Davide Catania è l’imprenditore che nel 2002 ha dato vita al tour operator Alidays, trasformando un’esperienza nata quasi per caso nel mondo dei viaggi studio in un’azienda specializzata nella costruzione di viaggi su misura. Il suo rapporto con il turismo comincia quando è ancora studente alla Cattolica di Milano e lavora nell’ambito dei servizi culturali e turistici dell’ISU. Da lì arrivano i primi viaggi negli Stati Uniti, l’esperienza con i gruppi universitari e, progressivamente, l’idea di ampliare l’attività.
Catania racconta, però, di non essere arrivato al turismo spinto dalla passione per il viaggio in sé. La sua motivazione, dice, è soprattutto quella di creare un servizio capace di aiutare le persone a viaggiare bene. È un’impostazione che nel tempo è diventata parte della filosofia di Alidays: tecnologia e organizzazione devono essere al servizio del rapporto con il cliente, non sostituirlo. Oggi l’azienda conta 100 dipendenti e nel 2025 ha raggiunto 86,5 milioni di euro di fatturato. Ma, guardando ai quasi 25 anni di storia, Catania continua a indicare nelle persone e nella capacità di ascolto il vero elemento distintivo dell’impresa.
Come è iniziato il suo rapporto con il turismo?
È iniziato quasi per caso. Ero ancora studente alla Cattolica e lavoravo all’ISU, l’Istituto per il diritto allo studio universitario, nell’ambito dei servizi culturali e turistici. All’interno c’era anche l’organizzazione di viaggi studio presso università americane. Un imprenditore che era anche studente mi coinvolse per seguire la vendita dei programmi di studio. Poi cominciai ad accompagnare i gruppi. Andavo in California, alla San Diego State University, e dal 1990 al 1999 ho viaggiato tutti gli anni, anche più volte nello stesso anno, seguendo i gruppi e mantenendo il contatto con gli studenti. Erano quasi tutti universitari. Io ero ancora molto giovane e all’inizio era soprattutto un’esperienza di condivisione, anche divertente. È così che mi sono avvicinato al mondo del turismo.
Quando ha capito che poteva esserci qualcosa di più?
Intorno al 1996-97 proposi al titolare dell’impresa di creare una sezione separata dedicata alle attività turistiche, una linea da proporre alle agenzie di viaggio. All’inizio fu difficile. Avevo anche provato, insieme ad alcuni colleghi e a un ingegnere informatico, a entrare nel mondo online. All’epoca, però, per fare impresa su internet servivano capitali importanti e il progetto fu congelato dopo gli eventi dell’11 settembre. Fu allora che decisi di iniziare da solo. Era marzo del 2002.
Come è nata la scintilla imprenditoriale?
Dalla volontà di far stare bene le persone attraverso il viaggio. La mia idea era quella di creare un’azienda di servizi capace di far stare bene il cliente e ho trovato nel viaggio un bene unico, in grado di generare un “benessere per sempre”. Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo decisivo nella mia storia. Quando accompagnavo i gruppi in California organizzavo anche i weekend: San Francisco, Los Angeles, Yosemite, Las Vegas e soprattutto i parchi nazionali. È riaffiorato un ricordo dell’infanzia. Quando ero bambino, a casa si guardavano i film western del lunedì sera. Era una passione che condividevo con mio padre. Quei film ci facevano viaggiare con la fantasia. Quando ho ritrovato quei paesaggi, i parchi nazionali e quel meraviglioso altopiano chiamato Monument Valley, icona dei film western e terra sacra dei Navajo, ho ritrovato in me quei piacevoli e indimenticabili ricordi di bambino, vissuti accanto a mio padre. Sensazioni uniche, ancora oggi vive, che mi hanno fatto capire quanto possa essere potente il viaggio: può riportarci a un passato piacevole, ma anche permetterci di costruire memorie nuove da rivivere in futuro. Da qui ho pensato che sarebbe stato bello disegnare esperienze capaci di far vivere quelle sensazioni alle persone. Non soltanto vedere un luogo, ma ritrovare o scrivere qualcosa di sé, della propria vita e della propria memoria, passata e, perché no, futura.
È stata fortuna o capacità imprenditoriale?
Probabilmente un po’ di fortuna, o forse la capacità di schivare la sfortuna. Ma soprattutto tanto lavoro e molto di quello che mi hanno insegnato le persone che ho incontrato. Ho sempre osservato con curiosità chi avevo intorno a me. L’imprenditore che mi ha fatto iniziare questa attività mi ha insegnato molto. E ho sempre cercato di circondarmi di colleghi possibilmente più bravi di me, perché anche come imprenditore si continua a imparare. Non mi considero un manager. Cerco piuttosto di mettermi da parte, spesso senza riuscirci, per mettere le persone giuste nelle condizioni di fare le cose.
Qual è l’elemento che distingue Alidays?
Siamo nati con l’ago e il filo in mano. Gli Stati Uniti sono stati la prima destinazione e siamo stati bravi, o fortunati, a replicare il modello del viaggio su misura anche su altre destinazioni. Quando eravamo pochi e giovani abbiamo cercato di investire nella tecnologia per riuscire a fare i “sarti”. Oggi può sembrare un ossimoro parlare di sarto e tecnologia, ma non lo è. Nel 2006, dopo alcuni anni, abbiamo introdotto un software sviluppato appositamente per noi. Quello strumento, insieme alla capacità e alla flessibilità delle persone e al rapporto umano con il cliente, ci ha permesso di fare un salto importante. Poi, nel tempo, abbiamo costruito tutto intorno al servizio, all’assistenza e anche al coraggio di correggere gli errori. Chi lavora sbaglia. Noi non siamo perfetti e non ci nascondiamo quando sbagliamo. Cerchiamo di riconoscere l’errore e di risponderne.
Oggi la tecnologia, e in particolare l’Intelligenza artificiale, sta cambiando il turismo. Come la state affrontando?
Siamo sempre andati a braccetto con la tecnologia, anche commettendo degli errori. Con l’Intelligenza artificiale siamo partiti forse troppo presto: è uno strumento difficile da governare. Oggi abbiamo raggiunto un livello di consapevolezza maggiore e la utilizziamo molto, soprattutto per i processi interni e come supporto ai colleghi nelle attività operative. Serve a creare efficienza e a rendere meno manuali alcune attività. Ma il tempo che recuperiamo deve essere utilizzato per fare altro: conoscere meglio le destinazioni, parlare con il cliente, consigliarlo. Perché il ruolo di Alidays è capire quale sia la soluzione migliore dopo averlo ascoltato.
Perché oggi un viaggiatore dovrebbe affidarsi a un consulente?
Ci sono almeno due motivi. Il primo è la gestione tecnica del viaggio. Un professionista può avere più esperienza, più contatti e sapere chi chiamare nel momento giusto: dal volo cancellato all’uragano. Ma non dobbiamo pensare al consulente soltanto quando qualcosa è da sistemare. Il suo valore è anche trasformare il viaggio in qualcosa di memorabile. Viaggiare ti fa crescere, ti mette a confronto con altre realtà. Per fare questo serve qualcuno che sappia guidarti e capire che cosa è importante per te.
Che cosa significa per lei vincere nel lavoro?
Il piacere di creare piacere. La remunerazione è la sintesi di un lavoro, non è la partenza. A me piace vincere, ma non a qualsiasi prezzo. Conta anche come vinci. Se giochi bene, è più probabile che tu vinca. Dallo sport ho imparato molto. Amo le sfide. Ci sono campioni che arrivano dove arrivano perché lavorano duro. Per me è lo stesso. Il risultato è il riconoscimento che il mercato ti dà se lavori bene. Nel tuo controllo devi fare le cose al meglio, e non c’è mai un limite al meglio.
Qual è la cosa che non vuole perdere nei prossimi anni?
L’identità. Non è negoziabile, perché è quello che il cliente ci riconosce. Stiamo andando verso i 25 anni e, guardando a questo percorso, la differenza l’hanno fatta le persone, non la tecnologia. Abbiamo uno zoccolo duro di colleghi che è con noi da molti anni. Alcune persone sono andate via, naturalmente, ma la filosofia deve essere sostenuta. Non tutti riescono a interpretarla, ma non vogliamo perdere la nostra identità. Alidays esiste grazie alle persone che ci sono da tanti anni. Non è una questione di rispettare una filosofia che appartiene a me: appartiene a tutti. Chi arriva oggi deve capire che l’azienda è arrivata fin qui grazie al lavoro dei colleghi che c’erano prima e che ci sono oggi.
Dopo quasi 25 anni, che cosa continua a spingerla?
La sfida e il piacere di vedere il risultato di un lavoro fatto bene. Mi piace molto un’immagine legata allo sport. Ammiro immensamente Maradona e Messi, che considero talenti naturali, ma se devo scegliere un modello preferisco Franco Baresi. Non possiamo dire che sia nato fenomeno: lo è diventato attraverso il lavoro, la costanza, la perseveranza e il sacrificio. Per me è la stessa cosa nell’impresa. Il risultato arriva se lavori molto, se osservi, se impari dagli altri e se continui a cercare di fare meglio. E, forse, la parte più difficile è proprio questa: capire che non c’è mai un punto in cui puoi dire di aver raggiunto definitivamente il meglio.

