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Povertà educativa: perché serve un welfare che generi valore oltre che sostegno

di
Marialuisa Pinna*

Quasi uno studente su otto arriva alla fine della scuola media senza le competenze di base, pur avendo concluso regolarmente il percorso. Secondo il Rapporto nazionale Invalsi 2026, la dispersione implicita al termine del secondo ciclo – con studenti che concludono gli studi con apprendimenti del tutto inadeguati – è scesa al 6,3%, dall’8,7% del 2025: il valore più basso della serie storica. Restano però forti divari territoriali: in Calabria, Sicilia e Sardegna circa metà degli studenti di terza media non raggiunge livelli adeguati in Italiano, mentre al Nord si resta sotto il 10%.

La povertà educativa, inoltre, non colpisce tutti allo stesso modo. È più che doppia tra i ragazzi di famiglie socioeconomicamente svantaggiate, quasi tripla tra chi ha accumulato ritardi scolastici (32,2% contro 11%) e nettamente più alta tra gli studenti di prima generazione immigrata (22,5% contro 11,6%). A livello di sistema, l’indicatore che misura l’eterogeneità delle opportunità formative non rientra mai nella soglia di accettabilità e tra il 2023 e il 2025 è peggiorato.

È da questo quadro che parte la scheda dell’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes dedicata ai Patti educativi di comunità e al welfare generativo.

Un fenomeno con più dimensioni

La povertà educativa non coincide con la sola mancanza di istruzione formale. È un fenomeno che intreccia povertà materiale, esclusione sociale ed emarginazione con forme di disagio come l’abbandono scolastico, il mancato raggiungimento dei livelli essenziali di competenza e l’accesso limitato alle opportunità di formazione.

La letteratura distingue quattro classi di povertà educativa: povertà economica, ecologica, pedagogica e delle capabilities individuali, cioè della capacità di orientare in modo consapevole e autonomo la propria traiettoria di vita. Le prime tre richiedono interventi sul sistema: più servizi, più risorse, più formazione per gli insegnanti. La quarta, invece, chiede di coinvolgere direttamente le persone nel contrasto alla povertà educativa che le riguarda.

I limiti del welfare tradizionale

Per contrastare la povertà educativa, e più in generale le nuove vulnerabilità, il welfare tradizionale mostra però i suoi limiti. Nel 2023 la spesa per i servizi sociali dei Comuni ha raggiunto 11,6 miliardi di euro, pari a 160 euro per abitante, con un divario che va dai 215 euro del Nord-Est agli 89 del Mezzogiorno. Un welfare che si limita a «raccogliere e redistribuire» non è riuscito a ridurre le disuguaglianze e ha finito, anzi, per accentuarle, alimentando una logica di diritti senza doveri.

Dall’assistenza all’investimento sociale

Il welfare generativo propone un cambio di prospettiva: chi riceve un aiuto non è più un destinatario passivo, ma un soggetto attivo e corresponsabile del proprio benessere e di quello della comunità. L’alternativa al welfare «degenerativo», scrivono Benvegnù-Pasini e Vecchiato, è «lottare insieme con i poveri contro la povertà». Il sostegno ricevuto diventa così un investimento che la persona è chiamata a far fruttare, secondo l’idea dei «diritti a corrispettivo sociale».

Il corrispettivo non ha valore punitivo. È il riconoscimento che chiunque, nelle giuste condizioni, può restituire alla collettività una parte di ciò che ha ricevuto, in tempo, competenze o impegno civico. L’aiuto smette di essere un sussidio a fondo perduto e diventa l’inizio di un circolo virtuoso.

La Fondazione Zancan ha sistematizzato questo modello nelle cosiddette «5 R». Raccogliere e redistribuire restano la base del welfare tradizionale, necessaria ma non più sufficiente. A queste si aggiungono tre funzioni propriamente generative: rendere, cioè usare le risorse in modo produttivo, misurando i risultati e investendo in ciò che funziona; rigenerare, ovvero mettere le persone aiutate in condizione di diventare a loro volta produttrici di valore; responsabilizzare, coinvolgendo i beneficiari nella definizione dei progetti che li riguardano attraverso patti basati su impegni reciproci.

Applicato alla povertà educativa, questo approccio sposta la domanda di fondo: non più soltanto quante risorse destinare alla scuola e ai servizi, ma come mettere studenti, famiglie e territori nelle condizioni di diventare parte della soluzione. È proprio dove si concentrano i divari che i dati Invalsi continuano a registrare che il welfare generativo è chiamato a dimostrare di poter fare la differenza.

*Marialuisa Pinna, ricercatrice dell’Eurispes

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