Al tempo dei Social stiamo assistendo alla riemersione della scrittura. Nella società digitalizzata, non ce lo aspettavamo. Giuseppe Antonelli, storico della lingua, professore ordinario dell’Università di Pavia, studia da sempre con attenzione la fenomenologia evolutiva delle lingue storico-naturali. Ha da poco dato alle stampe Alfabit, l’italiano digitale dagli sms all’IA, ed. Il Mulino). Gli abbiamo chiesto di aiutarci a comprendere come orientarsi nella complessa babele digitale che avvolge tutti.
Professore, siamo diventati improvvisamente tutti scrittori, romanzieri, ognuno costruisce una propria “vetrina editoriale multimediale”. Come si spiega tutto questo?
“Graforroici” lo siamo stati soprattutto nei primi anni Duemila, quando gli Sms hanno portato tantissime persone, che ormai non scrivevano e non avrebbero scritto più, a digitare compulsivamente messaggi sulle tastiere dei loro telefonini. In seguito, con l’avvento degli smartphone e di una comunicazione compiutamente multimediale (foto, video, audio), la parola scritta è tornata in una posizione subalterna. Relegata molto spesso a semplice didascalia delle immagini (come nei Social network) o sostituita dalla comunicazione vocale tra persona e persona, ma anche tra macchina e persona: come nel caso dei chat.bot.
Si stanno facendo strada nuovi linguaggi e uno stile narrativo ibridato dal digitale che poco hanno a che fare con le regole della sintassi tradizionale. Lo schermo media ogni nostro atto comunicativo, che sia amicale o lavorativo, tanto che sta persino cambiando il nostro stesso modo di essere nel mondo. Siamo preparati a questo “salto ontologico”?
Si tratta più che altro di un cambiamento sociologico. Nell’analizzare queste trasformazioni, non dobbiamo dare troppa importanza agli elementi tecnici ‒ come, ad esempio, la grandezza dello schermo o della tastiera o il numero di caratteri a disposizione per ogni messaggio. Dobbiamo, invece, riflettere sul fatto che ognuna di queste trasformazioni ha profondamente modificato le nostre abitudini di comunicazione e, dunque, il nostro rapporto con la lingua. Il che ha cambiato non tanto la lingua italiana, quanto gli usi prevalenti della lingua da parte della maggioranza della popolazione.
“Alfa-bit” è un neologismo di forte impatto. Nei suoi precedenti saggi, che hanno avuto molto successo, ‒ L’italiano nella società della comunicazione 2.0 e Parola per parola ‒ si è occupato del divenire della lingua. Cosa sta accadendo all’italiano scritto e parlato?
Alfabit è, fin dal titolo, la storia dell’incrocio fra la tradizione linguistica (simbolicamente rappresentata dall’alfabeto) e la sua traduzione informatica (il bit è l’unità minima dell’informazione digitale). Ovvero dello stretto legame fra l’evoluzione dell’italiano negli ultimi decenni e l’avvicendarsi dei nuovi media tecnologici. Umberto Eco ci scherzava già nel lontano 1962, immaginando il passaggio dalla beat generation di cui tanto si parlava all’epoca a una «bit generation» definita proprio dall’avvento dell’informatica. Quel passaggio si è ormai ampiamente compiuto: tanto che ormai, più che di generazione alpha, per le persone nate dal 2010 in poi dovremmo parlare di «generazione Alfabit».
Prima Internet, poi i Social, oggi l’IA, il testo rischia di “evaporare”, di cambiare struttura e sostanza, sorretto da un paradigma multimediale, come già grandi linguisti da Umberto Eco a Tullio de Mauro avevano evidenziato. Quali sono le conseguenze di tutto questo?
Ci sono state tre diverse fasi nel giro di questi ultimi tre decenni. Nella prima, quella dell’italiano digitato, il messaggio si è frammentato in schegge di testo: da qui la contraddizione fra un uso quasi universale di questi strumenti di comunicazione e le difficoltà (documentate dalle inchieste Ocse) che gran parte della popolazione mostra nel capire che cosa dice un articolo di giornale. Nella seconda fase, quella dell’e-taliano, la scrittura è stata via via sostituita dal ritorno alle immagini (soprattutto video) e all’oralità multimediale (basti pensare ai messaggi vocali di Whatsapp). Da ultimo, l’IA-taliano delle cosiddette Intelligenze artificiali fa sì che le persone tendano a delegare l’attività della scrittura alle macchine e questo rischia di erodere ancora di più le competenze linguistiche.
Il rapporto tra segno e significato, sempre al centro della linguistica teorica e della filosofia del linguaggio, oggi investe la comunità di parlanti nella loro quotidianità. Luciano Floridi invoca la difesa del capitale semantico che l’IA non è in grado di mimare. Il filosofo del linguaggio, Franco Lo Piparo, insiste sulla necessità di esercitare il pensiero critico, senza assumere atteggiamenti apocalittici. Come si sta evolvendo il rapporto tra segno e significato nella società digitale?
Difficile prevedere quali saranno le evoluzioni future: tanto più alla luce dei rapidi e imprevedibili mutamenti accaduti negli ultimi decenni. Nei test che ho portato avanti negli ultimi anni sull’italiano delle cosiddette Intelligenze artificiali, ho rilevato che queste sono a volte in grado di cogliere anche le contraddizioni sul piano della coerenza testuale: cioè di un aspetto che pertiene appunto alla semantica.
Filologia e memoria sono valori da salvare, come Lei stesso sottolinea nel saggio. Se guardiamo a questo aspetto, non possiamo non tenere conto del ruolo della scuola e più in generale delle agenzie formative. Quali scenari si aprono nell’immediato futuro?
È in gioco il futuro della memoria. Per il digitale passa ormai gran parte della nostra vita. E la nostra vita digitale è una questione che riguarda anche la storia, l’archivistica, la filologia: perché riguarda la memoria. Memoria che un tempo non arrivava a concepire la dimensione dei terabyte, ma era ancora radicata nella concretezza di una dimensione materiale. In Italia siamo ancora indietro, ma altrove esistono già strumenti giuridici e informatici pensati per favorire la digital preservation: la conservazione della nostra memoria digitale. Sarà questo il banco di prova del futuro.

