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Come cambia il crimine nell’era digitale: “Sociologia del crimine e nuove fenomenologie dei comportamenti devianti”, a cura di Monica Calderaro

di
redazione

Negli anni Ottanta Marvin Wolfgang, allora alla guida del Centro di studi criminologici e di diritto penale dell’Università della Pennsylvania, provò a immaginare il futuro del crimine. Prevedeva telecamere a ogni incrocio al posto delle pattuglie, la diffusione dei reati informatici, il primato dei reati economici e ambientali, perfino il furto di satelliti e interi continenti isolati dal taglio delle comunicazioni mondiali. Quanto di tutto questo possiamo considerare già realizzato, quasi quarant’anni dopo?

La risposta è: molto, anzi moltissimo. Il dato che Monica Calderaro, curatrice del volume dal titolo Sociologia del crimine e nuove fenomenologie dei comportamenti devianti (Armando Editore) affianca alla previsione di Wolfgang è questo: dai 1.916 omicidi volontari del 1991, il picco della storia repubblicana in pieno attacco da parte della criminalità organizzata, ai circa 350 l’anno del periodo 2020-2024. Il crimine “tradizionale” arretra, mentre ne emergono di nuovi: il terrorismo, i reati telematici, lo stalking, la violenza gratuita vissuta come diversivo alla noia.

Guerra, teorie della devianza e disinformazione

Il primo saggio, firmato dalla stessa Calderaro con Edoardo Camerino, affronta il tema più drammatico del nostro tempo: la guerra, e lo fa partendo da lontano. La costruzione del “nemico assoluto”, la deresponsabilizzazione del singolo dentro la folla descritta da Le Bon, l’obbedienza all’autorità misurata dagli esperimenti di Milgram, il trauma dei combattenti e quello, spesso trasmesso di generazione in generazione, delle popolazioni civili. La seconda parte del saggio esamina, invece, gli strumenti della guerra ibrida, dalle operazioni psicologiche e cognitive alle sanzioni economiche, fino agli attacchi cibernetici.

Il contributo di Ionut Virgil Serban, dell’Università di Craiova, è il cuore teorico del volume. L’autore rilegge le teorie classiche della devianza, da Durkheim a Merton, da Becker a Cohen, all’apprendimento sociale di Akers e al controllo sociale di Hirschi, e ne verifica la tenuta alla prova della modernità e delle risorse digitali attuali.

Sul versante della comunicazione si muove anche il saggio di Calderaro con Irene Panuccio, dedicato alla guerra dell’informazione. Propaganda, censura, Psyop, fake news costruite sulle nostre distorsioni cognitive, fino ai deep fake resi possibili dall’Intelligenza artificiale: il quadro è quello di una manipolazione che cambia strumenti – dagli altoparlanti alla Rete – ma non la logica. Le autrici lo verificano attraverso lo studio dei profili psicologici di Mussolini, Putin, Kim Jong-un e Osama bin Laden.

Stragi di massa, terrorismo individuale e bande giovanili

Vincenzo Mastronardi, psichiatra e criminologo di fama, recentemente scomparso, già membro del Comitato scientifico dell’Eurispes, esplora una zona di confine: quella tra lo spree-mass killing e il terrorismo individuale. Muovendo dai dati raccolti su 419 casi, distingue le motivazioni degli autori di stragi: dalla rabbia e dalla vendetta alla disperazione, dalla malattia mentale alla ricerca del “brivido”. È la categoria dei killer “ispirati da una missione”, e non psicotici, a rivelarsi decisiva: luoghi affollati, vittime casuali, nessuna via di fuga, la ricerca della visibilità mediatica.

Camilla Fruet approfondisce, invece, il tema delle bande giovanili partendo dagli studi di Frederic Thrasher e della Scuola di Chicago sulle “aree interstiziali”, i vuoti lasciati dalle Istituzioni nei quali il bisogno di appartenenza e di status si trasforma in gruppo deviante. Il passaggio alla realtà italiana, dalle pandillas latinoamericane al fenomeno dei cosiddetti “maranza”, mostra quanto il quadro sia cambiato: lo smartphone fa della banda una “media company”, la violenza diventa prestazione, il reato un contenuto da esibire sui Social. La risposta, conclude l’autrice, non può essere soltanto repressiva: servono periferie riqualificate e capaci di offrire opportunità reali, alfabetizzazione digitale critica. Insomma, servono dei presidi educativi anche nello spazio governato dagli algoritmi.

Intelligenza artificiale e sociologia del crimine

Chiude il volume il saggio di Calderaro con Valentina Rassu sull’Intelligenza artificiale a supporto della sociologia del crimine. Le autrici passano in rassegna le applicazioni già operative: i sistemi di polizia predittiva, dall’americano PredPol agli italiani XLAW e KeyCrime, la datazione delle tracce biologiche, il confronto automatizzato delle impronte digitali, l’individuazione di attività criminali nel dark web, dal traffico di droga all’abuso sui minori. Accanto ai vantaggi offerti dalle tecnologie, il saggio mette a fuoco i nodi irrisolti e ricorda che resta al giudice il compito di bilanciare i risultati di una macchina con le garanzie della persona.

Uno sguardo multidisciplinare sui comportamenti devianti

Il merito principale dei sei contributi è quello di tenere insieme discipline che troppo spesso procedono separate: la sociologia, la criminologia, la psicologia sociale e clinica, gli studi sulla sicurezza, il diritto. Non è una scelta di metodo fine a sé stessa. Fenomeni come la radicalizzazione online, la violenza spettacolarizzata delle bande o la disinformazione usata come arma non si possono spiegare da un solo punto di vista, e chi pretende di farlo finisce per semplificare ciò che è complesso.

Vi è poi un secondo merito, che riguarda il modo di guardare alla tecnologia. Calderaro lo affida, nella prefazione, a un’immagine molto efficace: la stessa pietra che nelle mani di Caino diventa l’arma del primo omicidio, nelle mani di Michelangelo diventa la Pietà. Così l’Intelligenza artificiale, così gli algoritmi che orientano la nostra informazione: strumenti il cui segno dipende dalle scelte politiche, etiche e culturali di chi li governa.

Il libro affida a tutti i lettori degli strumenti di lettura e non delle risposte definitive. La criminalità, ricorda la curatrice, non è soltanto un problema del magistrato, del giurista o del criminologo: investe l’intera comunità. È in questo passaggio che si colloca il libro, di cui il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, ha firmato la presentazione.

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