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Alcol, gioco, cibo, smartphone. Storie di ordinaria dipendenza

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Dallo Spritz all’alcolismo, dal Gratta e Vinci al disturbo da gioco d’azzardo, dallo smartphone alla sindrome da cellulare acceso, dalla dieta al disturbo del comportamento alimentare, dal body building alla sindrome da sovrallenamento.

Carlo ha iniziato con l’appuntamento per l’aperitivo con i colleghi e, uno Spritz dopo l’altro, si è ritrovato, bicchiere dopo bicchiere, a rincorrere assunzioni sempre maggiori di alcool.
Marta ha iniziato con un “Turista per Caso”, ogni tanto, così, per vedere come gira la fortuna e “grattata” dopo “grattata”, nasconde le spese alla famiglia, fiduciosa che il successivo sarà quello giusto.
Matteo ha iniziato “rinchiudendosi” nel giochino del suo smartphone, il telefonino sì, quello adesso lui non lo lascia mai, senza si sente perduto.
Barbara ha iniziato con una semplice dieta, voleva soltanto dimagrire, poi, a contare le calorie e a pesarsi tutti i giorni, raggiunto il peso che si era prefissata, ha continuato a non mangiare ugualmente per paura di ingrassare, così, non solo non è ingrassata, ma ha continuato a dimagrire.
Sara ha iniziato iscrivendosi in palestra, seguiva un programma di allenamento per definire e rassodare, adesso si alza la mattina presto per andare a correre, a metà mattina va in palestra, tutti i giorni, e si sente in colpa se salta una sessione di allenamento.
Storie tutte diverse con un unico comune denominatore: sono storie di ordinaria dipendenza. Storie di apparente normalità, ma in cui si è varcato un limite, e la situazione è, per così dire, sfuggita di mano.

C’è un’evoluzione in tutte queste storie da fenomeno comunque sociale a fenomeno prettamente asociale, si tratta di storie di estrema solitudine.
Il concetto di dipendenza è complesso ed articolato, implica aspetti neurobiologici, comportamentali, psichici, sociali e culturali. Il dibattito scientifico relativo alle dipendenze è aperto e vivace e nuove ricerche in Italia, e in ambito internazionale, ne mostrano tutta la complessità.
Parlare di dipendenze, oggi, vuol dire parlare di comportamenti e relazioni disfunzionali e problematici riferiti a oggetti, attività, stili di vita, gestione del tempo, consumi, autopercezione, stili di attaccamento, vulnerabilità, difficoltà relazionali, rapporto con la realtà e con il mondo esterno.
Ma parlare di dipendenze significa anche partire da un concetto tanto vero quanto affascinante nella sua intrinseca vulnerabilità, che rappresenta la vulnerabilità di noi tutti: il concetto di dipendenza ci appartiene fin dalla nascita.
È impossibile, ad esempio, pensare ad un neonato che non dipenda fisicamente e psicologicamente dalla figura di attaccamento; e, nel corso della nostra vita, siamo portati ad instaurare dipendenze anche da relazioni, oggetti o situazioni esterne, la finalità è il raggiungimento del benessere. Non esiste indipendenza senza che ci sia stata dipendenza. Questo rappresenta la fucina esperienziale e relazionale che ci prepara a costruire il nostro ponte verso l’autonomia.
Ecco, allora, che diviene importante focalizzarsi sulla fase del ciclo di vita in cui si è sospesi tra l’appartenenza e l’autonomia, ovvero l’adolescenza. L’adolescenza è una fase della vita molto delicata in cui l’individuo è alle prese con la trasformazione dell’immagine corporea e con la costruzione della propria identità.
L’adolescenza non è soltanto uno spazio di transizione psicologica ma va compresa anche dal punto di vista neurobiologico: dai 13 ai 25 anni, all’incirca, il cervello si modella e assume la struttura adulta, acquisendo competenze cognitive, relazionali e affettive che resteranno sostanzialmente stabili nel resto della vita.
«Ci sono delle alterazioni cerebrali dovute alle dipendenze comportamentali che, osservate dentro il cervello, appaiono sovrapponibili alle alterazioni da uso di sostanze», sostengono Mencacci e Migliarese (2017), nel libro Quando tutto cambia. La salute psichica in adolescenza.
Si parla di “comportamenti tossici”, vere e proprie dipendenze comportamentali, senza uso di sostanze. Che cosa succede a un cervello se sta sempre otto ore davanti a uno schermo? Che gli succede se i ragazzini guardano 75 volte al giorno lo smartphone? Poi ci sono internet, il gambling, i social networks, la pornografia, i videogiochi… Chi non spegne mai il telefono vive in un continuo stato di allerta. Una tensione che non facilita il sonno. E su questo punto Mencacci e Migliarese si soffermano molto: lo sviluppo delle tecnologie è una minaccia per il ritmo sonno-veglia, molti adolescenti rispondono a messaggi che arrivano nel cuore della notte, inficiando la qualità di un sonno fondamentale per una sana crescita.
All’origine delle prime forme di dipendenza tra gli adolescenti vi sono: insicurezza, bisogno di autoaffermazione e di trasgressione delle regole, emulazione del gruppo dei pari da cui farsi accettare. L’esistenza di un “oggetto esterno”, fonte di dipendenza, sembrerebbe colmare il bisogno di ritrovare il benessere psicologico di cui l’adolescente ha bisogno.
Dagli Usa giunge l’allarme dei Centers for Disease Control and Prevention: sarebbero circa 15 milioni i bambini americani affetti da un disturbo mentale, emotivo o un disordine comportamentale, e solo il 20% di questi viene diagnosticato e quindi curato. In Italia ci sono oggi circa 8 milioni e 200mila giovani tra i 12 e i 25 anni, dei quali, secondo i dati Istat, circa il 10% si dichiara globalmente insoddisfatto della vita, delle relazioni amicali, familiari e della salute. «È a questi 800mila giovani che bisogna prestare attenzione facilitando il riconoscimento di tutti quei fattori, per così dire, tossici che possono favorire l’esordio e il mantenimento di patologie psichiche», sostiene Mencacci.
L’individuazione dei fattori di rischio e di protezione è una delle vie preferenziali per intervenire e prevenire le dipendenze in età adolescenziale (Hawkins et al., 2002).
I fattori di rischio rappresentano le variabili psicologiche, culturali e sociali che predispongono al disagio, mentre quelli di protezione sono costituiti dalle risorse interne ed esterne all’individuo che aiutano a proteggersi, dal problema, o ad evitarlo.
I fattori di rischio maggiormente segnalati, per lo sviluppo di una o più dipendenze durante l’adolescenza, vanno osservati nel rapporto circolare tra individuo e contesto di appartenenza.

