Se i dati relativi alle adozioni nazionali mostrano una flessione, la tendenza risulta ancora più marcata nelle adozioni internazionali. In Italia informazioni dettagliate e aggiornate su questa tipologia di adozioni sono disponibili grazie al lavoro portato avanti dalla Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI), autorità centrale per la Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993. La CAI sovrintende e regolamenta le adozioni internazionali, garantendo il rispetto delle norme nazionali e internazionali. Inoltre, monitora, coordina e supporta le attività degli Enti autorizzati, collaborando con le Istituzioni coinvolte per rendere il processo adottivo il più trasparente ed efficiente possibile.
Gli ultimi dati disponibili si riferiscono all’anno 2023, mentre per il 2024 sono stati condivisi dalla CAI soltanto quelli relativi al primo semestre. Nel 2023 il calo delle autorizzazioni all’ingresso in Italia di minori a scopo adottivo è proseguito, con sole 585 autorizzazioni rilasciate a 478 coppie adottive, con una media di 1,2 figli per coppia. Questo dato segna il livello più basso mai registrato nelle adozioni internazionali.
Adozioni internazionali: sette minori su dieci hanno bisogni speciali
Tra i 585 minori stranieri adottati, ben 412, pari al 70,4%, rientrano nella categoria special needs. Una definizione che comprende bambini che presentano una o più delle seguenti caratteristiche, le quali possono anche coesistere:
- età maggiore di 7 anni;
- presenza di traumi, problemi comportamentali, incapacità fisica e mentale;
- presenza di fratelli e/o sorelle (fratrie).
La quasi totalità dei minori (l’84,5% del totale) presenta un solo tipo di bisogno speciale, con la categoria prevalente costituita dai minori di età superiore ai 7 anni. Seguono i minori che presentano diversi tipi di bisogno speciale, traumi, problemi comportamentali, incapacità fisica e mentale (123 bambini, pari al 29,9%) e, infine, le fratrie (12 bambini, il 12,9%). Il restante 15,5% invece presenta almeno due delle caratteristiche sopra menzionate.
L’età media dei minori adottati al momento dell’arrivo in Italia si attesta intorno ai 7 anni, un dato in linea con quelli delle precedenti rilevazioni. Si registra, invece, una diminuzione degli ingressi per adozione di bambini con età al di sopra dei 10 anni, che nel 2023 rappresentano il 12,5% dei casi. Inoltre, nello stesso anno, si osserva una lieve riduzione anche nell’incidenza della fascia di età sotto i 4 anni, che scende al 29,6% nel 2023, rispetto al 30,5% del 2022. Si conferma una tendenza consolidata nel tempo, con una prevalenza di minori di sesso maschile adottati (58,3%) rispetto alle minori di sesso femminile che rappresentano il 41,7%.
Nuove geografie delle adozioni internazionali: l’Asia supera l’Europa
Per quanto riguarda i paesi di maggiore provenienza di minori entrati in Italia per adozione, si collocano nelle prime tre posizioni: l’India, l’Ungheria e la Colombia; seguono Bulgaria, Vietnam, Perù nelle tre successive posizioni. Analizzando la distribuzione delle adozioni per continente di provenienza, emerge un dato inedito: l’Europa non è più il principale continente di provenienza dei minori adottati in Italia. Per la prima volta, l’Asia, con il 33,2% del totale dei minori adottati, e l’America, con il 28,4%, superano il vecchio continente, che si ferma al 28%. L’Africa, seppur in crescita, si colloca all’ultimo posto con il 10,4% di autorizzazioni all’ingresso in Italia a scopo adottivo.
Coppie adottive: alto livello di istruzione e un solo figlio nella maggioranza dei casi
Il report della CAI Dati e prospettive nelle Adozioni Internazionali, Rapporto sui fascicoli dal 1° gennaio al 31 dicembre 2023 fornisce una serie di informazioni anche in merito alle caratteristiche delle coppie adottanti. I dati confermano una tendenza consolidata per quanto riguarda il numero di figli richiesti: il 79,9% delle coppie ha adottato un solo minore, il restante ha adottato almeno due figli. Il livello di istruzione delle coppie adottive si conferma elevato. Nel 2023, la laurea risulta il titolo di studio più diffuso, conseguito dal 60,5% delle madri e dal 44,8% dei padri. Seguono il diploma di scuola secondaria di secondo grado, con un’incidenza del 44,1% tra gli uomini e del 34,9% tra le donne e il diploma di scuola secondaria di primo grado, che si attesta all’11% per i padri e al 4,7% per le madri. Non si registrano famiglie adottive con livelli di istruzione inferiori.
