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Il mondo dopo l’ombrello americano e l’ascesa del multipolarismo regionale

di
Gabriele Cicerchia*

La crisi del sistema di sicurezza a guida Usa 

Per oltre settant’anni una parte consistente dell’ordine internazionale ha poggiato su una premessa relativamente semplice: gli Stati Uniti non erano soltanto la maggiore potenza militare ed economica dell’Occidente, ma anche il principale fornitore di sicurezza del sistema. In Europa, attraverso la NATO; nel Golfo Persico, attraverso una rete di basi, accordi bilaterali e garanzie militari; nell’Asia orientale, mediante le alleanze con Giappone, Corea del Sud, Australia e altri partner. La superiorità americana non consisteva soltanto nella capacità di intervenire militarmente, ma nella possibilità di organizzare intorno a sé intere architetture regionali di sicurezza, evitando così il sorgere di un multipolarismo regionale.

Quel sistema non è scomparso. Gli Stati Uniti restano di gran lunga il primo paese al mondo per spesa militare – 954 miliardi di dollari nel 2025, circa un terzo del totale globale – e continuano a rappresentare il perno della NATO. Ma qualcosa di più profondo sta cambiando: un numero crescente di paesi non considera più sufficiente affidare la propria sicurezza esclusivamente alla garanzia di una potenza esterna. (SIPRI). Il nuovo ordine internazionale potrebbe nascere proprio da qui: non dalla sostituzione degli Stati Uniti con un nuovo egemone globale, ma dalla progressiva crescita di potenze regionali che cercano di costruire intorno a sé spazi autonomi di sicurezza, deterrenza e influenza.

Il patto di difesa tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan

L’accordo di difesa firmato il 7 agosto 2026 da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan – mentre la Siria emerge già come uno dei primi terreni sui quali misurarne gli effetti – rappresenta probabilmente uno degli esempi più significativi di questa trasformazione, e uno dei casi più evidenti di multipolarismo regionale in formazione.

Il Makkah Joint Defence Agreement stabilisce un principio politicamente impegnativo: secondo quanto reso ufficialmente noto dal Ministero degli Esteri pakistano, un attacco armato contro uno dei tre paesi firmatari sarà considerato un attacco contro tutti, nel quadro del diritto individuale e collettivo all’autodifesa riconosciuto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Islamabad ha inoltre precisato che l’accordo ha carattere difensivo e non è diretto contro alcun paese. Il testo integrale del trattato, tuttavia, non è stato reso pubblico.

La somiglianza funzionale con l’articolo 5 del Trattato Atlantico è evidente, anche se sarebbe prematuro equiparare le due strutture. Non esiste, almeno allo stato, un apparato militare integrato paragonabile a quello della NATO. Il giorno successivo alla firma, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha spiegato che, in caso di aggressione, i tre Stati dovranno consultarsi per stabilire natura, forma e livello dell’assistenza da fornire al Paese attaccato. Si tratta, dunque, di un chiarimento politico e operativo fornito successivamente da Ankara, e non di un elemento che possa essere attribuito con certezza al testo integrale dell’accordo, che, come detto, rimane non pubblico.

Ma fermarsi alla clausola di difesa collettiva significherebbe perdere il significato politico dell’intesa. Il 13 agosto il Ministero della Difesa turco, illustrando le modalità previste per l’attuazione dell’accordo, ha annunciato la creazione di meccanismi di coordinamento politico-militare di alto livello tra ministri della Difesa, ministri degli Esteri e vertici delle Forze armate. Ankara ha, inoltre, indicato esercitazioni congiunte terrestri, navali e aeree, cooperazione nella difesa antiaerea e nei sistemi senza pilota, sviluppo e produzione congiunta di armamenti, cooperazione tecnologica, manutenzione e logistica, con particolare attenzione ai sistemi autonomi, alla guerra elettronica e all’Intelligenza artificiale. La Turchia ha, infine, prospettato la possibilità di un futuro ampliamento dell’intesa, indicando esplicitamente l’Egitto tra i potenziali candidati. Anche in questo caso, si tratta di elementi illustrati successivamente dalle autorità turche nell’ambito dell’attuazione dell’accordo e non di clausole che, in assenza della pubblicazione del testo integrale, possano essere considerate formalmente accertate nel trattato.

