L’indagine dell’Eurispes sulla vittimizzazione digitale colloca il cyberstalking al primo posto tra i reati online, con il 28,2% degli utenti che dichiara di averne fatto esperienza diretta, un dato quasi raddoppiato rispetto al 14% rilevato nel 2024. Seguono la violazione della privacy (19,7%) e il tentativo di adescamento tramite falsa identità (17,6%), mentre cyberbullismo (12,6%) e revenge porn (9,8%) registrano le incidenze più contenute. Attraversa quasi tutte le tipologie un chiaro gradiente generazionale, con i più giovani sistematicamente più esposti: la violazione della privacy tocca il 39,2% dei 18-24enni contro il 6,6% dei più maturi. Il cyberstalking si distingue per una distribuzione meno lineare, con il picco tra i 25-34enni (35,6%) e valori analoghi nelle fasce 18-24 e 35-44 anni.
Il coinvolgimento dei minori nel gioco legale in Italia è più contenuto di quanto spesso si racconti. Secondo Fabio Felici, direttore di Agimeg, le violazioni accertate ogni anno sono meno di cento, e per giocare online servono documento d’identità e codice fiscale. Felici distingue tra la raccolta e la spesa reale, colloca il gioco all’ottavo posto tra le dipendenze e critica le regole frammentate tra Comuni e Regioni, che a suo giudizio favoriscono l’offerta illegale. Per la prevenzione del fenomeno sono necessarie informazione nelle scuole, formazione del personale delle sale e pene più severe per chi fa giocare un minorenne.
Il tema dell’Intelligenza artificiale applicata alla prevenzione della devianza minorile spacca l’opinione pubblica italiana: il 51,5% si dichiara favorevole contro il 48,4% di contrari. Tra i favorevoli prevale la preoccupazione per l’aumento della criminalità minorile (20,7%), mentre tra i contrari la motivazione più diffusa in assoluto è la sfiducia nell’adeguatezza dello strumento tecnologico (26%). L’incrocio con l’area politica mostra come centro e centro-destra si orientino su basi prevalentemente securitarie, la sinistra privilegi le obiezioni etiche legate al controllo delle persone, mentre il Movimento 5 Stelle si distingue per il più alto livello di sfiducia tecnologica in assoluto (38,5%). Il quadro complessivo racconta un consenso costruito su motivazioni plurali e frammentate, a fronte di un rifiuto che converge su un argomento dominante.
La criminalità organizzata in Italia intreccia violenza, economia e finanza, come confermano i dati più recenti di Dia, Anbsc e Commissario antiracket e antiusura. Nel 2024 sono stati eseguiti sequestri per oltre 93 milioni di euro e confische per circa 160 milioni, mentre crescono i controlli su appalti, cantieri e fondi del Pnrr. La gestione e la restituzione dei beni confiscati alla collettività restano il banco di prova della strategia antimafia.
La lotta al crimine organizzato transnazionale passa ad un altro livello. Con l’operazione Atlas Nexus, la cooperazione tra Unione europea e America Latina in materia di sicurezza raggiunge il suo punto più alto in termini di coordinamento operativo.
La presidente del Tribunale per i minorenni di Messina Maria Francesca Pricoco, già a lungo alla guida di quello di Catania, ricostruisce la situazione della giustizia minorile nella realtà siciliana, tra povertà educativa, dinamiche familiari di stampo mafioso e presenza di minori stranieri non accompagnati, con particolare attenzione per l’istituto della messa alla prova, recentemente ridimensionato dal “decreto Caivano” per i reati più gravi.
Simonetta Matone ripercorre l’evoluzione della criminalità giovanile, dalle bande legate a specifiche comunità etniche alla devianza degli stranieri di seconda generazione, sottolineando il peso crescente dei social network e le responsabilità di famiglie e tribunali minorili. Raccontando la sua esperienza diretta con la giustizia riparativa, ribadisce la contrarietà ad abbassare l’età imputabile e affronta il tema delle politiche scolastiche e del riconoscimento delle gang giovanili, fino alle recenti novità legislative sulla tutela dei minori.
Susanna Mantovani, pedagogista e Professoressa onoraria alla Bicocca di Milano, individua le radici della violenza giovanile nei modelli offerti dal mondo adulto (dal linguaggio pubblico ai media, fino all’uso degli smartphone in famiglia). Il gruppo dei pari ha un ruolo centrale ed è capace di amplificare spinte sia positive sia distruttive, soprattutto in preadolescenza e adolescenza. Sui più giovani pesano le fragilità della famiglia contemporanea, i limiti della scuola nel costruire comunità reale, i segnali precoci di bullismo e le difficoltà dei ragazzi con background migratorio. Restano da superare etichette come “baby gang” e la frammentazione delle competenze educative.
Il termine “baby gang” è impreciso: descrive gruppi perlopiù privi di una vera struttura gerarchica. Non cala l’età dei minori coinvolti, ma crescono i reati di strada dopo la pandemia, in calo tra italiani e in aumento tra stranieri di seconda generazione e minori non accompagnati. Per lo psicoterapeuta Alfio Maggiolini, la devianza è una scorciatoia verso l’età adulta imboccata da chi non ha le risorse per attenderne i tempi: per ridurre la recidiva contano rapidità e certezza della risposta, non la durezza della pena. I Social non creano violenza ma ne amplificano alcune forme, mentre resta centrale il valore del gruppo, a fronte del rischio che i media criminalizzino indistintamente l’aggregazione giovanile.
Che cosa c’è davvero dietro il fenomeno delle cosiddette “baby gang”? Per Cristina Maggia, per trent’anni magistrata minorile e oggi componente del consiglio direttivo dell’Associazione italiana Magistrati per i minorenni e per la famiglia, l’espressione è soprattutto un’etichetta mediatica che rischia di semplificare una realtà molto più complessa. I gruppi di adolescenti che compiono reati non sono necessariamente organizzazioni criminali strutturate: spesso sono aggregazioni fluide, nelle quali si intrecciano disagio, solitudine, marginalità, bisogno di appartenenza e ricerca di visibilità, specie di fronte alla sempre più netta assenza di figure adulte significative.