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La recidiva in Italia, il sistema penitenziario non riesce a perseguire la sua funzione rieducativa

di
Avv. Michele Andreano

La recidiva – in senso statistico e criminologico, prima ancora che giuridico – misura il tasso di ritorno al delitto dopo una condanna. Diversa dalla recidiva quale aggravante prevista dall’art.99 C.p., la recidiva come fenomeno sociale indica quante persone, una volta uscite dal carcere, vi fanno nuovamente ingresso. È il principale indicatore del fallimento o del successo della pena, e i numeri italiani raccontano un fallimento. In quest’ottica, se la Costituzione attribuisce alla pena una funzione rieducativa (art.27, comma III, Cost.), allora il tasso di recidiva misura quanto quella funzione sia effettivamente assolta. Il principio costituzionale non esprime una mera aspirazione: come ha chiarito la Corte costituzionale, «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», e su questo fondamento la Consulta ha progressivamente eroso automatismi legislativi che precludevano l’accesso ai benefici penitenziari senza una valutazione individualizzata del percorso trattamentale (cfr. Corte cost. n. 56/2021, con la quale ha dichiarato illegittima la preclusione assoluta della detenzione domiciliare per i condannati ultrasettantenni con aggravante della recidiva; Corte cost. n.253/2019, sui permessi premio e art.4-bis O.P.). Purtroppo, allo stato attuale, i dati disponibili restituiscono il seguente quadro: il sistema penitenziario italiano non riesce a perseguire la sua funzione rieducativa e produce con costanza la recidiva della popolazione carceraria. Questo fenomeno possiede costi umani, sociali ed economici significativi.

Disparità del tasso di recidiva tra detenuti occupati e disoccupati

Il dato cruciale, più volte confermato, è fornito dal report CNEL del 17 giugno 2025: il 68,4% di chi non ha svolto alcuna attività lavorativa durante la detenzione torna a delinquere, mentre il tasso di recidiva scende al 2% per chi è stato inserito in un percorso lavorativo. Negli ultimi tre anni la percentuale di recidiva tra i detenuti lavoranti si è attestata attorno al 2%, mentre per tutti gli altri rimane prossima al 70%. Questi dati trovano un fondamento normativo preciso. L’art.15 dell’Ordinamento Penitenziario stabilisce «… ai fini del trattamento rieducativo, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurato il lavoro» e l’art.20 O.P. precisa: «il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato», rafforzando il principio che l’organizzazione e i metodi del lavoro penitenziario «devono riflettere quelli del lavoro nella società libera al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale». Il collegamento tra lavoro e recidiva non è soltanto statistico ma causale: il lavoro in carcere, quando professionalizzante, incide sul tasso di recidiva perché fornisce al detenuto gli strumenti per un reinserimento reale nella società libera.

La recidiva come fenomeno sociale indica quante persone, una volta uscite dal carcere, vi fanno nuovamente ingresso

Il rapporto UCPI (Unione Camere Penali) sul D.L. 48/2025 riprende i dati del XIII Rapporto Antigone (2017) e del progetto CNEL del 2024: «si stima che il dato della recidiva possa calare fino al 2% per i detenuti che hanno avuto la possibilità di un inserimento professionale». Lo stesso documento mostra come la percentuale di detenuti lavoranti sia rimasta sostanzialmente stabile dagli anni Novanta a oggi (circa un detenuto su tre) mentre la popolazione carceraria è quasi raddoppiata, passando da 31.053 unità del 1991 a 54.653 del 2016, fino a raggiungere 62.476 detenuti presenti al 31 dicembre 2024, secondo i dati del Ministero della Giustizia riportati dal CNEL. Il modello di riferimento rimane il carcere di Bollate, dove su 1.288 detenuti ne lavorano 500 e il tasso di recidiva non supera il 18% (cfr. Relazione UCPI, 2025). Ciò dimostra che la recidiva può legarsi all’assenza di opportunità trattamentali.

La popolazione detenuta e il paradosso del sovraffollamento

Il Report del Garante Nazionale del Detenuto del 7 aprile 2026 fotografa con precisione la situazione attuale: 63.940 persone detenute a fronte di 51.264 posti di capienza regolamentare, con posti realmente disponibili (secondo i parametri CEDU) pari a 46.331, per un tasso di affollamento effettivo del 138% (cfr. Report Garante Nazionale, 7 aprile 2026, Tab.16). La serie storica ricostruita dal CNEL evidenzia una crescita costante: da 56.068 detenuti del 2004 a 61.861 del 2024, con un picco di 67.961 nel 2010. Il nesso tra sovraffollamento e recidiva non è sempre colto nella sua drammatica evidenza. Il sovraffollamento incide sulla recidiva perché comprime gli spazi umani, materiali e organizzativi per le attività trattamentali, la formazione e il lavoro.

