Quanto e come dormono gli italiani
Quanto e come dormono gli italiani? Una domanda tutt’altro che oziosa, ora che il sonno è entrato nel dibattito pubblico come elemento fondamentale della salute. Uno studio condotto nel 2019 dall’Istituto superiore di sanità in collaborazione con CERGAS-Bocconi e Istituto Mario Negri aveva rilevato che una quota consistente di italiani che si confronta con disturbi del sonno: circa uno su tre dichiarava di dormire troppo poco, uno su sette era insoddisfatto della qualità del proprio sonno, la durata media dichiarata era di circa sette ore per notte, ma quasi il 30% dormiva sei ore o meno.
Più di recente, un’indagine di AstraRicerche per Integratori & Salute, associazione del comparto, rileva che quasi tre intervistati su quattro (74,5%) riferiscono difficoltà ad addormentarsi almeno occasionalmente nel corso della settimana e oltre un terzo (35,4%) le sperimenta spesso o sempre. Stress e ansia lieve sono indicati dal 61% come i principali fattori che incidono sul riposo, seguiti dalle preoccupazioni lavorative (21%) e dall’uso serale di dispositivi elettronici (17%), un’abitudine che nella Generazione Z riguarda quasi un giovane su due (46%). Dati da leggere con cautela, vista la fonte, ma coerenti con quelli istituzionali e più in generale con la letteratura scientifica.
Il sonno, pilastro della salute fisica e mentale
Il sonno, a lungo considerato un tempo improduttivo, sacrificabile alle esigenze del lavoro, dello studio e della vita sociale, è oggi riconosciuto come uno dei pilastri della salute fisica e mentale, al pari dell’alimentazione e dell’attività fisica. Un riposo insufficiente o disturbato può compromettere attenzione, capacità di concentrazione e tempi di reazione, con conseguenze che si estendono dal rendimento scolastico e lavorativo alla sicurezza stradale, mentre nel lungo periodo la letteratura scientifica documenta associazioni con un maggior rischio di patologie cardiovascolari, disturbi metabolici e problemi di salute mentale.
Questa riscoperta ha prodotto effetti positivi, a partire da una maggiore consapevolezza, ma ha generato anche fenomeni nuovi: le routine serali condivise sui Social, i dispositivi indossabili che ogni mattina assegnano un punteggio alla notte appena trascorsa, la crescita del mercato degli integratori e, sul versante opposto, la comparsa di forme di ansia legate proprio alla ricerca del riposo perfetto.
Perché gli italiani dormono male
Perché, allora, si dorme male? Ritmi lavorativi intensi, turnazioni, preoccupazioni economiche, difficoltà nel conciliare lavoro e responsabilità familiari e una crescente sovrapposizione fra tempo professionale e privato contribuiscono a ridurre lo spazio dedicato al riposo e influiscono sulla sua qualità. A questi fattori si aggiunge l’iperconnessione digitale: notifiche, Social e messaggi di lavoro accompagnano ogni momento della giornata, fino a pochi minuti prima di addormentarsi. Fra gli adolescenti il problema assume caratteristiche particolari, perché l’utilizzo serale dei dispositivi si combina con ritmi biologici che tendono naturalmente a posticipare l’addormentamento, mentre gli orari scolastici impongono risvegli anticipati.
Non tutti, però, hanno la stessa possibilità di intervenire sulle proprie abitudini: lo studio Iss del 2019 rileva che insoddisfazione e durata insufficiente del riposo erano più frequenti tra le persone con redditi e condizioni socioeconomiche più basse. Chi lavora su turni, affronta lunghi spostamenti quotidiani, vive in abitazioni rumorose o assiste familiari non autosufficienti dispone di margini molto ridotti per seguire le raccomandazioni sull’igiene del sonno. Il riposo diventa così un ulteriore elemento di disuguaglianza.
I disturbi del sonno che sfuggono alla diagnosi
Una parte del problema ha, invece, natura clinica, ma resta in larga misura non diagnosticata. Secondo uno studio del CERGAS-Bocconi ripreso da Fortune Italia nell’ottobre 2025, sono circa 24 milioni gli italiani con disturbi respiratori del sonno di diversa entità, 12,3 milioni dei quali in forma moderata o grave, ma soltanto 230 mila persone ricevono una terapia adeguata. Il costo sanitario ed economico associato supererebbe i 30 miliardi di euro l’anno, tra giornate lavorative perse, incidenti stradali e sul lavoro e aggravamento di patologie come diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari. Le apnee ostruttive colpiscono soprattutto gli uomini, mentre nelle donne è più diffusa l’insonnia, che tuttavia viene spesso attribuita allo stress o agli impegni familiari e per questo non riconosciuta come disturbo.
