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Una vera giustizia ripartiva per affrontare la devianza minorile. Intervista all’Onorevole Simonetta Matone

di
Antonio Alizzi*

Da pubblico ministero per i minorenni a deputato, passando per incarichi istituzionali dedicati alla tutela dell’infanzia: il percorso di Simonetta Matone attraversa quasi quarant’anni di osservazione diretta del mondo minorile e della giustizia italiana. Magistrato con una lunga esperienza nei tribunali per i minorenni e oggi parlamentare, Matone ha vissuto in prima persona la trasformazione della criminalità giovanile, dalle bande legate a specifiche comunità etniche ai fenomeni più recenti connessi ai social network e alle seconde generazioni di immigrati. Dai cambiamenti nei reati commessi dai giovani al ruolo dei social, dalla giustizia riparativa alle politiche scolastiche, fino al rapporto tra integrazione e sicurezza, il suo racconto intreccia esperienza professionale e convinzioni personali, offrendo uno sguardo diretto su un tema che continua ad alimentare il dibattito pubblico. 

Onorevole Matone, partiamo dai cambiamenti nelle tipologie di reati commessi dai giovani. Quali fattori hanno determinato questa evoluzione?

Devo fare una digressione personale. Sono stata, per 17 anni, pubblico ministero per i minorenni presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Roma. Successivamente, ho ricoperto incarichi che hanno continuato a coinvolgere il mondo minorile: sono stata Capo di Gabinetto al Dipartimento per le Pari Opportunità, poi focal point italiano per le questioni minorili e, infine, per sette anni, sostituto procuratore generale, occupandomi ‒ oltre che di criminalità organizzata ‒ anche di un settore legato ai minori. Dal mio osservatorio, anche grazie all’impegno che ho continuato ad avere in àmbito politico, posso dire che la criminalità minorile ha subìto un’evoluzione, se vogliamo peggiorativa. Non mi riferisco a un aumento dei dati numerici relativi a denunce, omicidi o altri comportamenti devianti, bensì a fenomeni che fino a una decina d’anni fa non esistevano. Ho lasciato quell’ufficio nel 2008 ‒ anche se tutti mi identificano ancora come giudice minorile ‒ e in questi 17 anni l’evoluzione è stata, a mio avviso, davvero inquietante. Perché lo dico? Perché anche allora esistevano baby gang, ma si trattava di associazioni criminali tra minorenni riconducibili, per esempio, a clan di ragazzi appartenenti ad etnie rom, oppure a gruppi di ragazzi italiani inseriti in famiglie molto potenti, che si associavano già da adolescenti per compiere una serie di rapine. L’evoluzione ha avuto due direttrici principali. La prima è l’aggregazione tra giovani che prescinde dall’appartenenza etnica: se prima mi occupavo quasi esclusivamente di bande rom, oggi ‒ se tornassi a ricoprire il ruolo di pubblico ministero per i minorenni ‒ dovrei occuparmi del fenomeno delle “maranze”, ossia bande miste di ragazzi italiani. La seconda è rappresentata da un fenomeno ancora più allarmante: la criminalità minorile degli stranieri di seconda generazione. Non vorrei però anticipare i temi delle domande successive.

Qual è il rapporto tra social network e criminalità giovanile?

Purtroppo abbiamo creato una società in cui esisti solo se sei rappresentato, esisti solo se sei presente sui social network. È una realtà che, culturalmente, io aborro; ma non faccio testo, perché ho un’età per cui mi viene l’orticaria al solo pensiero di leggere un libro online. Mi rendo però perfettamente conto di essere “passata”, un’espressione di un altro secolo. Detto questo, questa rappresentazione costante della propria esistenza, spesso da parte di soggetti che non avrebbero mai accesso ad alcuna notorietà, mi porta a dire che i social network sono il regno dei mediocri. Lo vediamo non soltanto nei minorenni, ma anche negli adulti: esisto perché filmo, esisto perché mi riprendo in video, esisto perché lancio messaggi. Siamo arrivati perfino a filmare atti criminali efferati, come i pestaggi che un tempo, pur esistendo, venivano tenuti nascosti per timore delle conseguenze penali. Oggi, invece, assistiamo a una vera e propria esaltazione di questi comportamenti. I social network hanno dato una spinta irrefrenabile verso il peggio.

