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Immigrazione e lavoro: il ruolo delle imprese nell’integrazione economica degli immigrati

di
Mariarosaria Zamboi*

Il dibattito pubblico sulle migrazioni continua a concentrarsi su flussi, politiche di accoglienza e apprendimento della lingua, come se l’integrazione si possa esaurire nella capacità di entrare nel paese e orientarsi nei primi mesi. LInternational Migration Outlook 2025 dell’OCSE, invece, propone un cambio di prospettiva spostando l’attenzione sul ruolo delle imprese: l’integrazione economica degli immigrati non dipende soltanto da competenze individuali, percorsi formativi o buona volontà, ma è fortemente modellata dalle scelte dei datori di lavoro, cioè da quali imprese assumono, in quali settori, con quali percorsi di progressione e con quali pratiche organizzative.

La composizione dei flussi conferma la migrazione familiare come categoria principale con il 44% del totale, seguita da quella lavorativa e umanitaria 

Il contesto, del resto, resta quello di una mobilità internazionale ancora molto intensa, anche se, nel 2024 si osserva una lieve frenata dopo la crescita post-pandemica. La migrazione permanente verso i paesi OCSE diminuisce del 4%, ma si mantiene su livelli storicamente elevati con 6,2 milioni di nuovi ingressi, ancora 15% sopra il 2019. Gli andamenti sono differenziati: negli Stati Uniti i flussi permanenti sono aumentati del 20%, mentre al contrario, nell’Unione europea si è assistito a una contrazione dell’8%. La composizione dei flussi conferma la migrazione familiare come categoria principale con il 44% del totale, seguita da quella lavorativa al 17% e umanitaria al 13%. A rendere ancora più evidente la pressione sui sistemi nazionali è l’andamento dell’asilo, che nel 2024 raggiunge un massimo storico con 3,1 milioni di nuove domande, pari a un +13% rispetto al 2023 e più del doppio del 2019, mentre la migrazione lavorativa temporanea rimane su volumi elevati e stabili, attorno a 2,3 milioni di autorizzazioni nel 2024, mentre gli studenti internazionali hanno subito una contrazione con 1,8 milioni di nuovi ingressi, il 13% in meno rispetto al 2023, principalmente a causa dei cali registrati nei quattro principali paesi di destinazione (Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia).

Nel 2024 l’Italia registra 169 mila nuovi ingressi di lungo periodo o permanenti, in calo del 16% rispetto al 2023

I dati per l’Italia parlano di uno stock di 6,7 milioni di persone nate all’estero nel 2024, pari all’11,2% della popolazione, con una componente femminile al 53% e una crescita del 16% rispetto al 2014. Le principali provenienze delineano una geografia che vede Romania (circa 898 mila), Albania (circa 557 mila), Marocco (circa 489 mila), Ucraina (circa 297 mila) e Cina (circa 237 mila) tra i primi paesi di origine. Sul lato dei flussi, nel 2024 l’Italia registra 169 mila nuovi ingressi di lungo periodo o permanenti, in calo del 16% rispetto al 2023 e la composizione sottolinea una forte prevalenza della dimensione familiare: 61% per motivi familiari, 23% in libera circolazione, 10% per lavoro e 5% per motivi umanitari. Parallelamente, la pressione sull’asilo resta elevata, con 151 mila domande nel 2024 (+16% sul 2023), concentrate soprattutto su alcune cittadinanze, tra cui Bangladesh (33 mila), Perù (16 mila) e Pakistan (12 mila), mentre le decisioni adottate sono 79 mila e il tasso di esito positivo è pari al 36%. Anche i canali temporanei segnano movimenti importanti: nel 2024 l’Italia rilascia circa 17 mila permessi per lavoro stagionale, con un incremento di circa +103% rispetto al 2023 e un livello che il report descrive come quattro volte quello del 2019, mentre i permessi rilasciati a studenti internazionali terziari sono circa 20 mila.