Tre potenze complementari e l’ascesa delle middle powers nel nuovo multipolarismo regionale

Non siamo quindi soltanto davanti a un patto militare; si intravede il tentativo di costruire una capacità regionale più autonoma. I tre paesi possiedono caratteristiche straordinariamente complementari. La Turchia dispone del secondo esercito più numeroso della NATO e di un’industria nazionale della difesa cresciuta rapidamente negli ultimi anni. Il Pakistan aggiunge una componente unica nel mondo musulmano: è l’unico Stato a maggioranza musulmana dotato di un arsenale nucleare, stimato dal SIPRI in circa 170 testate all’inizio del 2026. L’Arabia Saudita dispone invece di enormi capacità finanziarie, centralità energetica e peso politico nel mondo arabo e islamico (fonti: NATO; SIPRI).

Nessuno dei tre, isolatamente, può sostituire la garanzia americana. Insieme possono però ridurre la propria dipendenza da essa. Ed è questa la vera novità. La trasformazione non riguarda soltanto il Medio Oriente.

Una delle caratteristiche del sistema internazionale emergente è precisamente la crescente capacità delle cosiddette middle powers di perseguire strategie meno rigidamente subordinate alle grandi potenze.

Turchia, Arabia Saudita, India, Brasile e altri attori non si comportano necessariamente come membri permanenti di uno schieramento. Costruiscono invece relazioni differenti a seconda degli interessi in gioco: sicurezza con una potenza, energia con un’altra, tecnologia con una terza, commercio con tutte. È una forma di multi-allineamento strategico che rende sempre meno adeguato interpretare il mondo attraverso la semplice contrapposizione tra blocchi.

Corea del Sud: autonomia militare senza rottura con Washington 

Un esempio apparentemente molto diverso, ma altrettanto significativo del multipolarismo regionale in formazione, arriva dall’Asia orientale. La Corea del Sud, uno degli alleati militari più stretti degli Stati Uniti, sta cercando di rafforzare la propria autonomia senza mettere in discussione l’alleanza con Washington. Le esercitazioni congiunte Ulchi Freedom Shield, avviate il 17 agosto 2026 e inizialmente previste fino al 27 agosto, con la partecipazione di circa 18.000 militari sudcoreani, non servono soltanto a testare la risposta congiunta a minacce sempre più complesse – dai droni alla guerra elettronica, dal disturbo dei sistemi GPS agli attacchi informatici – ma costituiscono anche un banco di prova per il trasferimento a Seoul del comando operativo in tempo di guerra, il cosiddetto Wartime Operational Control (OPCON).

Il processo, concordato con Washington su base conditions-based e oggi nella fase di verifica della piena capacità operativa, prevede che in futuro il comando della struttura militare combinata passi da un generale statunitense a uno sudcoreano. Il presidente Lee Jae Myung ha indicato il recupero anticipato dell’OPCON come uno degli obiettivi della propria amministrazione, collegandolo alla necessità di una maggiore autosufficienza nella difesa. Non è una rottura con gli Stati Uniti, ma il tentativo di riequilibrare un’alleanza costruita per decenni attorno alla preminenza americana.

Ed è significativo che, proprio mentre Seoul cerca di acquisire maggiore responsabilità sul proprio dispositivo militare, Washington mostri una crescente disponibilità a riconsiderare dimensioni e costi della propria presenza. Dopo l’ordine impartito dal presidente Donald Trump al Pentagono di ridurre sostanzialmente le manovre, Stati Uniti e Corea del Sud hanno accorciato l’esercitazione da undici a cinque giorni, anticipandone la conclusione dal 27 al 21 agosto e ridimensionando anche parte delle attività sul campo. La decisione non ha interrotto la cooperazione militare, ma ha confermato quanto il suo livello possa dipendere dalle scelte politiche di Washington. Anche in Asia, dunque, l’ombrello americano non scompare, ma cambia natura: l’alleato continua a cercarne la protezione e contemporaneamente si prepara a dipenderne meno.

La Siria come banco di prova tra Turchia e Israele 

La stessa Turchia ne costituisce un esempio particolarmente evidente. Rimane membro della NATO, ma contemporaneamente costruisce una propria industria militare, mantiene canali con Mosca, proietta influenza nel Caucaso, nel Mediterraneo, in Africa e in Medio Oriente e ora partecipa alla costruzione di un nuovo sistema di sicurezza con Riad e Islamabad.