Il sovraffollamento incide sulla recidiva perché comprime gli spazi umani, materiali e organizzativi per le attività trattamentali, la formazione e il lavoro

La mappa del sovraffollamento mostra situazioni estreme: 4 istituti superano il 200% di occupazione, 61 istituti sono oltre il 150%, e solo 23 strutture su 189 operano sotto la capienza regolamentare (cfr. Report Garante Nazionale, 7 aprile 2026, Tab.17-18). Guida la classifica Lucca (242,86%), seguita da Foggia (220,47%), Brescia Canton Mombello (208,24%) e Lodi (206,98%). Tra i grandi istituti, Poggioreale ospita 2.254 detenuti su 1.316 posti (171,28%), Secondigliano 1.567 su 1.111 (141,04%). Questi numeri non sono neutri rispetto alla recidiva. In un sistema in cui il 60,26% della popolazione detenuta (38.528 persone) si trova in sezioni chiuse, inclusi i circuiti di Alta Sicurezza e 41-bis, e solo il 39,74% (25.412 persone) è assegnato a sezioni a custodia aperta (cfr. Report Garante Nazionale, 7 aprile 2026, Tab.1), le opportunità trattamentali sono strutturalmente compresse. I reparti a vigilanza dinamica – un modello organizzativo che favorisce autonomia e responsabilizzazione, condizioni essenziali per un percorso rieducativo efficace – coinvolgono appena 14.396 persone (22,51% del totale), con forti disparità regionali: dal 42,96% del Triveneto al 3,91% della Calabria e al 9,97% della Campania (cfr. Report Garante Nazionale, 7 aprile 2026, Tab.2).

I detenuti avviati a percorsi esterni con inserimento lavorativo, vedrebbero il proprio tasso di recidiva crollare verso il 2%

Il 51,11% dei condannati definitivi (24.873 persone) ha una pena residua inferiore a 3 anni. Escludendo i soggetti con reati ostativi ex art. 4-bis O.P. (circa il 16%), il target effettivo per le misure alternative sale a circa 20.894 persone, pari al 43,12% della popolazione con pena residua 0-3 anni (cfr. Report Garante Nazionale, 7 aprile 2026, Tab.9). Si tratta di persone che, se avviate a percorsi esterni con inserimento lavorativo, vedrebbero il proprio tasso di recidiva crollare verso il 2%. Il sovraffollamento non è quindi soltanto una violazione dell’art.3 CEDU ma può risultare un fattore che incrementa la recidiva.

Recidiva e lavoro: i dati sulle opportunità occupazionali in carcere

Il Report CNEL del 2025 fornisce dati articolati sul lavoro penitenziario. Al 31 dicembre 2024, su 61.861 persone ristrette, 18.063 lavoravano alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria (29,2%), mentre solo 3.172 (5,1%) risultavano impiegati alle dipendenze di datori di lavoro esterni (cfr. Report CNEL, 17 giugno 2025). Nel ventennio 2004-2024, i detenuti lavoranti sono passati da 14.686 (26,6%) a 21.235 (34,3%), con una variazione positiva del 44,6%. Tuttavia, la quota di lavoranti alle dipendenze dell’Amministrazione si è mantenuta costantemente sopra l’80%, attestandosi all’85,1% nel 2024. Questa composizione è dirimente per comprendere il tasso di recidiva. Il lavoro alle dipendenze dell’Amministrazione (pulizie, cucina, manutenzione) ha una valenza professionalizzante modesta. Il lavoro esterno, disciplinato dall’art.21 O.P., è invece lo strumento che più direttamente incide sulla recidiva, perché crea un ponte reale con il mondo produttivo. Eppure, rappresenta appena il 5,1% del totale.

Se il lavoro esterno abbatte la recidiva al 2%, ogni detenuto a cui è precluso rappresenta una probabilità del 70% di tornare in carcere

La Relazione annuale 2025 del Garante campano aggiorna questi dati al 30 giugno 2025: in Italia i detenuti lavoranti sono 21.354. In Campania, su 7.963 detenuti presenti ad aprile 2026, i lavoranti sono 2.106, di cui 1.955 alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria e solo 151 non alle dipendenze dell’Amministrazione. Accedono al lavoro esterno (art.21 O.P.) 202 detenuti, mentre 174 sono in regime di semilibertà. I detenuti impegnati in lavori di pubblica utilità (art.20-ter O.P.) sono appena 27. Il dato campano sul lavoro esterno (151 detenuti su 7.963, pari all’1,9%) è la misura del fallimento del sistema rispetto alla prevenzione della recidiva. Se il lavoro esterno abbatte la recidiva al 2%, ogni detenuto a cui è precluso rappresenta una probabilità del 70% di tornare in carcere. Il nesso è lineare e documentato. Il quadro nazionale dei corsi di formazione professionale al primo semestre 2025 mostra che in Campania sono stati attivati 18 corsi con 253 iscritti, di cui 134 hanno terminato il percorso e 122 sono stati promossi. Numeri residuali rispetto a una popolazione detenuta di quasi 8.000 persone.

