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Il potere invisibile del “diavolo in tasca”, a colloquio con Carlo Verdelli

di
Massimiliano Cannata

Mentre il mondo brucia noi scrolliamo il nostro telefonino, ipnotizzati dallo strumento che ha conquistato 7,5 miliardi di utenti, quasi pari al numero della popolazione mondiale: lo smartphone è ormai parte di noi stessi. Si confonde reale e virtuale dentro un selfie (ne scattiamo migliaia al giorno) in un eterno presente liquido, senza memoria. La prigione elettronica ha ingabbiato genitori e figli in una dipendenza patologica, che segna le storie dei protagonisti del Diavolo in tasca (ed. Einaudi) di Carlo Verdelli, editorialista del Corriere della Sera, ospite del Festival dei media che si è tenuto a Trieste dal 10 al 12 aprile. Abbiamo chiesto a Carlo Verdelli di argomentare la tesi centrale del suo libro: la schiavitù da telefonino è una pericolosa ossessione che ci sta portando alla nomofobia.   

Direttore Verdelli, partirei dalla nomofobia[1], malattia del nostro tempo. Esiste una possibile terapia?  

In questo libro-inchiesta non c’è nessuna pretesa di fare sermoni, che non competono a chi come me fa il giornalista. Il mio intento è di aiutare il pubblico ad acquisire maggiore consapevolezza. Abbiamo un “elefante” in casa, parafrasando la celebre frase tratta dal film E.T. di Steven Spielberg, la casa è il telefono, il vero Totem della rivoluzione digitale. In Italia sono 46 milioni, ci mantengono connessi dalle 16 alle 18 ore al giorno, anche nelle ore dei pasti e in parte in quelle notturne, sono la porta di ingresso dei social, che contano a livello globale più di 5 miliari di utenti. Una ricerca Amazon ci dice che gli italiani accedono ai dispositivi elettronici ottanta volte ogni ora, fino alle 23 circa della sera. Una pericolosa ossessione da cui non riusciamo a staccarci.

Siamo andati oltre il successo di un apparecchio che pareva ritagliato su misura sul carattere degli italiani, da sempre dediti allo scambio conversazionale, a quella che il grande semiologo Paolo Fabbri definiva “comunicazione fatica” di contatto. Quali scenari si aprono?

Individuerei un preciso momento storico, quale data di inizio della rivoluzione: il 2010, anno in cui appare sul mercato il primo Iphone 4 con telecamera; da quel momento scatta la febbre dei social, app store comincia a dominare il mercato passando in tre mesi da 50.000 a 500.000 applicazioni, oggi sono l’offerta conta svariati milioni di proposte. La pandemia è il secondo tassello, nel biennio 2020-21 si crea un effetto serra, la potenza di penetrazione geografica del telefonino si moltiplica, il mondo chiuso in casa trova l’unico canale possibile attraverso cui comunicare ma anche lavorare, un punto di non ritorno la cui portata ancora non abbiamo per intero misurato.

Quali sono gli aspetti che creano maggiore dipendenza?  

Nel libro paragono il telefonino alla lampada di Aladino, che regala al fortunato che riesce a strofinarla la possibilità di soddisfare i desideri. Lo smartphone è una lampada turbo che può soddisfare milioni di desideri, progettato per essere instancabile.  Nel connubio con l’intelligenza artificiale questa potenza si è ingigantita ulteriormente. Algoritmi appositamente architettati accentuano la dipendenza da cellulare e videogiochi che porta, come è stato certificato, a danni identici all’assunzione di cocaina. Aumento di psicofarmaci da parte dei minorenni, miopia, obesità, ipertensione, perdita della memoria – muscolo che non alleniamo più – insonnia, diabete, depressione. 

Le patologie disegnano un quadro a tinte fosche, non meno preoccupante la progressiva perdita di pensiero critico, che è possibile constatare. Sembriamo tutti schiacciati sul pensiero dominante. Se ne può venire fuori?

Se provassimo a usare questi strumenti come scorciatoia, cosa che ci fa perdere l’attitudine all’esercizio della riflessione, che come diceva lei sta purtroppo avvenendo. Non abbiamo più capacità di concentrazione, che è l’alimento dei processi di apprendimento. Nel corso della mia inchiesta ho chiesto ai giovani perché utilizzano così tanto i messaggi vocali, mi hanno risposto che sono più veloci e soprattutto non prevedono il rapporto con l’altro, un dialogo senza interlocutori in carne e ossa – siamo al paradosso. Bisogna essere veloci senza ieri, né domani, tutti allineati in quello che accade nel mondo virtuale, schiacciati sul presente per usare un’immagine cara a Giuseppe De Rita.