Questa crescente autonomia turca sta però incontrando in Siria la resistenza di un’altra potenza regionale. Il 18 agosto Israele ha colpito con otto raid la base aerea siriana di Abu al-Duhur, nel nord-ovest del Paese, danneggiandone la pista e alcune strutture di deposito. Il governo israeliano ha sostenuto che Damasco fosse sul punto di consentirvi il dispiegamento di militari turchi e che una presenza stabile di Ankara avrebbe rappresentato una minaccia per la sicurezza di Israele. Turchia e Siria hanno respinto questa ricostruzione: il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani ha confermato che ufficiali turchi avevano visitato la base, precisando tuttavia che la missione riguardava attività di addestramento e cooperazione militare e non la creazione di una base permanente. Pochi giorni prima dell’attacco, il direttore del Mossad e lo stesso ministro siriano avevano discusso in una rara conversazione telefonica proprio della presenza militare turca, della fornitura di armamenti e dei droni destinati alle forze di Damasco.

La Siria sta così diventando uno dei principali punti di frizione tra Ankara e Gerusalemme, e mostra anche i limiti e le tensioni della crescente tendenza al multipolarismo regionale: al precedente confronto tra Israele e Iran rischia di sovrapporsi una nuova competizione per l’influenza sull’ordine post-Assad.

L’episodio rivela anche come stia cambiando la funzione degli Stati Uniti. L’inviato americano per la Siria, Tom Barrack, ha definito i raid israeliani «un’escalation non necessaria» e ha spiegato che Washington sta lavorando alla costruzione di un meccanismo di deconfliction tra Israele, Turchia e Siria. Gli Stati Uniti continuano, dunque, a svolgere un ruolo di mediazione rilevante, ma appaiono sempre meno capaci di prevenire le iniziative unilaterali dei propri alleati o di ricondurne automaticamente gli interessi entro una strategia comune. Washington, anziché organizzare da sola gli equilibri regionali, è chiamata sempre più spesso a contenere le collisioni tra attori che agiscono con crescente autonomia.

L’Arabia Saudita continua ad avere negli Stati Uniti un partner strategico fondamentale, ma negli ultimi anni ha parallelamente approfondito i rapporti economici con la Cina, ristabilito nel 2023, con mediazione cinese, le relazioni diplomatiche con l’Iran e moltiplicato i propri strumenti di autonomia.

La reazione dell’Iran e i nuovi equilibri mediorientali 

È importante non interpretare la nuova geometria come la semplice nascita di un blocco antiamericano. È qualcosa di più sottile. Gli alleati di Washington non stanno necessariamente abbandonando gli Stati Uniti. Stanno cercando di assicurarsi la possibilità di agire anche quando Washington non voglia, non possa o non ritenga conveniente intervenire. La reazione di Teheran all’accordo è significativa proprio per questo. Il 10 agosto il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha affermato che l’Iran non vede necessariamente il patto tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita come una minaccia. Al contrario, Teheran vi ha riconosciuto il segnale di una maggiore volontà dei Paesi della regione di affidarsi alle proprie capacità anziché alle potenze esterne, precisando tuttavia che un’eventuale futura architettura di sicurezza regionale dovrebbe essere inclusiva e fondata su una corretta individuazione delle minacce comuni.

Naturalmente, sarebbe ingenuo concluderne che sia improvvisamente scomparsa la rivalità strategica tra Iran e Arabia Saudita o che Teheran possa entrare domani nella nuova alleanza. Ma proprio questa reazione suggerisce una distinzione essenziale. Un’alleanza militare e un’architettura regionale di sicurezza non sono necessariamente la stessa cosa. L’Iran potrebbe non diventare mai membro di un sistema difensivo guidato da Riad, Ankara e Islamabad e tuttavia diventare uno dei poli di un futuro equilibrio regionale. Il Medio Oriente potrebbe cioè evolvere non verso una “NATO islamica”, formula suggestiva ma probabilmente semplicistica, bensì verso un sistema nel quale diversi centri di potere – Arabia Saudita, Turchia, Iran, Egitto, Israele – costruiscono forme di deterrenza reciproca, mentre Stati Uniti, Cina e Russia continuano a esercitare influenza dall’esterno. Un equilibrio certamente instabile. Ma sempre meno dipendente da un unico garante.

Energia e sicurezza marittima: il Medio Oriente riguarda anche l’Europa 

Esiste, poi, un elemento materiale che spiega perché questa trasformazione stia accelerando: l’energia. La crisi dello Stretto di Hormuz ha ricordato ancora una volta che la globalizzazione non ha abolito la geografia. Le rotte commerciali, i porti, gli stretti e le infrastrutture energetiche continuano a essere strumenti di potere. E la vulnerabilità non riguarda soltanto i produttori. Nel 2024 la dipendenza energetica dell’Unione europea dalle importazioni era ancora pari al 57%: quasi sei unità di energia consumate su dieci provenivano quindi, in termini netti, dall’esterno dell’Unione.