Gli immigrati che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro guadagnano in media il 34% in meno dei lavoratori nativi

Un intero capitolo del report è dedicato all’analisi dell’integrazione nel mercato del lavoro, facendo emergere evidenze che mettono in discussione le attuali politiche di integrazione basate principalmente su apprendimento linguistico e riconoscimento dei titoli. L’OCSE utilizza dati amministrativi collegati tra lavoratori e imprese in 15 paesi, coprendo oltre 7 milioni di lavoratori immigrati e consentendo quindi di isolare il ruolo delle imprese e dei contesti produttivi. Il risultato di partenza è noto, ma qui viene misurato con precisione e scomposto nelle sue componenti: gli immigrati che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro guadagnano in media il 34% in meno dei lavoratori nativi a parità di età e sesso, un divario che scende al 21% dopo cinque anni e al 16% dopo dieci anni, senza tuttavia scomparire.

L’integrazione non è un dato individuale: incide la concentrazione degli immigrati in settori che pagano sistematicamente meno

L’aspetto fondamentale dell’analisi risiede nella comprensione delle motivazioni di un divario così ampio, e qui il report ribalta la lettura centrata esclusivamente sulle competenze individuali: circa il 63% del gap salariale iniziale non deriva da differenze intrinseche tra lavoratori, ma dalla concentrazione degli immigrati in settori e, soprattutto in imprese, che pagano sistematicamente meno. Più precisamente, il 36% del divario iniziale è associato alla collocazione in settori a bassa remunerazione (ad es. agricoltura e ristorazione), mentre un ulteriore 27% dipende dall’essere assunti da imprese low-pay anche quando si confrontano lavoratori nello stesso settore e nella stessa regione, segno che non basta parlare di “segmentazione settoriale”, perché la segmentazione è spesso anche intra-settoriale e legata alle caratteristiche delle aziende che assumono immigrati. A questa dimensione retributiva si aggiunge quella qualitativa, perché le imprese che assumono immigrati risultano, in media, più piccole e meno produttive, e in molti casi più segregate, con una forte concentrazione di forza lavoro immigrata.

Gli immigrati sono impiegati in mansioni meno retribuite, indipendentemente dalle competenze possedute, con enorme dispersione di capitale umano

Entrando nel dettaglio delle occupazioni – nei paesi in cui sono disponibili i dati – emerge un ulteriore livello di blocco: in sei paesi con dati occupazionali dettagliati[1], un ulteriore 27% del gap salariale iniziale è dovuto al fatto che gli immigrati sono impiegati in mansioni meno retribuite, indipendentemente dalle competenze possedute, e qui la sovra-qualificazione diventa un indicatore chiave della dispersione di capitale umano. In media, il 44% degli immigrati con istruzione terziaria lavora in occupazioni di livello medio-basso, e la distanza rispetto ai nativi è molto ampia, essendo questi ultimi fermi a una quota del 12-14%. L’OCSE mostra anche un elemento dinamico che aiuta a capire come avvenga, almeno in parte, il recupero nel tempo. Nei primi anni di permanenza nel mercato del lavoro, i salari reali degli immigrati crescono in misura rilevante e il report quantifica una crescita attorno al 24% nei primi cinque anni, un miglioramento trainato soprattutto dallo spostamento verso imprese e settori meglio remunerati, mentre la mobilità verso occupazioni più qualificate appare più limitata, cristallizzando una stratificazione professionale che condanna lavoratori qualificati a restare al di sotto delle proprie potenzialità.

In Italia il gap salariale iniziale tra immigrati e nativi arriva al 45%, il più alto tra i quindici paesi OCSE analizzati

In questo contesto l’Italia appare come un caso di particolare criticità nella fase iniziale: nel 2024 il tasso di occupazione dei nati all’estero è 64,7% e la disoccupazione è 8,9%, ma soprattutto l’incidenza della disoccupazione di lungo periodo raggiunge il 47,8%, indicando difficoltà persistenti e non semplicemente frizioni temporanee di inserimento. Ma è sui differenziali salariali che l’Italia emerge con il dato più severo, perché il gap salariale iniziale tra immigrati e nativi arriva al 45% (contro una media del 34%), risultando il più alto tra i quindici paesi analizzati, e questa distanza si accompagna a un livello di sovra-qualificazione particolarmente marcato: il 64% degli immigrati con istruzione terziaria lavora in occupazioni medio-basse, contro il 14% dei nativi (anche questo è il gap più elevato fra i paesi in esame).