Il costo economico e sociale della recidiva

Il costo della recidiva non è misurabile solo in termini di sicurezza. La Relazione UCPI riporta una stima drammaticamente concreta: lo Stato spende 137 euro al giorno per ogni detenuto, ma di questi solo 11 euro vanno direttamente a beneficio della persona in carcere (fonte: Relazione UCPI, 2025, Capitolo IV). Su base annua, il costo pro capite supera i 50.000 euro. Se si considera che circa il 70% dei detenuti tornerà a delinquere dopo la scarcerazione, il costo sociale della mancata rieducazione è incalcolabile.

Nel 2025 si sono registrati 246 decessi negli istituti penitenziari italiani, di cui 91 suicidi

I dati del report del Garante Nazionale consentono di quantificare il costo della recidiva anche in termini di salute e vite umane. Nel 2025 si sono registrati 246 decessi negli istituti penitenziari italiani, di cui 91 suicidi. In Campania, nello stesso anno, si sono verificati 21 decessi, di cui 6 suicidi negli istituti penitenziari e uno nella REMS di San Nicola Baronia. Il sovraffollamento e l’assenza di prospettive trattamentali non sono soltanto fattori di recidiva: sono concause della disperazione che conduce a questi esiti. A fronte di tale scenario, il CNEL ha promosso risorse significative: la Cassa delle Ammende finanzia progetti per circa 70 milioni di euro, con 42 interventi attivi nel 2025, per un ammontare complessivo di 69.285.413 euro e circa 23.077 destinatari stimati. A ciò si aggiungono 280,3 milioni di euro per il Programma Operativo “Una giustizia più inclusiva” del Ministero della Giustizia e 5 milioni per il progetto “Second Horizon”. Risorse che, se indirizzate verso lavoro professionalizzante e formazione, potrebbero produrre un ritorno in termini di mancata recidiva enormemente superiore all’investimento.

Il deficit strutturale: ingressi e uscite dal sistema

Un dato particolarmente rilevante, emerso dal report del Garante Nazionale, riguarda il saldo tra ingressi e uscite: nel periodo aprile 2025-aprile 2026, a fronte di 41.633 ingressi dalla libertà, si sono registrate solo 29.972 uscite, con un deficit netto di -11.661 persone (cfr. report Garante Nazionale, 7 aprile 2026, Tab.10). Questo squilibrio strutturale – che interessa tutte le regioni tranne la Valle d’Aosta – costituisce uno dei principali fattori di alimentazione del sovraffollamento e, per questa via, della recidiva. L’accumulo annuale di circa 12.000 persone genera un effetto a spirale: satura progressivamente le strutture, comprime le risorse trattamentali, riduce le opportunità di lavoro e formazione, e così facendo alimenta il tasso di recidiva, che a sua volta produce nuovi ingressi. È un circolo vizioso di cui il deficit strutturale è il motore.

Il deficit straniero incide in modo particolare: in assenza di percorsi di reinserimento e con scarse prospettive di regolarizzazione, il rischio di recidiva è particolarmente elevato

La componente straniera, che rappresenta il 41% degli ingressi (17.075 persone), registra un deficit specifico di -3.256 unità. I dati del report mostrano che gli stranieri costituiscono il 46,10% delle uscite totali (13.819 persone), ma il volume assoluto del deficit contribuisce significativamente alla pressione complessiva sul sistema. Con un tasso di espulsione di appena il 2,3% (453 espulsioni a fronte di circa 20.000 detenuti stranieri, cfr. report Garante Nazionale, 7 aprile 2026, Tab.13), e con una concentrazione di stranieri nelle fasce d’età più giovani (49,3% nella fascia 18-24 anni, 45,6% nella fascia 25-34 anni, cfr. Tab.15), il deficit straniero incide in modo particolare sulla recidiva: si tratta di persone che, in assenza di percorsi di reinserimento e con scarse prospettive di regolarizzazione, presentano un rischio di recidiva particolarmente elevato.