I tempi lunghi si riverberano sull’età media delle famiglie adottanti
L’età media delle famiglie adottive si attesta su livelli elevati, sia nella fase di ottenimento del decreto di idoneità all’adozione, sia in quella del rilascio dell’autorizzazione all’ingresso del minore. In particolare, al momento del decreto di idoneità l’età media è pari a 44,2 anni per gli uomini e 42,4 anni per le donne, con la fascia di età più rappresentata compresa tra i 40 e i 44 anni (41,2% per le donne e 35,1% per gli uomini). Nella fase successiva, ovvero al momento dell’emissione del provvedimento che autorizza l’ingresso del minore straniero in Italia a fini adottivi, l’età media delle coppie risulta ulteriormente più alta, raggiungendo un’età media di 47,6 anni per gli uomini e di 45,9 anni per le donne. La classe di età prevalente si sposta nella fascia 45-49 anni, che rappresenta il 36,6% degli uomini e il 41,2% delle donne. In relazione all’età media delle coppie adottive, è fondamentale considerare anche la durata media dell’iter di adozione internazionale, che risulta notoriamente più lungo rispetto a quello nazionale. Questo fattore incide direttamente sull’età dei genitori adottivi al momento dell’ingresso del minore in famiglia, contribuendo all’innalzamento dell’età media registrata nelle adozioni internazionali. Nonostante un lieve miglioramento rispetto al 2022, con una riduzione media di tre mesi, i tempi di attesa che intercorrono tra la presentazione delle disponibilità all’adozione e l’effettivo ingresso del minore in Italia restano elevati, attestandosi, in media, a quattro anni e mezzo.
Congo, Colombia e Polonia fra i paesi con le tempistiche più brevi
Le tempistiche dell’iter adottivo sono influenzate da molteplici fattori, tra cui il principale è il paese di provenienza del minore. Nello specifico, elementi quali il contesto politico e sociale, l’efficienza del sistema adottivo locale e l’esistenza di specifici accordi internazionali che facilitano le procedure possono incidere significativamente sulla durata del processo. Nel 2023, i tempi medi più brevi si sono registrati per i minori adottati in Repubblica Popolare del Congo (34,2 mesi), Colombia (36,7 mesi), Polonia (39,9 mesi) e Ungheria (47 mesi).
Per l’81,6% degli adottanti l’infertilità è ancora la principale causa
Ma quali sono le motivazioni che spingono le coppie a intraprendere un percorso così lungo, incerto e oneroso, sia dal punto di vista economico sia sotto il profilo emotivo e psicologico? Tra le coppie che hanno scelto di indicare le ragioni della loro decisione, la causa principale è l’impossibilità di procreare, con una percentuale significativa pari all’81,6% dei casi registrati. Soltanto il 9,2% ha deciso di intraprendere l’adozione per puro spirito adottivo (Commissione per le Adozioni Internazionali, 2023). Nonostante i notevoli sforzi profusi dalle famiglie, non è garantito che l’inserimento del minore nella nuova famiglia abbia un esito positivo.
Quando l’adozione si interrompe: numeri bassi ma non irrilevanti
Come riportato nella Quinta relazione sullo stato di attuazione della legge 149/2001, anche nel caso delle adozioni internazionali, il Tribunale per i Minorenni competente può decidere di interrompere il processo adottivo una volta che il minore è arrivato in Italia. Tuttavia, le percentuali di interruzione risultano basse. Nel 2019, il 38% dei Tribunali (11) ha riportato di non aver emesso alcun provvedimento di interruzione, mentre il 59% dei Tribunali (17) ha dovuto affrontare, seppure in casi rari, la necessità di allontanare il minore dalla famiglia adottiva.
Le principali cause di interruzione dell’adozione internazionale sono riconducibili, come nel caso delle adozioni nazionali, alle difficoltà di integrazione del minore nel nucleo familiare e/o alla richiesta del minore stesso di esserne allontanato. Queste criticità derivano in gran parte dall’età elevata del minore al momento dell’ingresso nella famiglia adottiva, dalle ripercussioni di eventi traumatici pregressi non completamente superati e, talvolta, dalla rigidità o dalla scarsa capacità empatica da parte dei genitori adottivi.
Post-adozione: il sostegno come pilastro, non come risposta alle criticità
Alla luce di tali dinamiche, appare essenziale potenziare il sistema di supporto ai minori adottati e alle famiglie adottive, in un’ottica di tutela del superiore interesse del minore, principio fondante della normativa in materia. In particolare, i Presidenti dei Tribunali per i Minorenni evidenziano la necessità di garantire un accompagnamento strutturato nella fase post-adottiva, ritenendo i relativi percorsi di formazione e sostegno strumenti imprescindibili per favorire un inserimento armonico. Il 52% dei Tribunali ne auspica l’obbligatorietà, mentre il 41% evidenzia la necessità di prevedere percorsi terapeutici di recupero in caso di difficoltà. Oltre a prevenire le interruzioni adottive, tali misure rappresentano un prezioso sostegno per le famiglie e per i bambini coinvolti nel percorso dell’adozione. Tra gli interventi ritenuti più efficaci figurano, infatti, il rafforzamento delle misure integrate di sostegno alla gestione familiare (41% dei Tribunali), la promozione della partecipazione a gruppi di mutuo-aiuto (38% dei Tribunali) e l’attivazione di specifici programmi di formazione (34%). In questa prospettiva, il sostegno post-adottivo dovrebbe essere considerato un elemento strutturale del percorso adottivo, piuttosto che una misura straordinaria da attivare solo in presenza di criticità.