Rispetto alla distinzione tra reati che nascono da contesti socioeconomici poveri o ad alto rischio, segnati dalla presenza della criminalità organizzata, da scarse opportunità lavorative, da bassi livelli culturali, e quelli che rientrano invece nella cosiddetta “devianza da benessere”, quali politiche ritiene debbano essere adottate dai policy maker? Seve un approccio specifico?

Ma guardi, io non ci credo molto, mi dispiace dirlo, considerando che sono stata eletta come deputato. Credo nell’approccio politico delle norme, ma credo anche in un radicale cambio di passo da parte della giurisprudenza dei tribunali per i minorenni. Perché lo dico? Perché nessun ragazzo che commette reati proviene da situazioni familiari regolari. E non intendo famiglie in cui mamma e papà sono ancora legittimamente sposati, ma famiglie con coordinate affettive e relazionali degne di questo nome. Dietro un ragazzo che entra a far parte di una gang c’è sempre un mondo, e quel mondo è stato troppo spesso ignorato dai tribunali per i minorenni, per un rispetto quasi ossessivo del vincolo di sangue. Lo affermo con certezza anche perché mi sono occupata a lungo di criminalità tra adulti: nessun criminale debutta a 18 anni. Ha iniziato tra i 14 e i 18 anni, e prima ancora dei 14 era già conosciuto dal tribunale per i minorenni per fattispecie civili. Si tratta di una sorta di catena di Sant’Antonio che non viene mai interrotta. Quando li vedevo seduti sul banco degli imputati, durante i dibattimenti, mi chiedevo: se il tribunale fosse intervenuto in modo più radicale e deciso nei confronti del padre che picchiava la madre, della situazione di violenza in casa, dell’evasione dell’obbligo scolastico ‒ e potrei andare avanti fino a domattina ‒ quel ragazzo sarebbe davvero finito lì? Non è una giustificazione, ma la necessità di comprendere, che io ho sempre avuto, le storie di devianza. Anche perché ‒ e nelle mie mille vite l’ho fatto ‒ ho svolto anche il ruolo di magistrato di sorveglianza per quattro anni, dall’87 al ’91, e prima ancora sono stata per alcuni mesi vicedirettrice del carcere delle Murate, avendo vinto entrambi i concorsi: in magistratura e nella carriera direttiva carceraria. Ecco, tutti avevano storie estremamente interessanti dal punto di vista sociologico. Io, che sono una persona curiosa, chiedevo: «Dico, lei è a fine pena mai, ma mi racconta cos’ha fatto?», e venivano fuori delle vicende che ti portano a pensare a quanto sia fondamentale il libero arbitrio. Noi siamo dotati di libero arbitrio, grazie a Dio. Ma per poterlo esercitare, servono una serie di coordinate che non tutti hanno e, soprattutto, una forza di volontà straordinaria, che non può, ma dovrebbe essere richiesta a tutti. Tuttavia, è anche la società che deve offrire il proprio aiuto.

Quale metodo utilizzava per trasformare la sua curiosità in uno strumento utile alle decisioni?

Leggevo con grandissima attenzione i certificati penali, perché anche quelli dei ragazzini raccontano moltissimo. Poi andavo a verificare se quel soggetto fosse già noto per fattispecie legate all’esercizio di quella che allora si chiamava potestà genitoriale, e che poi, giustamente, è stata rinominata responsabilità genitoriale. Questo cambiamento, da un punto di vista filosofico, ha voluto attenuare l’idea di potestà e potere, mettendo invece al centro il concetto di responsabilità, i doveri che un genitore ha nei confronti dei figli. Ho conosciuto genitori terrificanti, pessimi, genitori-boss che hanno allevato veri e propri criminali. Ne ho viste davvero di tutti i colori. E grazie a questi soggetti ho vissuto mille vite, una peggio dell’altra.

Il fenomeno della devianza minorile tra i figli di immigrati è, secondo lei, sovrastimato o sottovalutato?

