Nel 1983 e poi nel 1987 e nel 1989 l’Eurispes ha realizzato le prime indagini in Italia sul fenomeno dell’immigrazione nel nostro Paese. Dalle ricerche emerse quanto poco allora se ne sapesse e se ne parlasse: scarsa consapevolezza e scarsissima attenzione alla questione e ai problemi ad essa legati. Già allora, d’altra parte, la comunicazione talvolta veicolava l’idea di un fenomeno incontrollabile, una “invasione” – sebbene i numeri fossero ancora contenuti, anche nel confronto con i principali paesi europei. Eppure, si trattava di una presenza quasi invisibile socialmente, alla quale gli italiani guardavano prevalentemente con indifferenza, disinteresse; l’integrazione, poi, era pressoché inesistente.
Oggi, al contrario, il tema è senza dubbio tra i più dibattuti, tuttavia, la reale conoscenza appare molto spesso distorta – in relazione alle dimensioni della presenza, alla distribuzione, alla provenienza, al credo religioso, alla delittuosità, al rapporto tra contributi versati e percepiti.
Immigrazione e percezione distorta: tra dati reali e opinione pubblica
Il fenomeno migratorio ha assunto, infatti, nell’ultimo ventennio una dimensione sempre più ampia, sviluppando un vero e proprio carattere sociale: l’aggravarsi delle condizioni di vita nei paesi di origine, per ragioni di guerra, sicurezza, povertà, clima, ha reso anche l’Italia un’importante zona di transito ed una meta a lungo termine per imponenti flussi migratori. Al 31 dicembre 2024 l’Istat registrava 5 milioni e 422mila stranieri residenti nel nostro Paese, in aumento di circa 170mila individui rispetto all’anno precedente con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,2%.
La presenza degli immigrati ha trasformato in modo significativo l’aspetto e la vita del Paese. Gli indicatori principali delle condizioni di vita degli immigrati nel nostro Paese, d’altra parte, continuano a mostrare luci ed ombre. Alcune caratteristiche dell’immigrazione in Italia, in particolare la componente irregolare (in flessione nel corso degli anni), determinano condizioni in partenza problematiche che frappongono concreti impedimenti alla convivenza serena ed all’integrazione.
Media, politica e narrazione dell’immigrazione nel dibattito italiano
Nonostante ciò, in Italia – diversamente da quanto accade in alcuni contesti europei o statunitensi – non si può parlare di forte conflittualità urbana in relazione all’immigrazione, ma non mancano comunque episodi di tensione e di criminalità. Molto spesso i media e gli attori politici hanno contribuito ad influenzare l’orientamento emotivo degli italiani rispetto al fenomeno, in positivo o in negativo, esaltandone a turno paure, pregiudizi, semplificazioni, persino idealizzazioni. Il lessico e le immagini ricorrenti presso gli organi di informazione attingono frequentemente al linguaggio bellico parlando di “invasione”, “assedio” o, nel migliore dei casi, a quello del cataclisma naturale (“ondata”, “tsunami”) fino a sconfinare nel repertorio biblico (“apocalisse”, “esodo”).
Immigrazione, sicurezza e conflittualità nel confronto politico
Il dibattito politico, da parte sua e nel corso degli anni, raramente si è dimostrato sereno e costruttivo sul tema; al contrario, troppo spesso alimenta la conflittualità e la contrapposizione tra cittadini italiani e stranieri. Da qui anche gli innumerevoli dibattiti parlamentari su cittadinanza, ius soli, ius sanguinis, ius scholae, ius culturae, sicurezza, che generalmente vedono un tenace arroccamento sulle rispettive posizioni contrapposte e scarsissimi esiti concreti. L’idea collettiva dell’immigrato e dell’immigrazione è frequentemente condizionata dal coinvolgimento di una parte degli immigrati nelle attività illecite – fenomeno strettamente connesso con la mancata integrazione nel tessuto sociale, economico ed occupazionale del Paese, e infatti relativo prevalentemente alla popolazione irregolare. Rimane, comunque, necessaria una obiettiva presa di coscienza, da parte di tutte le Istituzioni, del problema dell’elevata incidenza di reati nelle fasce d’età giovanili di prima e seconda generazione.
Segnali di integrazione nella vita quotidiana delle città
La vita quotidiana delle città italiane offre, d’altra parte, testimonianza anche dei segnali di integrazione degli stranieri e molte di queste esperienze arrivano proprio dalle seconde generazioni, in un percorso di naturale integrazione tra vecchi e nuovi abitanti del Paese. L’instaurarsi di rapporti personali di fiducia, nei contesti lavorativi, nelle realtà a dimensione d’uomo (quartieri, paesi, comunità) offre ai cittadini immigrati concrete opportunità di inserimento e di integrazione, a differenza delle periferie dimenticate e dei contesti nei quali ogni porta sembra destinata a rimanere chiusa, se non per impieghi penalizzanti o, peggio, arruolamento criminale. In molte realtà, sul territorio nazionale, la pacifica convivenza tra italiani ed immigrati sottende poi una sostanziale separazione, più che un vero scambio.
Uno scenario dunque variegato e complesso, in costante evoluzione, su cui sarebbe inopportuno generalizzare. Si può però affermare che i cittadini italiani appaiono preoccupati, sotto pressione a causa dell’incertezza dei tempi, ed anche per questo sembrano vivere l’immigrazione, troppo spesso, come un problema in più, di cui molti vorrebbero poter semplicemente non farsi carico. Il contesto storico ed economico, segnato da un’insicurezza collettiva, non dispone né all’apertura né ad un approccio altruistico.
Scuola e formazione: il ruolo chiave per l’integrazione degli immigrati
Il sistema formativo, terreno privilegiato di socializzazione e agenzia fondamentale ai fini della qualità del futuro inserimento lavorativo, rappresenta, e continuerà ad essere, anche in prospettiva futura, uno degli àmbiti privilegiati sul quale si giocherà la sfida dell’inclusione. Per questo l’integrazione scolastica dovrebbe essere favorita in modo sempre più responsabile e strutturato.
Politiche pubbliche e gestione dell’immigrazione per una convivenza civile
Già negli anni Ottanta, l’Eurispes segnalava il rischio che avrebbe potuto comportare la scelta di affrontare il nuovo fenomeno in una prospettiva esclusivamente “di ordine pubblico”, oppure assistenziale, o ancora di sanatoria. Le politiche per l’inclusione, per risultare efficaci, devono invece essere organiche, affrontando temi e problemi che appartengono agli immigrati all’interno di programmi generali validi per tutti i cittadini – in relazione a mercato del lavoro, questione abitativa, sistema scolastico. Questa è anche la strada più efficace per porre basi più solide per la convivenza civile, l’armonia sociale, il rispetto delle regole. L’emarginazione, in ogni sua forma, è, infatti, una condizione che facilita il passaggio alla devianza. Vivere in un Paese da cui ci si sente esclusi e respinti mina alle fondamenta il senso di appartenenza, e di conseguenza, la propensione a rispettarne le regole, a contribuire al suo sviluppo.
*Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes.

