Il dibattito sull’età minima di accesso ai Social Network si inserisce in una discussione scientifica internazionale tutt’altro che risolta. Il caso più noto è quello sollevato dallo psicologo sociale Jonathan Haidt, della New York University, il cui saggio The Anxious Generation ha collegato la diffusione degli smartphone e dei Social tra gli adolescenti all’aumento di ansia, depressione e autolesionismo registrato a partire dai primi anni Duemiladieci, proponendo soglie di età minima fissate a 14 anni per gli smartphone e 16 anni per i Social. La tesi ha incontrato però anche critiche rilevanti da parte di ricercatori come Candice Odgers e Andrew Przybylski, secondo cui i dati disponibili mostrerebbero correlazioni deboli o incoerenti più che un nesso causale accertato. È in questo contesto di incertezza scientifica, ma di crescente pressione politica, che si muovono i governi: l’Australia ha approvato nel novembre 2024 il primo divieto assoluto al mondo per gli under 16, entrato in vigore a dicembre 2025, mentre la Francia ha avviato nel gennaio 2026 l’iter parlamentare per vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni. Anche l’Europa ha recentemente adottato l’EU KIDS Act per rafforzare la sicurezza online dei minori in tutta l’Unione. La proposta vieta alle piattaforme di social di consentire l’accesso ai minori di 13 anni e stabilisce a livello dell’Ue un’età minima di 15 anni per consentire ai minori di aprire autonomamente un proprio account. Inoltre, i fornitori dovranno dimostrare che i loro servizi sono adeguati all’età degli utenti e sicuri fin dalla progettazione.
È su questo sfondo che l’indagine dell’Eurispes ha misurato l’orientamento della popolazione italiana sull’introduzione nel nostro Paese della regolamentazione dell’uso delle piattaforme Social per i minori.
Il consenso degli italiani al divieto
La proposta di introdurre in Italia il divieto dell’uso dei Social Network per i minori di 15-16 anni, sul modello di quanto già adottato o in corso di adozione in altri paesi, come Australia, Francia e Spagna, raccoglie un consenso ampio e netto tra gli italiani: il 78,9% è favorevole, mentre il 21,1% si esprime in senso contrario.
La netta prevalenza del consenso appare coerente con il quadro di diffusa esposizione ai rischi digitali emerso nelle sezioni precedenti, e suggerisce come la popolazione italiana tenda a considerare la regolazione dell’accesso ai Social da parte dei minori come una risposta opportuna e legittima a fenomeni di vittimizzazione e vulnerabilità online ormai ampiamente riconosciuti. La quota di contrari, pur minoritaria, segnala la presenza di una componente che verosimilmente attribuisce al divieto limiti applicativi o valoriali, in un dibattito che in molti contesti nazionali resta aperto e controverso.
Il gradiente generazionale del consenso alla regolamentazione dei Social per i minori
Il consenso al divieto cresce in modo pressoché lineare all’aumentare dell’età. I 18-24enni rappresentano la fascia più divisa, con il 54,1% di favorevoli e il 45,9% di contrari, mentre il consenso aumenta progressivamente passando al 75,3% tra i 25-34enni, al 79% tra i 35-44enni, all’82,4% tra i 45-64enni, fino all’83,7% tra i più maturi.
Il dato più rilevante è la posizione dei giovani, che si distinguono nettamente dal resto della popolazione con quasi la metà che si esprime in senso contrario al divieto. La vicinanza all’universo dei Social Network e il fatto di appartenere a una generazione cresciuta con questi strumenti spiegano probabilmente una minore propensione alla misura restrittiva, che viene vissuta come più limitante da chi ne fa un uso quotidiano e strutturale.
Il profilo familiare più favorevole al divieto
Le coppie con figli registrano il livello di adesione più elevato tra tutte le categorie (85,9%), seguite dalle persone che vivono da sole (81,3%) e dai monogenitori con figli (81,3%), mentre le coppie senza figli si attestano al 78,3%.
Social: la necessità di un intervento regolatorio
L’opinione pubblica italiana è dunque nettamente orientata verso un intervento regolatorio, in un momento in cui la comunità scientifica internazionale sta concentrando la propria attenzione sul nesso causale tra uso dei Social e disagio psicologico adolescenziale e giovanile. In Italia è meritorio il lavoro che il Centro per la Psicopatologia da Web del Policlinico Gemelli di Roma svolge da anni seguendo bambini, adolescenti e giovani adulti con un uso problematico delle tecnologie digitali. I casi segnalati sono sempre più numerosi e denotato una incapacità di disconnessione dei minori dai contenuti Social che producono comportamenti compulsivi
Il gradiente generazionale che attraversa i dati, con i più giovani nettamente più critici verso il divieto, segnala inoltre un possibile nodo di legittimità nell’applicazione di una simile normativa: una misura pensata per proteggere gli adolescenti rischia di essere percepita, proprio dalla fascia più prossima a quella tutelata, come una limitazione imposta dall’esterno più che come una risposta condivisa a un problema riconosciuto. La maggiore adesione registrata tra le coppie con figli suggerisce infine che l’esperienza diretta della genitorialità, più che l’appartenenza a una generazione digitale o meno, rappresenti in Italia il fattore più correlato al sostegno per una regolazione dell’accesso dei minori ai Social Network.

