La guerra contemporanea viene spesso raccontata come una deviazione dalla norma, un incidente di percorso nella marcia della globalizzazione liberale. Un errore, una regressione, una parentesi destinata prima o poi a chiudersi. Ma se fosse esattamente il contrario? Se la guerra non rappresentasse il fallimento dell’ordine mondiale, bensì il suo strumento di manutenzione? Se non fosse ciò che interrompe il sistema, ma ciò che gli consente di sopravvivere quando le sue contraddizioni diventano ingestibili?
Quando il capitalismo va in crisi, parla il linguaggio delle armi
È da questa domanda che prende le mosse la riflessione di Emiliano Brancaccio, secondo cui la guerra non è un’anomalia del capitalismo globale, ma una sua funzione sistemica nelle fasi di crisi. Quando la competizione economica non è più sufficiente a garantire profitti, controllo delle catene del valore e stabilità monetaria, il conflitto armato diventa una modalità di riequilibrio coercitivo. Non un incidente di percorso, ma una soluzione estrema.
Capire la guerra è pericoloso: per questo viene semplificata
In questa prospettiva, la geopolitica dominante non sbaglia semplicemente diagnosi: svolge una funzione ideologica precisa. Frammenta i conflitti, li moralizza, li personalizza, li riduce a scontri tra leader, impedendo di coglierne la matrice comune. Ucraina, Medio Oriente, Mar Rosso, Indo-Pacifico non sono teatri separati, ma manifestazioni sincronizzate di un’unica crisi sistemica: una crisi di potenza, di catene produttive, di energia, di moneta, di controllo delle rotte strategiche. La guerra, in questo schema, non va “capita male” per errore: non va capita affatto, perché comprenderla davvero renderebbe molto più difficile giustificarne la perpetuazione.
Due teorie, un verdetto: il conflitto è strutturale
A prima vista, questa impostazione sembra lontana dalla teoria del realismo offensivo elaborata da John Mearsheimer, che spiega la guerra non attraverso la crisi del capitale, ma attraverso la struttura anarchica del sistema internazionale. In un mondo privo di un’autorità sovraordinata, gli Stati cercano sicurezza massimizzando il proprio potere e il conflitto diventa una conseguenza quasi inevitabile. Eppure il punto di contatto tra queste due letture è più profondo di quanto appaia. Mearsheimer smonta l’illusione liberale di un ordine internazionale fondato su regole condivise e cooperazione spontanea; Brancaccio ne smonta la base economica. Entrambi convergono su un nodo decisivo: l’ordine liberale non è universale, né stabile, ma storicamente situato e intrinsecamente conflittuale.
Legge della storia o legge del sistema?
La differenza tra le due prospettive resta sostanziale ma non contraddittoria. Per Mearsheimer la guerra è una legge strutturale della politica internazionale, destinata a riprodursi finché esistono Stati sovrani. Per Brancaccio è una legge storica del capitalismo in crisi, destinata a intensificarsi man mano che il sistema perde la capacità di autoregolarsi pacificamente.
È però con Giovanni Arrighi che questa diagnosi trova la sua cornice storica più ampia. Ogni ciclo egemonico – da Genova all’Olanda, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti – si chiude con una fase di finanziarizzazione, declino produttivo e crescente instabilità geopolitica. In questo schema, la guerra non è un’anomalia ma il segnale che un ordine non riesce più a riprodursi attraverso i normali meccanismi economici.
Ascesa, apice, declino: il copione delle egemonie
L’egemonia americana, nella lettura arrighiana, è entrata da tempo nella sua fase terminale: la potenza militare tende progressivamente a compensare l’erosione del primato economico e industriale. Brancaccio aggiorna questa intuizione al presente, suggerendo che la guerra non serve più a fondare un nuovo ordine – come accadde nel Novecento con Bretton Woods e la nascita delle istituzioni multilaterali – ma a ritardare il collasso di quello esistente, prolungandone artificialmente la vita.