Dallo sleep maxxing allo sleep divorce
Mentre cresce la consapevolezza dell’importanza del sonno, in diversi paesi stanno emergendo nuove abitudini e tendenze che sembrano segnare un’inversione rispetto alla cultura dell’iperproduttività, nella quale dormire poco era spesso considerato un segno di efficienza e determinazione.
In Corea del Sud, per esempio, soprattutto fra i giovani si sta diffondendo lo sleep maxxing, una moda che punta a ottimizzare la qualità del riposo attraverso rituali serali, smartwatch, mascherine e prodotti specifici. Il fenomeno si presenta come l’opposto del precedente miracle morning, che incoraggiava a svegliarsi all’alba per dedicare più tempo allo studio, allo sport e alla crescita personale. Negli Stati Uniti si parla invece di sleep divorce, ovvero la scelta di alcune coppie di dormire in letti o stanze separate per evitare che le differenti abitudini notturne compromettano il riposo: secondo un’indagine dell’American Academy of Sleep Medicine del 2025, il 31% degli adulti intervistati ha adottato questa soluzione.
Il mercato del sonno: integratori, farmaci e sleep tourism
Come sempre accade, alla domanda risponde un’offerta in espansione. Secondo le elaborazioni di Integratori & Salute su dati NewLine, nel 2025 il comparto degli integratori per il benessere mentale e per favorire il sonno ha superato in Italia i 223 milioni di euro di fatturato, in crescita del 7,3% rispetto all’anno precedente. La stessa indagine AstraRicerche indica che, tra chi riferisce difficoltà ad addormentarsi, due persone su tre ricorrono almeno occasionalmente a questi prodotti e una su quattro lo fa abitualmente, scegliendo soprattutto vitamine e minerali, estratti vegetali e melatonina.
Accanto agli integratori resta poi il ricorso ai farmaci ipnotici e ansiolitici, in gran parte benzodiazepine, efficaci nel breve periodo ma capaci di indurre tolleranza e dipendenza, e per questo da assumere soltanto su prescrizione e per periodi limitati. Completano il quadro dispositivi tecnologici, materassi intelligenti, app per il rilassamento e il cosiddetto sleep tourism: una nuova offerta turistica fatta di alberghi e strutture dedicate espressamente al riposo, con ambienti progettati per favorire il sonno accompagnati da programmi di rilassamento e tecnologie di monitoraggio.
Quando il riposo diventa una prestazione
L’insieme di queste tendenze solleva però qualche interrogativo. La ricerca del sonno perfetto rischia infatti di trasformarsi nell’ennesima forma di prestazione individuale, con ore da raggiungere, parametri da controllare e risultati da migliorare. La stessa tecnologia che sottrae ore al riposo dei ragazzi si propone – attraverso app, video tutorial e dispositivi di monitoraggio – come lo strumento per restituirle. Per una generazione che cresce sotto lo sguardo costante delle metriche – voti, follower, passi, punteggi – il rischio è che anche il sonno diventi un altro numero con cui misurarsi, e un altro terreno su cui sentirsi inadeguati. Non a caso, già nel 2017 alcuni ricercatori hanno proposto il termine “ortosonnia” per descrivere la preoccupazione perfezionistica per la qualità del proprio sonno, alimentata proprio dai dati raccolti attraverso i dispositivi tecnologici. Alcune pratiche, inoltre, possono rivelarsi non solo inutili ma addirittura rischiose. Il caso più emblematico è il mouth taping, l’abitudine – ampiamente promossa sui Social – di chiudere la bocca con un nastro adesivo durante la notte per favorire la respirazione nasale.
Dagli effetti alle cause
A guardare insieme questi elementi, il quadro appare meno contraddittorio di quanto sembri. Cresce l’offerta di prodotti per dormire meglio, ma continuano a pesare le condizioni che compromettono il sonno: giornate di lavoro che si prolungano oltre l’orario formale, carichi di cura distribuiti in modo diseguale, ragazzi connessi fino a tarda sera, disturbi che spesso non arrivano a una diagnosi. Integratori, app e dispositivi possono aiutare qualcuno a dormire meglio, ma non incidono su nessuno di questi fattori.
Colpisce, peraltro, che uno dei principali riferimenti sul sonno degli adulti sia ancora uno studio del 2019 e che le indagini più recenti siano in buona parte promosse da chi commercializza prodotti per dormire. L’attenzione dovrebbe spostarsi dagli effetti alle cause, evitando che il sonno diventi una nuova merce e un ulteriore terreno di competizione. La qualità del sonno, in fondo, non dipende soltanto dalle abitudini individuali, ma riflette anche il modo in cui una società organizza e dà valore al proprio tempo.
*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes

