Le reti associative in Italia, composte da consorzi di associazioni di promozione sociale e organizzazioni di volontariato, non hanno mostrato negli ultimi anni una crescita significativa. Queste reti svolgono un ruolo cruciale in diversi àmbiti sociali, dall’assistenza alle fasce vulnerabili alla promozione della cultura e dell’integrazione sociale.
Le reti associative in Italia: tra sfide e opportunità
Le “Reti Associative del Terzo settore”, istituite di recente dal Codice del Terzo settore (art. 41 del D.lgs 117/2017), per essere costituite devono aggregare un numero non inferiore a 100 Enti del Terzo settore (20 nel caso di Fondazioni), le cui sedi legali o operative siano presenti in almeno cinque regioni o province autonome mentre le reti associative nazionali associano un numero non inferiore a 500 Enti del Terzo settore (100 se Fondazioni) le cui sedi legali o operative siano presenti in almeno dieci regioni o province autonome.
Reti associative: tra riforma e realtà sul campo
La riforma ha riconosciuto ufficialmente le reti come entità aventi una loro specifica identità giuridica, favorendo così l’unione dei vari Enti. Questo impulso ha avuto successo soprattutto nel motivare le realtà con maggiori risorse professionali e organizzative e creare relazioni consortili o di coordinamento con altri attori. Tuttavia, una significativa porzione dell’associazionismo di volontariato, specialmente quello di piccole dimensioni ha incontrato più difficoltà in questo contesto. Molte di queste realtà hanno ritenuto che l’ingresso nel nuovo Registro Unico Nazionale degli Enti di Terzo Settore fosse eccessivamente oneroso e vincolante. Inoltre, le reti promosse dalla riforma tendono a richiedere aggregazioni ampie e con un’estensione geografica significativa, risultando così meno focalizzate sul contesto locale. Quasi la metà delle associazioni non partecipa a reti associative. Questo si trasforma in una minore capacità di azione collettiva e di advocacy, sia a livello locale che nazionale.
I vantaggi della collaborazione
Nonostante queste limitazioni, i vantaggi di appartenere ad una rete associativa sono molteplici: i consorzi sono spesso in grado di accedere a fondi europei e nazionali, aumentando così le risorse disponibili per i loro progetti. La creazione di reti consortili sta diventando una strategia comune per affrontare insieme sfide di grande portata, come l’emergenza abitativa e l’inclusione sociale.
Al 2023 risultano iscritte al RUNTS 42 reti associative, quali Acli, Anpas, Arci, Croce Rossa, Auser, Misericordie, Legambiente, MCL, solo per citarne alcune. Per assicurare la loro sostenibilità futura, è cruciale che queste reti continuino ad evolversi, affrontando le sfide contemporanee e scoprendo nuove strategie per mantenere le loro operazioni nel lungo termine. È vitale che ci siano una partecipazione attiva della società civile ed una spinta maggiore ad aggregarsi, poiché questo è fondamentale per il rafforzamento del Terzo settore e per l’implementazione di politiche efficaci di più ampio raggio.
Le relazioni nel Terzo settore: un network strategico
L’Istat indaga in maniera più generica le “relazioni significative” tra Istituzioni non profit (INP) e diversi soggetti che possono essere sia persone fisiche sia soggetti istituzionali (pubblici o privati). Tali relazioni risultano stabilite da 9 Istituzioni non profit su 10 (89,3%). Gli stakeholder più coinvolti sono i soci (70%), i volontari (47,4%) e i destinatari delle attività (46,5%); più bassa la quota delle Istituzioni che indicano di avere rapporti con i lavoratori retribuiti (14,2%) e con i donatori (10,2%). Rispetto agli stakeholder istituzionali, il 36,1% delle INP nel 2021 ha intessuto relazioni con le Regioni e gli Enti pubblici locali, mentre con altri soggetti come Scuole, Università ed Enti di ricerca hanno dialogato il 15,8% delle INP. Seguono Ministeri, Enti, Agenzie di Stato (10,9%) e Aziende sanitarie locali, ospedaliere o di Servizi pubblici alla persona (9,3%). In àmbito privato, le INP hanno costruito reti con altri soggetti del settore (19,9%), Enti religiosi (12,2%) e con imprese private (8,1%).
Innovazione e tecnologia: il ruolo delle Cooperative Platforms e delle Digital Participatory Platforms
Le piattaforme cooperative rappresentano un modello innovativo nel panorama del volontariato e del Terzo settore in Italia, combinando la tecnologia digitale con i princìpi della cooperazione sociale per promuovere la partecipazione attiva e la condivisione delle risorse tra i cittadini. Secondo la sua definizione, una piattaforma cooperativa è un’impresa di proprietà cooperativa e governata democraticamente da coloro che dipendono da essa (lavoratori, utenti e altri stakeholder rilevanti) che, insieme, costituiscono una piattaforma digitale (sito Web, app mobile o protocollo) per facilitare gli scambi di beni e servizi. Queste piattaforme, gestite collettivamente dai loro membri, facilitano l’organizzazione e la distribuzione di servizi volontari, migliorando l’efficienza e l’impatto delle iniziative comunitarie. L’integrazione delle piattaforme cooperative nel Terzo settore italiano non solo può rafforzare le reti di solidarietà, ma stimola anche l’innovazione sociale, promuovendo modelli di sviluppo sostenibili e inclusivi.
Le considerazioni del Comitato scientifico della Fondazione PICO, che nel 2023 ha diffuso il Manifesto del “neomutualismo digitale”, evidenziano come la trasformazione e l’innovazione digitale nelle cooperative non si limitino a migliorare efficienza e produttività, ma mirino anche a rinnovare e consolidare l’essenza del loro carattere mutualistico e del patto che ne costituisce il fulcro.
Da un recente studio di Bonifacio e Pais nel 2023 sono state recensite 131 piattaforme cooperative italiane, di cui 86 hanno sede al Nord (36 a Milano). Tra queste, quelle che erogano il proprio servizio su tutto il territorio nazionale sono 107, 13 delle quali sono attive anche all’estero. Inoltre, circa la metà delle piattaforme eroga servizi sia online che offline; il 30% offre solo servizi offline e il 20% solo servizi online, per quanto quest’ultima categoria sia in forte crescita. Lo studio utilizza due criteri nel differenziare le piattaforme che erogano servizi di cura: l’accesso degli utenti; gli attori che le promuovono. Sulla base di ciò, le piattaforme possono essere ricondotte a tre tipi:
- Piattaforme di welfare aziendale (29 su 131), che erogano servizi sia verso dipendenti-beneficiari sia verso fornitori dei servizi di welfare, selezionati dalla piattaforma stessa.
- Piattaforme di welfare territoriale (26), in cui l’accesso è indiretto per i fornitori dei servizi, che a volte sono accreditati dall’Ente pubblico e per i cittadini in carico ai servizi sociali. Mentre l’accesso diretto è consentito per i servizi a pagamento.
- Piattaforme di welfare digitale (82), che erogano servizi ad accesso diretto sia dal lato dei clienti che dal lato dei fornitori di servizi, che possono candidarsi direttamente tramite la piattaforma.
De Filippi e Cocina sviluppano invece un interessante approfondimento sulle Digital Participatory Platforms (DPPs) intese come una tipologia di “tecnologia civica”, esplicitamente costruita per scopi partecipativi, di coinvolgimento e collaborazione, che consente contenuti generati dagli utenti e include una gamma di funzionalità come, ad esempio, analisi, input basati su mappe e geolocalizzati, importazione ed esportazione di dati, classificazione delle idee, che trascendono e differiscono notevolmente dai social media come i siti di social network e il microblogging (Facebook, Twitter e Instagram).
Il contributo evidenzia il grosso potenziale delle DPP nel consentire l’integrazione di metodi online e offline, nel facilitare gli scambi di informazioni tra cittadini e amministratori e nell’implementare il massimo livello di partecipazione attiva attraverso la co-progettazione e la co-produzione.
Sebbene queste piattaforme siano ancora considerate un ibrido tra non profit e start-up imprenditoriali, tra servizi di welfare e servizi di wellbeing, tra esperimenti territoriali e portali nazionali di imprese transnazionali, è necessario avviare nei prossimi anni un’attenta considerazione del loro ruolo all’interno (o all’esterno) del Terzo settore italiano. Molti dubbi sulla reale democraticità della loro governance e sulla trasparenza stessa del loro operato, anche in considerazione dei lavoratori che sono stabilmente coinvolti, sono già emersi in passato. Se da un lato vengono proposte regolamentazioni apposite per adeguare la normativa esistente, esistono anche molti sforzi per riportare queste nuove forme “ibride” dentro strutture già regolamentate, come appunto, le cooperative sociali.
Le reti associative in Italia: tra sfide e opportunità future
Lo sviluppo del Terzo settore nel prossimo decennio dipenderà principalmente da tre fattori. Il primo riguarda la capacità delle organizzazioni di adattarsi alla nuova normativa introdotta dalla riforma, sfruttando le opportunità che essa offre, come il regime fiscale agevolato approvato dalla Commissione Europea nel marzo 2025. Il secondo fattore è la capacità di creare reti di collaborazione, utili per condividere buone pratiche, accedere più facilmente ai finanziamenti e ridurre le differenze tra i vari territori. Il terzo riguarda l’utilizzo delle nuove tecnologie, ad esempio attraverso piattaforme cooperative e strumenti digitali che favoriscono la partecipazione e il volontariato, anche online. Se il mondo associativo saprà affrontare queste sfide mantenendo i propri valori e coinvolgendo anche le nuove generazioni digitali, potrà diventare un attore fondamentale nel sostenere le trasformazioni ecologiche, sociali e tecnologiche della società.