Il mondo entra nella sua lunga fase di turbolenza
Una lettura che dialoga direttamente con Immanuel Wallerstein, per il quale il capitalismo non è un sistema eterno, ma un sistema-mondo storicamente finito. Quando i suoi meccanismi di accumulazione entrano in una crisi irreversibile, il sistema non crolla in modo improvviso e ordinato: attraversa una lunga fase di caos strutturale. La proliferazione dei conflitti regionali, la militarizzazione crescente della politica, l’erosione delle istituzioni multilaterali e delle regole condivise sono i sintomi di questa transizione.
Il ritorno della geopolitica materiale
Negli ultimi anni, del resto, alcuni indicatori sembrano confermare questa tendenza. La spesa militare globale ha raggiunto livelli record, superando i 2.400 miliardi di dollari annui, mentre molte economie avanzate stanno riconfigurando le proprie politiche industriali e fiscali in funzione della sicurezza strategica. Il riarmo europeo successivo alla guerra in Ucraina, il reshoring tecnologico negli Stati Uniti e la crescente centralità delle catene di approvvigionamento critiche – dai semiconduttori ai metalli rari – segnalano una trasformazione profonda: la sicurezza economica e la competizione geopolitica stanno tornando a sovrapporsi.
Difendere i valori o gestire il declino?
Se si osserva questa dinamica dal punto di vista della NATO e dell’Unione europea emerge una contraddizione difficilmente eludibile. Ufficialmente, l’Occidente afferma di difendere la sicurezza collettiva, il diritto internazionale e la democrazia liberale. Nei fatti, però, la crescente militarizzazione delle economie europee, l’allargamento indefinito dei fronti di crisi e l’assenza di una credibile strategia di de-escalation suggeriscono un obiettivo diverso: gestire il declino senza ammetterlo.
La NATO tende così a configurarsi come il garante militare di un ordine economico sempre meno competitivo sul piano produttivo. L’Unione europea, priva di una reale autonomia strategica, finisce invece per allinearsi a una logica di sicurezza che scarica i costi sulle proprie società: riallocazione della spesa pubblica verso il settore militare, compressione fiscale, pressioni sui sistemi di welfare e crescente vulnerabilità industriale. Non stiamo difendendo un futuro. Stiamo prolungando un presente che fatica sempre più a reggersi sulle proprie basi economiche e politiche.
Quale ordine mondiale richiede così tante guerre per sopravvivere?
La vera domanda, allora, non è se la guerra sia giusta o ingiusta, inevitabile o evitabile. La domanda è più scomoda e più radicale: quale ordine mondiale richiede così tante guerre per sopravvivere?
Non è un caso, del resto, se ogni ordine politico vive della possibilità del conflitto che lo fonda e lo delimita: la guerra non è l’eccezione dell’ordine internazionale, è il suo limite costitutivo. E non è nemmeno un caso se le fasi di declino dell’ordine mondiale sono storicamente accompagnate da un aumento della conflittualità sistemica. La guerra appare allora meno come una deviazione e più come il sintomo di una transizione.
Il ritorno di Tucidide: quando le potenze si sfiorano, il mondo trema
La competizione tra Stati Uniti e Cina – come intuì Tucidide descrivendo l’ascesa di Atene e la paura di Sparta – aggiunge a tutto questo un ingrediente classico: quando una potenza emergente altera gli equilibri esistenti, il sistema entra in una fase di instabilità strutturale. Ma oggi questa dinamica si intreccia con una crisi più profonda, quella del capitalismo globale e delle sue catene di accumulazione.
Il crollo della globalizzazione
Non sarebbe la prima volta che un ordine liberale entra in crisi. All’inizio del Novecento, la globalizzazione ottocentesca crollò sotto il peso delle sue contraddizioni, aprendo una lunga stagione di conflitti che andò dalla Prima guerra mondiale alla Grande Depressione fino alla Seconda guerra mondiale. Come osservò Karl Polanyi, quando l’equilibrio tra mercati globali e stabilità politica si rompe, il sistema non si dissolve pacificamente: attraversa una fase di disordine profondo in cui politica, economia e guerra tornano a intrecciarsi.
Il paradosso finale: amministrare il disordine
Se così stanno le cose, il problema non è semplicemente fermare le guerre in corso, ma comprendere quale tipo di ordine mondiale richieda un livello crescente di conflittualità per continuare a esistere. Perché un ordine che ha bisogno della guerra permanente per sopravvivere non è più un ordine: è la gestione amministrativa del disordine globale.