No, non è affatto sovrastimato. È un fenomeno che, a mio avviso, è anzi sottovalutato nella sua gravità. Ho sempre affrontato il tema dell’integrazione in termini di compenetrazione tra mondi. Esistono realtà che non sono assimilabili al nostro ordinamento, perché in contrasto con i nostri princìpi costituzionali. A cosa mi riferisco? Ho svolto molto lavoro civile alla Procura per i minorenni, poiché era l’organo titolare del potere d’intervento a tutela dei minori che vivevano in situazioni di disagio. Mi sono imbattuta in numerosi nuclei familiari stranieri presso i quali lo Stato riusciva a intervenire con grande difficoltà: una volta chiusa la porta di casa, all’interno si applicava la Sharia, si seguivano regole incompatibili con il nostro ordinamento – la subordinazione della donna all’uomo, la legittimazione delle punizioni corporali, l’impossibilità per alcuni bambini di frequentare coetanei di religione diversa. Ho conosciuto mille realtà di questo tipo, inclusi matrimoni forzati. Mi sono trovata di fronte a diverse ragazzine che, in astratto, sarebbero state costrette a sposare uomini di 60 anni in Pakistan, a soli 12 anni.

Su questi nuclei occorre lavorare, perché spesso i figli che provengono da quelle famiglie ci considerano dei nemici. Rimasi molto colpita, qualche anno fa, da un servizio televisivo che trasmetteva interviste realizzate fuori dalle moschee con ragazzi adolescenti di seconda generazione: liceali, ragazzi che frequentavano altri coetanei. Eppure, ciò che emergeva era un odio radicale nei confronti dell’Italia e un rifiuto delle nostre regole di comportamento, che non sono semplici regole sociali, ma princìpi sanciti dalla Costituzione: la parità tra uomo e donna, la libertà di espressione, la libertà religiosa, l’autodeterminazione. E, tuttavia, questi ragazzi prendevano dal mondo occidentale solo ciò che faceva comodo: il giubbotto firmato, i jeans, le scarpe belle, se potevano permettersele. Se non potevano, si organizzavano per rubarle. Ma il nemico restavamo noi. Questo mi ha profondamente turbata, e credo che sia su questo che bisogna intervenire. Gli insegnanti, ad esempio, dovrebbero prestare grande attenzione a queste dinamiche all’interno delle classi in cui lavorano, lanciare segnali alle Istituzioni, chiedere l’intervento dei servizi sociali se vedono una ragazzina piangere perché non vuole sposarsi. Ecco, io di casi così ne ho seguiti tanti, e credo sia giusto farlo.

Qual è il suo giudizio sul recente riordino della giustizia riparativa, soprattutto in relazione a reati come lo spaccio o la violenza di gruppo?

Io la giustizia riparativa l’ho applicata, e sono stata la prima in Italia a farlo, tantissimi anni fa, insieme all’équipe del professor De Leo ‒ che poi è venuto a mancare ed era un grande docente dell’Università di Roma. Applicai la mediazione penale in un caso di omicidio: la madre del ragazzo ucciso non riusciva a darsi pace per il fatto che fosse stato ammazzato in seguito alla vendita di un cellulare difettoso. L’autore del reato era figlio di un boss sottoposto a soggiorno obbligato a Torvaianica, e un altro dei coinvolti proveniva da una famiglia disastrata. La madre non si capacitava che uno dei ragazzi coinvolti, avendo collaborato con la giustizia, fosse stato rimesso in libertà dopo un certo periodo di custodia cautelare. Riuscii a convincere la famiglia ad intraprendere un percorso riparativo, non per fare pace con i due che avevano ucciso suo figlio, ma per avviare un cammino quasi psicoterapeutico che le permettesse di comprendere le logiche della giustizia minorile. Devo dire che, al dibattimento, i familiari arrivarono molto più pacificati nell’animo. Non disposti al perdono – perché chiedere il perdono ai familiari delle vittime è, a mio avviso, qualcosa di vagamente demenziale. Il perdono è un atto intimo, personale, e riguarda il rapporto tra sé stessi e la propria coscienza, o Dio, se si crede. Perché mai dovrei entrare io in un meccanismo tanto profondo? Il mio compito è un altro: è far comprendere, per esempio, all’autore del reato la gravità di ciò che ha commesso. Se mi trovo davanti a una nomade borseggiatrice con 60 precedenti, o la tolgo da quell’ambiente con un intervento forzato e la colloco in una casa famiglia con il figlio e riscriviamo da capo la sua vita, oppure come faccio quel percorso riparativo? Come posso farle incontrare 60 vittime, molti dei quali magari nemmeno hanno sporto denuncia? Anche perché ‒ a causa di una scelta normativa che trovo assurda ‒ questo tipo di reato oggi è perseguibile solo a querela.