Il lavoro in carcere, quando professionalizzante, incide sul tasso di recidiva perché fornisce al detenuto gli strumenti per un reinserimento reale nella società libera

Le cinque regioni con i divari più critici – Lombardia (-1.738), Sicilia (-1.449), Campania (-1.421), Lazio (-1.407) e Puglia (-1.371) – concentrano oltre il 60% del deficit nazionale e sono le stesse che registrano i tassi di sovraffollamento più elevati. La Puglia, con un tasso di sovraffollamento del 175,19% e un deficit di -1.371 persone tra ingressi e uscite, è l’emblema di come il deficit strutturale si traduca in condizioni detentive che rendono impossibile qualsiasi percorso rieducativo efficace.

La messa alla prova: un canale deflattivo cruciale

L’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova, introdotto per gli adulti dalla Legge 28 aprile 2014, n.67, e disciplinato dall’art.168-bis del codice penale, rappresenta uno dei principali strumenti deflattivi e di prevenzione della recidiva. Consente all’imputato, per reati puniti con pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, di chiedere la sospensione del processo con svolgimento di un programma che include lavoro di pubblica utilità e condotte riparatorie. L’esito positivo estingue il reato (art.168-ter C.p.). La Cassazione ha chiarito che l’istituto «costituisce un procedimento speciale alternativo al giudizio ordinario», collocato sistematicamente nel Titolo V-bis del Libro VI del codice di procedura penale (Cass. pen., Sez.II, n.18265/2015). La medesima giurisprudenza ha escluso che la messa alla prova abbia natura di sanzione penale in senso stretto, configurandosi piuttosto come “una forma anticipata del procedimento” alternativa alla celebrazione del giudizio (Cass. pen., Sez.F, n.42318/2014).

La messa alla prova evita l’ingresso nel circuito carcerario e offre un percorso di reinserimento immediato

Il collegamento con la recidiva è duplice. In primo luogo, la messa alla prova evita l’ingresso nel circuito carcerario – il principale fattore criminogeno – e offre un percorso di reinserimento immediato. In secondo luogo, la previsione del lavoro di pubblica utilità e delle condotte riparatorie incide sugli stessi fattori che la ricerca criminologica indica come determinanti per abbattere la recidiva. La messa alla prova persegue quindi finalità non solo risocializzanti, ma anche sanzionatorie e deflattive.

Il potenziamento della messa alla prova rappresenta il più efficace investimento nella prevenzione della recidiva oggi disponibile nell’ordinamento

Dal punto di vista statistico, a livello nazionale, nel 2025, risultano 3.273 giovani coinvolti in percorsi di messa alla prova minorile, prevalentemente in àmbito domiciliare (2.684), mentre 589 sono inseriti in comunità educative. Per gli adulti, il carico degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UEPE) della sola Campania registra 15.550 soggetti in carico, di cui 4.982 (32%) in messa alla prova, con una forte concentrazione sull’U.E.P.E. di Napoli (2.514 soggetti) e Salerno (1.283). Il dato conferma la MAP come misura trainante nell’esecuzione penale esterna. Il potenziamento della messa alla prova rappresenta il più efficace investimento nella prevenzione della recidiva oggi disponibile nell’ordinamento. Ogni percorso MAP concluso con esito positivo è un processo penale evitato, un carcere non affollato, una risorsa trattamentale liberata per chi resta in esecuzione penale intramuraria.

Profilo della popolazione detenuta e recidiva

Il report del Garante Nazionale del 7 aprile 2026 consente di tracciare un profilo statistico aggiornato che, letto attraverso la lente della recidiva, rivela criticità specifiche. I definitivi rappresentano il 69,40% della popolazione detenuta (44.375 persone), mentre le persone in attesa di primo giudizio sono 9.118 (14,26%). Tra queste ultime, l’incidenza straniera sale al 37,01% (cfr. report Garante Nazionale, 7 aprile 2026, Tab.4). Questo dato è rilevante per la recidiva perché la popolazione in attesa di giudizio – che per definizione non ha ancora una condanna definitiva – è esclusa dall’accesso alle misure alternative e ai percorsi trattamentali previsti per i condannati, restando in una sorta di limbo.