Nel 2025 l’Ue ha importato prodotti energetici per 336,7 miliardi di euro, pari a 723,3 milioni di tonnellate. Il valore è diminuito dell’11,1% rispetto al 2024 e del 51,4% rispetto al 2022, ma resta sufficiente a mostrare la dimensione strategica della dipendenza europea (fonte: Eurostat).

È qui che la crisi mediorientale smette di essere regionale. Una perturbazione nello Stretto di Hormuz può trasformarsi rapidamente in aumento del prezzo del petrolio, crescita dei costi dei trasporti, inflazione e riduzione della competitività industriale europea. Alla fine di luglio, mentre Riad presentava il progetto di una coalizione multinazionale per la sicurezza del Mar Rosso, di Bab el-Mandeb e del Golfo di Aden, il Brent oscillava intorno ai 90 dollari al barile, dopo aver raggiunto durante la seduta del 30 luglio un massimo di 93,31 dollari. Alla riunione convocata dall’Arabia Saudita avevano partecipato 43 paesi e l’Unione europea, mentre quattordici Stati – tra cui Turchia, Pakistan, Egitto, Sudan e Gibuti – avevano sottoscritto una dichiarazione di sostegno alla proposta. Non si trattava ancora, quindi, di una coalizione operativa composta da quattordici membri, ma di un primo nucleo di sostegno politico a un progetto di sicurezza marittima regionale.

Il riarmo europeo e il paradosso della spesa senza autonomia 

È un dettaglio soltanto in apparenza. Perché mostra come le potenze regionali abbiano cominciato a reagire alla vulnerabilità delle rotte non soltanto attraverso la diplomazia, ma provando a costruire strumenti comuni di sicurezza. L’Europa, nel frattempo, si arma. E sarebbe sbagliato sostenere che sia rimasta immobile. I numeri raccontano una trasformazione impressionante. La spesa per la difesa dei paesi dell’Unione europea ha raggiunto 418 miliardi di euro nel 2025 e dovrebbe arrivare a 454 miliardi nel 2026, pari al 2,4% del Pil. Rispetto al 2021 l’aumento è del 75,3%. Gli investimenti propriamente militari, pari a 134 miliardi nel 2025, sono stimati vicino ai 163 miliardi nel 2026, con una crescita del 158,7% rispetto al 2021. I dati del Consiglio dell’Unione europea sono espressi a prezzi costanti 2025.

Anche i dati NATO confermano il cambiamento: nel solo 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa militare di oltre 90 miliardi di dollari a prezzi costanti del 2021, quasi il 20% in più in termini reali rispetto all’anno precedente.

E il processo è destinato a proseguire. Al vertice NATO dell’Aia del 2025 gli alleati hanno assunto l’impegno di investire annualmente entro il 2035 il 5% del proprio Pil nella difesa e nella sicurezza: almeno il 3,5% per le esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% per investimenti più ampi connessi alla sicurezza, alla resilienza, alle infrastrutture critiche e alla base industriale (fonte: NATO)

Parallelamente, l’Unione ha avviato il progetto Readiness 2030, con l’obiettivo di rafforzare capacità produttive, investimenti congiunti, prontezza militare e mobilità delle forze sul territorio europeo.

L’Europa, dunque, non si sta disarmando. Sta facendo esattamente il contrario. Ma, a differenza delle potenze protagoniste del nuovo multipolarismo regionale, essa non traduce automaticamente questo sforzo in un maggiore peso politico. Ed è proprio qui che nasce il paradosso: spendere di più non significa automaticamente contare di più. Tra il 2021 e il 2026 la spesa militare europea è aumentata di circa tre quarti. Eppure è altrettanto evidente che nello stesso periodo non sia aumentata in misura equivalente la capacità dell’Unione di determinare gli equilibri internazionali.

Il problema, dunque, non è soltanto quantitativo. È anzitutto politico. Il SIPRI calcola che nel quinquennio 2021-2025 le importazioni europee di grandi sistemi d’arma siano aumentate del 210% rispetto al periodo 2016-2020. Nello stesso quinquennio gli Stati Uniti hanno rappresentato il 42% delle esportazioni mondiali di major arms. Ma il dato ancora più significativo, osservato dalla prospettiva europea, è un altro: il 48% delle importazioni di grandi sistemi d’arma degli Stati europei è provenuto dagli Stati Uniti; tra i membri europei della NATO la quota americana è salita al 58%.

