Stipendi dei magistrati: il nodo da un miliardo di euro
Ha destato particolare attenzione la notizia riguardante l’adeguamento degli stipendi dei magistrati, da conteggiare a partire dal 2018, con costi che graverebbero sul bilancio dello Stato per quasi un miliardo di euro. Tale situazione è la risultante finale di pronunce della giurisdizione amministrativa (Tar del Lazio e Consiglio di Stato), alle quali si dovrebbe dare ottemperanza.
Tuttavia, la Presidente del Consiglio ha pubblicamente dichiarato che non firmerà alcun provvedimento che comporti una tale spesa, tenuto conto della particolare contingenza economica e della entità degli interventi che il Governo disporrà per andare incontro alle pressanti esigenze che alcune categorie produttive si trovano ad affrontare a causa della perdurante crisi energetica.
Le origini della vicenda: il DPCM del 2021 e la media ponderata
La vicenda, pur essendo deflagrata con clamore mediatico nei giorni scorsi su tutti i media, è da ricollegare a fatti e situazioni risalenti già a qualche anno fa. In particolare, con il DPCM del 6 agosto 2021, l’allora Governo Draghi aveva stabilito che per il calcolo degli incrementi retributivi da erogare ai magistrati si applicasse la media ponderata (e non quella semplicemente aritmetica) degli aumenti intervenuti per le altre categorie di dipendenti pubblici a seguito dei rinnovi contrattuali.
L’Associazione nazionale magistrati aveva contestato tale modalità di calcolo, proponendo ricorso al Tar del Lazio, il quale però lo aveva bocciato (sentenza n. 14992 del 2024). Contro tale pronuncia l’Anm aveva promosso appello al Consiglio di Stato (sollevando altre questioni collaterali sempre in merito agli adeguamenti retributivi), il quale lo accoglieva con sentenza n. 6004 del 9 luglio 2025.
Nelle motivazioni della pronuncia veniva chiarito che l’utilizzo della media ponderata non sarebbe conforme alla lettera della legge, mentre lo è l’applicazione della media aritmetica. Ciò ha comportato che per il triennio 2018-2020 l’incremento stipendiale, che era stato fissato al 4,85%, venisse rideterminato in aumento dall’Istat al 6,22%.
Il triennio 2021-2023 e il conto finale
Nel frattempo, per il triennio 2021-2023, un successivo DPCM del 3 giugno 2024 aveva disposto l’adeguamento stipendiale, utilizzando sempre il sistema della media ponderata. Anche in questo caso l’Anm proponeva ricorso, e il Tar del Lazio lo ha accolto, pronunciandosi in tal senso il 14 agosto scorso (sentenza n. 1417).
La rivalutazione degli importi, considerando anche il triennio 2024-2026, ormai prossimo a completarsi, dovrebbe raggiungere la cifra di quasi un miliardo di euro, perché interessa circa 11 mila persone tra magistrati ordinari, amministrativi e contabili, cui sono da aggiungere gli Avvocati dello Stato.
Nessun effetto traino per le altre categorie pubbliche
Sono state espresse preoccupazioni circa un effetto traino delle pronunce del Consiglio di Stato e del Tar del Lazio anche per altre categorie di dipendenti pubblici non contrattualizzati (ad esempio professori universitari e militari) ma ciò sembra da escludere, avendo il Consiglio di Stato chiarito che la volontà legislativa è quella «di riservare al meccanismo di adeguamento delle retribuzioni del personale della magistratura delle caratteristiche di specialità, che trova giustificazione nel valore della funzione giurisdizionale».
Si possono congelare gli aumenti? I paletti della Corte Costituzionale
Quanto alla possibilità di “congelare” tali aumenti retributivi, giova ricordare che la Corte Costituzionale ha chiarito, con la sentenza n. 135 del 28 luglio 2025, che il meccanismo di adeguamento retributivo costituisce una delle garanzie dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati, che, tuttavia, può ammettere «deroghe in via temporanea ed eccezionale».