La conoscenza adeguata della problematica di dipendenza, delle conseguenze negative che procura, del contesto psicologico, sociale e culturale in cui si può sviluppare e l’individuazione dei fattori di rischio e di protezione, sono elementi imprescindibili per strutturare un intervento efficace con gli adolescenti, volto alla prevenzione del disagio dovuto a condotte di dipendenza.
Un intervento si qualifica, in termini di efficacia, nella misura in cui mira alla massima espressione ed evidenziazione delle risorse disponibili dal ragazzo.
Tutto questo deve tener conto del processo di sviluppo ed integrarlo con il percorso educativo, scolastico, relazionale nella misura in cui è importante “accompagnare” l’adolescente, nel rispetto del proprio sviluppo evolutivo, verso l’autoconsapevolezza della motivazione e del vissuto personale che lo spingono ad adottare comportamenti a rischio o dipendenti.
In tal senso, la collaborazione tra il mondo sanitario e quello dell’educazione e della formazione rappresenta un elemento fondamentale al fine di favorire la promozione della salute in età evolutiva. La promozione della salute, negli ultimi anni, ha scelto alcuni luoghi privilegiati per l’attuazione di strategie in grado di produrre un impatto visibile e significativo sugli indicatori di salute della collettività. In questo àmbito, la scuola è naturalmente diventata uno di questi luoghi privilegiati, per più di un motivo. Innanzitutto, essa accoglie, per un lungo periodo di vita, tutti i soggetti in età evolutiva e offre la possibilità di osservare e monitorare il percorso di crescita e il modello di salute e benessere; la scuola, inoltre, è abitata da figure adulte con una funzione educante che hanno a disposizione un metodo pedagogico in grado di toccare il sapere, il saper fare e il saper essere, degli individui.
Ridisegnare i confini della salute, espandendone il territorio e il campo d’azione alla scuola, alla famiglia, alla comunità estesa, soprattutto promovendone una visione circolare e integrata, risulta un fondamentale prerequisito per garantire e tutelare la salute degli uomini e delle donne del terzo millennio.

Emanuela Laquidara è Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale, responsabile Progetti Prevenzione delle Dipendenze dell’Associazione Culturale Preludio

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