L’Europa investe, dunque, molto di più nella propria sicurezza, ma una parte significativa della crescita della sua capacità militare continua contemporaneamente a consolidare una dipendenza industriale e tecnologica esterna. È la differenza tra riarmo e autonomia strategica. Il primo può essere misurato in miliardi. La seconda dipende dalla capacità di produrre tecnologie, definire interessi comuni, assumere decisioni rapidamente e, soprattutto, utilizzare la forza potenziale come leva politica e diplomatica.

Il limite dell’unanimità e la difficile autonomia politica dell’Ue 

Esiste, infine, un limite istituzionale che nessun aumento della spesa militare può risolvere da solo. La politica estera e di sicurezza comune dell’Unione continua, salvo eccezioni circoscritte previste dai Trattati, continua a essere governata in larga misura dalla regola dell’unanimità. Ciò significa che ciascuno dei 27 Stati conserva, sui dossier più sensibili, un sostanziale potere di veto. Lo stesso principio caratterizza le decisioni fondamentali della politica comune di sicurezza e di difesa.

La conseguenza è strutturale. L’Europa può superare i 450 miliardi di euro di spesa militare e non possedere automaticamente una politica estera corrispondente. Può avere una delle maggiori economie del pianeta, un mercato di oltre 400 milioni di cittadini, capacità tecnologiche avanzate e un enorme peso commerciale, ma continuare a impiegare settimane per costruire una posizione comune su crisi che altri attori affrontano in ore o giorni. La potenza non è la semplice somma delle risorse disponibili. È la capacità di utilizzarle secondo una strategia.

Verso il multipolarismo regionale: middle powers e multi-allineamento 

Ciò che sta accadendo in Medio Oriente permette allora di osservare un fenomeno più vasto. Il mondo che sta emergendo non è semplicemente multipolare. Accanto alla competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina e al ruolo della Russia, stanno crescendo attori che aspirano a organizzare con maggiore autonomia il proprio spazio geopolitico. Non intendono necessariamente diventare superpotenze globali. È sufficiente diventare indispensabili nella propria regione. La Turchia cerca di esserlo tra Europa, Caucaso, Mediterraneo e Medio Oriente. L’Arabia Saudita nel Golfo e nel mondo arabo. L’India nell’Asia meridionale e nell’Oceano Indiano. Altri paesi perseguono, con strumenti, ambizioni e capacità differenti, strategie analoghe.

È un sistema più fluido rispetto alla Guerra fredda. Le alleanze diventano meno ideologiche, le partnership più variabili e gli interessi più selettivi. Un paese può acquistare armamenti da Washington, commerciare con Pechino, negoziare energia con Mosca e partecipare contemporaneamente a organizzazioni multilaterali insieme ai rivali degli Stati Uniti. Non è necessariamente incoerenza. È, sempre più spesso, la politica estera del mondo multipolare.

Il problema europeo: risorse economiche senza unità politica 

È proprio osservando queste potenze che emerge con maggiore chiarezza il problema europeo. L’Europa possiede molte più risorse economiche e tecnologiche di gran parte degli attori che oggi cercano di ridisegnare gli equilibri delle rispettive regioni, ma dispone di minore unità politica. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno interessi differenti e persino potenzialmente confliggenti. Eppure hanno ritenuto conveniente costruire un nuovo meccanismo di sicurezza comune. L’Unione europea possiede istituzioni comuni da decenni, un mercato unico, una moneta condivisa da gran parte dei suoi membri e una crescente integrazione industriale; eppure continua a interrogarsi sulla possibilità di trasformare tutto questo in una vera capacità geopolitica.

La guerra in Ucraina ne offre una dimostrazione particolarmente evidente. Secondo lo Ukraine Support Tracker del Kiel Institute, nei primi quattro mesi del 2026 gli Stati europei hanno mantenuto elevato il livello degli aiuti militari all’Ucraina, incrementando in particolare quelli destinati ai droni, per i quali gli stanziamenti europei hanno raggiunto circa 1,6 miliardi di euro nello stesso periodo, mentre gli aiuti finanziari e umanitari hanno registrato un netto rallentamento. (Kiel Institute for the World Economy)

L’Europa dunque paga, produce, finanzia e si arma. Ma la domanda decisiva rimane un’altra: riesce a trasformare questo crescente investimento in capacità di iniziativa politica? Perché una potenza non è tale soltanto quando può sostenere una guerra. Lo diventa pienamente quando può contribuire a determinarne la conclusione e, soprattutto, l’ordine che verrà dopo. Parlare di un mondo “dopo l’ombrello americano” non significa dunque immaginare un mondo senza gli Stati Uniti.