Abbiamo creato una sorta di “tana libera tutti”. Francamente, non riesco a capire quale mente giuridica abbia scritto norme simili. Si tratta di persone che, evidentemente, non hanno mai messo piede in un tribunale, non hanno mai parlato con chi quei reati li ha commessi, ma siedono in importanti commissioni ministeriali e di fatto legiferano. Questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti. Il percorso riparativo è una cosa bellissima, e io sono una delle sue più convinte fautrici, ma deve prevedere anche una forma di contrappasso. E bisogna anche trovare magistrati disposti a sostenerlo, quel contrappasso.

Se vuole, le racconto un’esperienza personale. Tantissimi anni fa, istruii il processo per i fatti di Colle Oppio. Una banda di neonazisti, composta da maggiorenni e minorenni, aveva aggredito e accoltellato immigrati che dormivano nelle grotte, tra i ruderi romani. I minorenni furono ammessi alla messa alla prova. Io, come pubblico ministero, chiesi che venissero mandati alla Caritas a servire i pasti agli extracomunitari poveri. La risposta del giudice per le indagini preliminari fu che la mia proposta era un gesto provocatorio. Perché? Perché mi trovavo davanti a un GIP ideologizzato, appartenente a una corrente della magistratura, che viveva ogni mio atto ‒ io non sono mai stata iscritta ad alcuna corrente, sono sempre stata una battitrice libera ‒ come una provocazione, anziché come un tentativo di rieducazione. Allora, bisogna anche intendersi su cosa sia davvero la giustizia riparativa, a cosa serva, come vada applicata. Io credo in una giustizia riparativa che rappresenti un contrappasso rispetto al male compiuto, e che sia strettamente legata alla natura del reato. Non puoi mandare ragazzi che hanno commesso aggressioni a fotografare uccelli per la Lipu. Li devi far confrontare con la povertà, con la disperazione degli immigrati, altrimenti non capiranno nulla. Sono battaglie dure, difficili da portare avanti.

Le leggi attuali sono sufficienti per contrastare nuovi fenomeni come l’uso del dark web da parte della criminalità giovanile?

Guardi, io sono una convinta sostenitrice del limite dei 14 anni per l’imputabilità. Non credo affatto che questo limite debba essere abbassato: lo considero un faro di civiltà. Ribadisco, bisogna intervenire sia sul piano civilistico sia su quello penale. Il problema dei ragazzini che spacciano va affrontato in modo diverso: togliendoli alle famiglie che li hanno cresciuti in quel modo, non lasciandoli lì. Di certo, non abbassando l’età dell’imputabilità. Del resto, la giustizia minorile italiana è sempre stata – non solo in Italia, ma anche all’estero – considerata un modello di riferimento, un vero e proprio faro. La legislazione italiana, così come la metodologia applicata, rappresenta un faro per molti altri Paesi. Tuttavia, tanti anni fa mi capitò un episodio che dice molto su come funzionano certi organismi internazionali. Mi trovavo a Ginevra, in un consesso europeo, accompagnando il Sottosegretario alla Famiglia dell’epoca. In quell’occasione, dovetti sottopormi a una sorta di esame, un vero e proprio interrogatorio-controinterrogatorio, condotto da rappresentanti siriani. Rimasi inorridita: io, Simonetta Matone, in qualità di rappresentante delle Istituzioni italiane, mi trovai a dover subire un interrogatorio da parte di quei delegati. Ecco, anche su questo bisognerebbe riflettere: questi organismi internazionali sono spesso governati da regole proprie che, nella maggior parte dei casi, ci sfuggono completamente.

Come fu quell’esperienza? Cosa la colpì in particolare?

Glielo ripeto: un’esperienza demenziale. L’idea che dei delegati siriani ‒ c’erano anche iracheni ‒ mi interrogassero con un tono persino imperativo mi turbò profondamente. Sono passati più di vent’anni, e ancora oggi lo ricordo perfettamente.

Quando i fondi destinati ai progetti scolastici sono ben gestiti, la scuola può diventare un presidio di prevenzione. È d’accordo?