Si parla molto di era della connessione. L’incrocio tra smartphone e IA che cosa determina?

Nel libro racconto la storia di due madri che parlano in spiaggia, mentre le figlie sono in camera, perché hanno lezione di IA. Parliamo di una generazione che non si scotta, perché non si espone al sole, non vive all’aria aperta, ma che rischia di bruciarsi vivendo la dimensione virtuale.

Il saggio raccoglie tante esperienze diverse. Quale fil rouge le tiene insieme?

Quando ti imbatti nelle sabbie mobili hai l’impressione di cadere in un pozzo senza fondo, poco alla volta ne rimani prigioniero senza rendertene conto. Il fil rouge è determinato dalla dipendenza che ci avviluppa. Una prigione senza sbarre, che ti obbliga a seguire la sete di un aggiornamento continuo, compulsivo, non sempre necessario. Così a tutti accade di non resistere alla notifica al messaggio, che interrompe lo studio, le attività sportive, segmentando il tempo, frammentando la “durata” che è uno spazio-tempo necessario per far crescere saperi e conoscenze. Siamo dentro  una dipendenza collettiva, il diavolo che abbiamo in tasca possiede tutti noi, conosce e media abitudini, piaceri, interessi, vizi segreti. Sono altri aspetti della “nomofobia”, che abbiamo prima preso in esame.

Un recente studio dell’Eurispes ha denunciato i pericoli della digital immortality, nuova pericolosa utopia che rievoca le teorie del “super uomo” di Nietzsche, tornate oggi in voga nella corrente del transumanesimo. Qual è la sua opinione in merito?

Senza entrare in questioni teoretiche che per altro esulano dagli obiettivi dello studio, credo che dei correttivi vadano messi in atto. Da più parti si parla di digital detox, che potrebbe partire dalla lettura, cioè dalla conoscenza che può farci capire la dimensione del rischio. L’alcolizzato, se qualcuno gli fa notare che sta bevendo troppo, di certo ci rimane male, far notare la dipendenza non piace, però è utile per acquisire consapevolezza. Lo stesso vale per le droghe, le sigarette, il sesso, etc. Stiamo introducendo divieti tardivamente a scuola per gli under 16, relativamente all’uso dei social. Ma i divieti non bastano, nell’era tecnologica si possono aggirare con facilità, senza contare che i divieti spesso stimolano la trasgressione, come accade per il fumo.

Dobbiamo allora alzare bandiera bianca?  

Credo sia più utile comprendere la portata del fenomeno, rispetto a cui l’IA è ormai il totem, per studiarlo, spiegarlo e capirlo a fondo. Serve un’opera lenta e pervasiva, di educazione capillare che può far scattare quegli alert che ci consentono di difenderci dalle insidie che questi strumenti iper tecnologici contengono. Bisogna imparare a usarli senza essere usati, perché i pregi, che certo esistono, sono disseminati in tante trappole, cadendo nelle quali si perde il contatto con la realtà, finendo con lo scambiare la dimensione reale con la dimensione virtuale, cosa mai avvenuta nella storia dell’umanità.

Anche lo Stato è divenuto un codice, mentre la democrazia si fa a colpi di clic. La tecnologia decide, la politica comunica, altro paradosso amplificato dal “diavolo” che portiamo in tasca? 

È una deriva con cui dobbiamo fare i conti. Sul nostro cellulare corre una valanga di informazioni non verificate, dichiaratamente false che ci inducono a pensare cose sbagliate. È avvenuto con Cambridge Analitica divenuto caso di studio, in cui sono stati derubati i dati di milioni di persone, il caso del voto per la Brexit avvolto da falsità che hanno ingannato gli elettori, determinando il voto in una certa direzione. La democrazia è purtroppo asincrona rispetto al tempo istantaneo della Rete. L’algoritmo detta legge e diventa intollerante, i meccanismi deliberativi delle assemblee parlamentari sono vetuste liturgie che rallentano il perseguimento del profitto. La democrazia vuole troppi controlli, mentre la tecnocrazia si alimenta di un rapporto diretto tra emittente e ricevente; alimentata dal crescente potere computazionale, sembra poter fare a meno di ogni autonomia del fattore umano.

[1] La nomofobia (dall’inglese no mobile phobia) è la paura irrazionale e incontrollata di rimanere disconnessi dalla rete mobile, senza cellulare, con batteria scarica o senza credito. Questa fobia moderna colpisce soprattutto giovani e adolescenti, causando ansia, panico, sudorazione e persino vertigini al pensiero di separarsi dal dispositivo.

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