Washington rimarrà probabilmente ancora a lungo il principale attore militare occidentale. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno sostenuto circa il 60% della spesa complessiva per la difesa della NATO a prezzi e cambi correnti: circa 975,8 miliardi di dollari su un totale alleato prossimo a 1.630 miliardi (fonte: NATO).

Il cambiamento è più sottile. L’ombrello rimane, ma non è più percepito ovunque come sufficiente. Ed è proprio questa percezione che modifica i comportamenti degli Stati. Riad cerca Ankara e Islamabad. I Paesi del Golfo diversificano le proprie relazioni. La Turchia costruisce autonomia industriale e strategica. Le potenze regionali sperimentano nuove coalizioni, nuove partnership e nuovi sistemi di deterrenza. Non aspettano necessariamente che il nuovo ordine venga disegnato altrove. Provano a concorrere alla sua costruzione. L’Europa rischia, invece, una condizione paradossale: diventare progressivamente più forte sul piano militare senza diventare proporzionalmente più autonoma sul piano politico. Se così fosse, spendere 454 miliardi di euro per la difesa non basterebbe. Perché la questione fondamentale del nuovo ordine internazionale non sarà soltanto chi possiede più armi, ma chi è capace di trasformare risorse economiche, forza militare, tecnologia e diplomazia in una strategia coerente. Le potenze regionali sembrano averlo compreso.

Per l’Europa la scelta è ormai difficilmente rinviabile. Può continuare a essere uno dei principali finanziatori della sicurezza internazionale, uno dei maggiori mercati del mondo e uno dei territori più esposti alle conseguenze economiche e strategiche delle crisi decise altrove. Oppure può provare a diventare ciò che le sue dimensioni economiche, demografiche e tecnologiche le consentirebbero già di essere: un soggetto politico capace non soltanto di adattarsi all’ordine che cambia, ma di concorrere a costruirlo.

Non stiamo assistendo semplicemente al passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo, ma alla formazione di un sistema regionalmente multipolare, nel quale le potenze intermedie praticano forme crescenti di multi-allineamento strategico, costruendo relazioni differenziate con Washington, Pechino, Mosca e con gli altri poli emergenti.

La fine dell’ombrello americano non è ancora arrivata. Tuttavia, è già cominciata la fine del mondo nel quale quell’ombrello era, da solo, sufficiente a riparare dalle tempeste.

*Gabriele Cicerchia, analista e ricercatore dell’Eurispes

 

Bibliografia

Ministry of Foreign Affairs of Pakistan, Message to the Nation on the Signing of the Makkah Joint Defence Agreement, 7 agosto 2026. 

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Reuters, Israel and Turkey step up warnings over Syria after airbase bombing, 20 agosto 2026. Dichiarazioni turche e israeliane sulla base di Abu al-Duhur e sul meccanismo di deconfliction promosso dagli Stati Uniti.

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Reuters, Israeli airstrikes hit Syrian airbase, drawing Turkish condemnation, 18 agosto 2026. Dati sui raid israeliani contro la base di Abu al-Duhur, sui danni provocati e sulle reazioni di Siria, Turchia e Stati Uniti.

Reuters, Mossad chief, Syrian foreign minister discussed Turkish military deployments before strikes, sources say, 19 agosto 2026. Informazioni sulla conversazione tra il direttore del Mossad e il ministro degli Esteri siriano riguardante la presenza militare turca, la fornitura di armamenti e i droni.

Reuters, Iran says no reason to fear Pakistan-Turkey-Saudi security pact, 10 agosto 2026. Reazione ufficiale iraniana al Makkah Joint Defence Agreement.

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Commissione europea, White Paper for European Defence – Readiness 2030; Defence Readiness Roadmap 2030. Documentazione sulla costruzione delle capacità europee di difesa, sul rafforzamento della base industriale, sugli investimenti congiunti e sulla mobilità militare.

Consiglio dell’Unione europea, Unanimity e documentazione sulla politica estera e di sicurezza comune e sulla politica di sicurezza e di difesa comune. 

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