Io credo molto nelle politiche di Valditara, che ritengo uno dei migliori ministri di questo Governo, perché ha una visione completamente diversa rispetto all’approccio adottato finora. Sono anche convinta che, dal punto di vista dei fondi, stia facendo molto. L’importante è che le scuole utilizzino queste risorse, nell’autonomia loro riconosciuta, in modo competente, intelligente e soprattutto non ideologico. Il nodo centrale è proprio questo: l’impostazione che ciascuna scuola dà a una serie di tematiche. Per esempio, sono stata molto contraria ai 500.000 euro – se non ricordo male, era questa la cifra ‒ che il Comune di Roma ha speso per diffondere la cultura del gender nelle scuole. Non perché io sia contraria a fornire spiegazioni su questi temi ai bambini, ma perché sono assolutamente contraria che ciò venga fatto da soggetti terzi. Si tratta di una sfera che, a mio avviso, deve restare nelle mani della famiglia. Non ho idea di come si possa spiegare, ad esempio, un’operazione di transizione sessuale a un bambino di sette anni. Per me, tematiche di questo tipo devono essere affrontate dai genitori, non dalla scuola. Dopodiché, insegnare ai bambini il rispetto delle differenze sessuali, la cultura dell’amore e non della prevaricazione, tutto ciò che riguarda l’educazione sentimentale, va benissimo. Ma spendere soldi pubblici per questo genere di interventi, no: non mi trova affatto d’accordo.

Se i dati mostrano una tendenziale stabilità nel numero di reati commessi, la sensibilità dell’opinione pubblica è in crescita: le persone hanno paura. Mi ha colpito, ad esempio, quanto affermato dallo psicoterapeuta milanese Matteo Lancini ‒ sempre in riferimento alla devianza da benessere ‒ secondo cui «ragazzi di buona famiglia che escono a Milano portano con sé un coltello per paura che possa accadere qualcosa». Questo dato percepito sembra radicarsi anche tra i giovani.

È vero che c’è un contenimento nella quantità dei reati, ma è altrettanto vero che, per fortuna, esiste un forte allarme sociale rispetto a questi fenomeni. Perché dico per fortuna? Perché dobbiamo aprire gli occhi su certe realtà, non possiamo restare inerti. Ho percepito questa tensione in prima persona. Era il periodo in cui era ancora obbligatorio indossare la mascherina: presi un treno regionale e, come tutti i passeggeri, indossavo la mascherina. A un certo punto salì a bordo una banda – definirei così un gruppo di 8-10 extracomunitari – tutti senza mascherina, che iniziarono a provocarci in ogni modo. Sembrava una scena da film, ed era terribile: noi italiani tutti seduti, in silenzio, con la mascherina; loro che andavano avanti e indietro per i vagoni, prendevano a calci i sedili, gridavano, si spintonavano. Quel viaggio da Milano a Bergamo durò circa cinquanta minuti, e l’allarme sociale che ho avvertito era reale: sarebbe bastato che uno di noi dicesse “Fatela finita” e si sarebbe scatenato l’inferno. E questo accade tutti i giorni, per esempio, sui treni delle tratte periferiche.

Non dobbiamo generare allarmismi, ma nemmeno possiamo tollerare queste situazioni in nome dell’integrazione. Bisogna intervenire: queste persone devono essere arrestate, fatte scendere dal treno. Mi domando: quale apporto danno alla nostra società questi soggetti appartenenti a bande? Qual è quel quid pluris per cui dovremmo giustificare tutto questo? Io, francamente, non vedo nulla di positivo in tali comportamenti. Sono atti di ribellione, inconsulti che, se lasciati crescere, se non repressi severamente, non fanno altro che aumentare, più che l’insicurezza sociale, la non accettazione dello straniero. Perché l’Italia, al contrario, è piena di stranieri seri, regolari, che lavorano, che fanno il proprio dovere, e che sono fondamentali per la nostra economia. Ma se non mettiamo un argine a certe derive, rischiamo di ritrovarci in una società dove il confronto sarà davvero “a colpi di coltello”. E questo è pericolosissimo, e anche profondamente triste. L’allarme sociale può essere un segnale di maturazione collettiva, di maggiore consapevolezza e anche, laddove serve, di intolleranza verso fenomeni degenerativi. Ma è ben diverso dall’accettazione passiva di episodi come quello che ho vissuto su quel treno da Milano a Bergamo. In quei casi bisogna agire: espellere chi non è regolare, mandare in carcere chi commette reati. Le risposte non devono mai essere razziste, ma devono essere ferme e, soprattutto, uguali per tutti: italiani e stranieri. Non sto dicendo che si debba perseguire solo lo straniero: si devono perseguire tutti. Ma dobbiamo riportare il Paese in un clima di legalità, anche percepita. Io non devo avere paura di salire su un treno alle nove di sera.