I reati contro il patrimonio e le violazioni della legge droga sono quelli che più risentono dell’assenza di opportunità lavorative e di percorsi di reinserimento

Per tipologia di reato ascritto, i reati contro il patrimonio sono 36.864 (23,66%), seguiti dai reati contro la persona (29.108, 18,68%), dalla violazione della legge droga (21.724, 13,94%) e dai reati contro la Pubblica Amministrazione (12.496, 8,02%). L’associazione di stampo mafioso (416-bis) conta 9.412 persone, con una presenza straniera molto limitata (225, lo 0,55%). La distribuzione per tipologia di reato ha un impatto differenziato sulla recidiva. I reati contro il patrimonio e le violazioni della legge droga – che insieme rappresentano oltre il 37% dei reati ascritti – sono quelli che più risentono dell’assenza di opportunità lavorative e di percorsi di reinserimento. Sono reati strettamente legati a condizioni di marginalità sociale ed economica, per i quali il lavoro rappresenta il principale fattore di desistenza. Non è un caso che la componente straniera sia sovrarappresentata proprio in queste categorie (26,31% dei reati patrimoniali e 15,21% delle violazioni della legge droga).

La distribuzione per età mostra che la fascia 25-44 anni concentra oltre il 50% della popolazione detenuta(14.670 nella fascia 25-34 e 17.681 in quella 35-44), mentre i detenuti con più di 60 anni sono 6.765. La concentrazione nelle fasce d’età centrali – quelle della piena capacità lavorativa – indica un potenziale di reinserimento produttivo enorme e inutilizzato. Per queste persone, l’accesso al lavoro durante la detenzione non è soltanto un diritto sancito dall’ordinamento penitenziario, ma la leva più efficace per spezzare il ciclo della recidiva.

L’istruzione e la formazione: strumenti per l’abbattimento del rischio di reiterazione del reato

Il report CNEL del 2025 mostra che nell’anno scolastico 2023-2024, 19.000 detenuti hanno frequentato percorsi di istruzione (31,3% della popolazione detenuta), con un tasso di successo del 56,9% per i corsi di secondo livello. I corsi di formazione professionale hanno coinvolto 4.459 detenuti (7,2% del totale), con un tasso di promozione dell’87,5%. Anche in questo àmbito, il nesso con la recidiva è mediato dal lavoro: l’istruzione e la formazione professionale abbattono la recidiva nella misura in cui aumentano l’occupabilità del detenuto una volta libero. Il dato del 7,2% di detenuti coinvolti in corsi di formazione professionale – meno di un detenuto su quattordici – è la misura del divario tra ciò che il sistema potrebbe fare per prevenire la recidiva e ciò che effettivamente fa.

Le carceri francesi e tedesche riescono a far lavorare rispettivamente quasi il 50% e il 65% dei detenuti, contro il 30% italiano

Sul fronte universitario, nell’anno accademico 2023-2024 risultano iscritti 1.707 detenuti, di cui 1.509 in carcere, con 39 laureati nel 2023. La Relazione campana aggiorna il dato dell’anno accademico 2024-2025: 1.837 iscritti in 47 Atenei, con una crescita continua (da 768 iscritti nel 2018-2019 a 1.837 nel 2024-2025). In Campania, i detenuti iscritti all’università sono 105, di cui 85 a Secondigliano. Sebbene in crescita, questi numeri restano marginali rispetto a una popolazione detenuta di oltre 63.000 persone. Il confronto europeo è impietoso: le carceri francesi e tedesche riescono a far lavorare rispettivamente quasi il 50% e il 65% dei detenuti, contro il 30% italiano (cfr. Relazione UCPI, 2025). Se il tasso di recidiva di chi lavora è del 2%, il differenziale tra l’Italia e i paesi europei più virtuosi nel tasso di occupazione carceraria si traduce in un differenziale nel tasso di recidiva. Non è una questione di risorse, ma di scelte organizzative e di politiche penitenziarie.

Esiste una correlazione significativa tra accesso al lavoro in carcere e riduzione della recidiva che dovrebbe essere posta al centro del dibattito sulle politiche penitenziarie

In estrema sintesi, i dati riportati suggeriscono una correlazione significativa tra accesso al lavoro in carcere e riduzione della recidiva – dal 70% al 2% – che meriterebbe di essere posta al centro del dibattito sulle politiche penitenziarie. Con un tasso di affollamento del 138% e un deficit strutturale di quasi 12.000 unità l’anno, appare difficile immaginare un’inversione di tendenza senza interventi sulla capacità trattamentale del sistema. Le risorse stanziate offrono una base di partenza non trascurabile, ma il loro impiego effettivo dipenderà dalla volontà di colmare il divario con i modelli europei sul fronte del lavoro professionalizzante. Si impone quindi una riflessione, ovvero se l’attuale impostazione organizzativa degli istituti penitenziari – fondata più sulla custodia che sul reinserimento – sia ancora sostenibile, prima che i numeri impongano risposte che oggi appaiono ancora rinviabili.

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