0,38, il Centro a 0,43 e il Mezzogiorno a 0,46; escludendo la Sardegna, il Sud continentale e la Sicilia scendono a 0,40, sostanzialmente lo stesso livello delle regioni settentrionali.
È un quadro cambiato in pochi anni: nel 2018 si registravano 0,83 omicidi ogni 100.000 abitanti nel Mezzogiorno contro 0,43 nel Centro-Nord. In Calabria il tasso di omicidio maschile era sceso dai 5,23 ogni 100.000 uomini del triennio 2010-2012 agli 1,95 del 2016-2018, con una riduzione del 62,8%. La convergenza è avvenuta soprattutto perché il Mezzogiorno è sceso di più, un dato che riflette il crollo della violenza mafiosa nei territori in cui era storicamente concentrata.
Ciò non significa che la componente criminale sia scomparsa: nel 2024 gli omicidi attribuibili alla criminalità organizzata presentavano ancora un tasso di 0,09 ogni 100.000 abitanti nel Mezzogiorno, contro 0,01 nel Centro e nessun caso nel Nord, e al Sud la quota di omicidi con autore rimasto ignoto raggiungeva il 19,8%, contro l’8,3% del Nord. Né il risultato va letto come una certificazione di generale sicurezza: per alcune forme di criminalità predatoria, come i furti di autoveicoli e nelle abitazioni, l’Italia presenta livelli relativamente elevati nel confronto europeo, e la percezione di insicurezza ha con gli omicidi una relazione debole e non significativa.
Ciò che il calo degli omicidi non ha toccato
La riduzione ha riguardato soprattutto gli uomini. La serie storica Istat mostra un crollo degli omicidi maschili nel periodo 1992-2018 da 4 a 0,7 ogni 100.000, mentre per le donne il calo è stato più contenuto (da 0,6 a 0,4 ogni 100.000): se nei primi anni Novanta per ogni donna uccisa si contavano cinque uomini, oggi il rapporto è sceso a circa due a uno.
La maggioranza degli omicidi riferiti a donne si consuma nell’àmbito domestico per mano del partner o ex partner. Nel 2024 l’Istat ha stimato 106 femminicidi presunti su 116 omicidi con vittima donna, e nell’86% circa dei casi il contesto era quello familiare o affettivo. Il rischio cresce con l’età e raggiunge il valore massimo tra le anziane di 75-84 anni, con 0,81 vittime ogni 100.000. È una dinamica europea: le donne hanno una probabilità circa doppia rispetto agli uomini di essere uccise da un partner o da un familiare (0,4 contro 0,2 ogni 100.000 nel 2023). Anche il tasso di omicidi femminili colloca l’Italia tra i paesi europei con i valori più bassi: nel 2022, con 0,42 donne uccise ogni 100.000, era vicinissima al minimo registrato in Irlanda (0,39)[3]. Il problema non è un rischio più alto delle altre europee, ma che il loro rischio si sia ridotto molto meno di quello degli uomini.
Le mafie si sono riorganizzate attraverso forme di controllo più sotterranee
Un tasso di omicidi basso non equivale all’assenza di criminalità organizzata: le mafie si evolvono e sostituiscono la violenza visibile con forme di controllo più silenziose, fondate sull’infiltrazione economica, sulla corruzione e su forme di violenza che nessun certificato di morte registra, uno dei limiti strutturali dell’indicatore europeo.
L’introduzione del reato di femminicidio con la legge n.181 del 2 dicembre 2025 e del nuovo articolo 577-bis del Codice penale rappresenta il riconoscimento giuridico della specificità di questa forma di violenza. I primi dati del Ministero dell’Interno sembrano positivi: nel primo semestre del 2026 le vittime femminili di omicidio e femminicidio sono state 34 contro le 54 dello stesso periodo dell’anno precedente, con un calo del 37%. È però troppo presto per leggervi un’inversione di tendenza, trattandosi di dati provvisori e riferiti a un arco temporale breve. Dare un nome a un reato non può essere sufficiente: il contrasto deve partire dalla capacità di intercettare prima i segnali di controllo, possesso, minaccia e violenza, rafforzando prevenzione, protezione delle vittime e interventi sulle dinamiche culturali e relazionali che li alimentano.
Alcune brevi riflessioni
Il caso italiano mostra che la mortalità per omicidio può essere ridotta in modo strutturale quando le Istituzioni intervengono in modo mirato, continuativo e coordinato sulla componente che ne determina il peso eccezionale. Ma lo stesso indicatore non vede le forme silenziose di controllo mafioso né la violenza che si consuma nelle relazioni affettive, che oggi pesa in modo sproporzionato sul totale. La sfida dei prossimi anni non sarà difendere un primato, ma estendere alla violenza di genere la capacità di prevenzione e protezione che ha permesso di ridimensionare quella criminale.
*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes
Note
[1] Il tasso Eurostat deriva dalle statistiche sulle cause di morte, costruite a partire dai certificati di decesso compilati dai medici, si riferisce ai residenti ed è standardizzato per età, cioè rapportato a una popolazione europea di riferimento per rendere confrontabili territori con strutture demografiche diverse. Il dato Istat elaborato dal database del Ministero dell’Interno conta invece gli omicidi volontari consumati registrati dalle Forze di polizia.
[2] Trends and patterns in homicides in Italy: A 34-year descriptive study, Forensic Science International, febbraio 2020.
[3] Istat, Noi Italia 2025.