Parliamo di gang giovanili. Se dovesse spiegare questo fenomeno a una classe di scuola media cosa direbbe? In quali situazioni i ragazzi dovrebbero capire di trovarsi di fronte a una gang?

Quando questi atti persecutori si concentrano, ad esempio, all’interno di una classe, ai danni di un determinato compagno, oppure quando ci si incontra fuori da scuola non per divertirsi, ma per compiere qualcosa che i tuoi genitori non approverebbero, allora siamo davanti a una situazione da cui bisogna fuggire, stare in guardia e, soprattutto, segnalare. Parlo di quelle alleanze tra soggetti che generano un patto criminale, paracriminale o comunque di devianza. È lì che scatta il campanello d’allarme. Mi riferisco anche al fenomeno del bullismo scolastico, che è diffusissimo. Purtroppo sono sommersa da segnalazioni: casi in cui alla fine i genitori, disperati e non protetti dalle Istituzioni, sono costretti a ritirare il proprio figlio da scuola, perché altrimenti quel ragazzo non avrebbe una vita possibile. Quando, invece, dovrebbe accadere il contrario: servirebbe uno sforzo collettivo per isolare i persecutori, non per costringere la vittima ad andarsene. Ma nelle scuole, purtroppo, questo è molto difficile da realizzare.

Quando si parla di interventi multidisciplinari che coinvolgono figure professionali diverse, a chi dovrebbe spettare la regia?

La regia spetta a chi è in grado di avere una visione d’insieme: non solo penalistica, ma anche civilistica e consapevole degli strumenti amministrativi a disposizione. Faccio un esempio concreto. Nelle norme che abbiamo varato recentemente vi è una novità epocale. Per 17 anni ho chiesto l’applicazione dell’articolo 25 della legge istitutiva del Tribunale per i minorenni – parliamo di una legge del 1934 – che prevedeva la possibilità di intervenire nei confronti dei minori irregolari per condotta e per carattere. Quando ho rispolverato quell’articolo, ovviamente mi è stato dato della fascista, perché purtroppo mi trovo spesso a confrontarmi con persone di un’ignoranza clamorosa e grossolana. Eppure, quell’articolo permetteva, nelle fattispecie non inquadrabili né sul piano penale né su quello civile, di intervenire attraverso provvedimenti amministrativi. Ebbene, questo Governo ha ripreso quella norma, l’ha ratificata e giurisdizionalizzata, inserendola nel corpo degli interventi normativi. Ha cioè dato al procuratore della Repubblica la possibilità ‒ prima di ricorrere alle maniere forti ‒ di avviare un percorso graduale: prima si convocano i genitori, poi se non intervengono si procede con un richiamo formale e infine, se necessario, si arriva persino a togliere il minore e a collocarlo in una casa famiglia. Tutto questo consente di evitare il processo penale, portando la vicenda su un piano riequilibrativo e riparativo. Qual è il limite di questo Governo? Che, pur avendo introdotto interventi legislativi ricchi di novità, di innovazione e di visione, nessuno se n’è accorto. Manca una comunicazione efficace su questi strumenti.

Il ruolo della comunicazione è fondamentale per far conoscere ciò che esiste e ciò che sta cambiando.

Assolutamente. La comunicazione è fondamentale, ma non quella distorta dei social, che diffondono molte sciocchezze. Serve una comunicazione basata sui fatti, su ciò che è stato realmente fatto. Abbiamo introdotto una norma fondamentale: una norma che consente ai giudici minorili, ai procuratori della Repubblica, agli assistenti sociali di intervenire prima con strumenti “dolci” e poi, se necessario, con strumenti più incisivi. L’obiettivo è chiaro: restituire alla società un cittadino che non delinque, un cittadino che ha trovato un percorso di reinserimento e di legalità.

*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore e ricercatore dell’Eurispes

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