Un miglioramento salariale esiste ma si sviluppa lungo traiettorie che non sempre corrispondono a un reale utilizzo delle competenze

Il report fornisce anche un’indicazione dell’evoluzione dei salari degli immigrati in Italia nei primi anni di esperienza nel mercato del lavoro, mostrando valori che passano da circa 1.241 USD nel primo anno a 1.603 USD al quinto[2], con un incremento del 29% tra primo e quinto anno, segno che un miglioramento esiste ma si sviluppa lungo traiettorie che non sempre corrispondono a un reale utilizzo delle competenze. In questo scenario, non sorprende che il report richiami anche la necessità di contrastare i segmenti più degradati del mercato del lavoro, citando per l’Italia stime di almeno 10.000 lavoratori agricoli stranieri in insediamenti informali (rapporto 2022) e ricordando l’attivazione di strumenti di governance e piani d’azione legati al Piano triennale nazionale 2023-2026 contro lo sfruttamento lavorativo e il caporalato, con iniziative locali in otto Comuni.

L’idea che l’integrazione sia una questione di adattamento individuale, competenze linguistiche e riconoscimento dei titoli appare inadeguata 

Se la porzione più ampia del divario iniziale dipende da imprese e settori, allora l’idea che l’integrazione sia quasi esclusivamente una questione di “adattamento” individuale o che si possa raggiungere attraverso la riduzione delle barriere linguistiche e il riconoscimento dei titoli, appare inadeguata. Le politiche tradizionali – corsi di lingua, facilitazione del riconoscimento delle qualifiche estere, programmi di upskilling – restano necessarie per rendere i lavoratori stranieri più pronti all’ingresso nel mercato del lavoro, ma non sono sufficienti se non intervengono su un sistema che li indirizza sistematicamente verso imprese peggiori, mansioni meno qualificate e percorsi con scarsa progressione. In questa prospettiva, l’OCSE spinge a considerare i datori di lavoro come attori centrali dell’integrazione economica, non soltanto come soggetti regolati, e indica l’importanza di strumenti che favoriscano pratiche inclusive e rendano possibile, anche concretamente, la mobilità verso imprese migliori. Il report sottolinea la necessità di comprendere i meccanismi che generano la segregazione lavorativa – dalle reti informali di reclutamento che tendono a riprodurre concentrazioni etniche, alla possibile discriminazione nella fase di assunzione – e di sviluppare strumenti che rendano conveniente per le imprese valorizzare pienamente le competenze dei lavoratori immigrati.

Integrazione significa ridurre gli ostacoli che impediscono agli immigrati di muoversi nel mercato del lavoro e di raggiungere opportunità migliori

Accanto al coinvolgimento delle imprese, l’OCSE richiama un pacchetto di leve che hanno un filo comune: ridurre gli ostacoli che impediscono agli immigrati di muoversi nel mercato del lavoro e di trasformare l’esperienza accumulata in opportunità migliori, attraverso informazioni accessibili, orientamento, reti professionali, connessioni territoriali e contrasto delle discriminazioni che, anche fuori dai luoghi di lavoro, possono restringere drasticamente il raggio delle scelte possibili. Ma la mobilità lavorativa non dipende solo da informazioni e competenze, l’attenzione va spostata anche su tutte quelle barriere che pur non riguardando direttamente il mondo del lavoro lo investono in modo indiretto: il miglioramento dei trasporti locali che collegano aree periferiche ai centri produttivi, permettendo agli immigrati di ampliare il raggio geografico delle opportunità lavorative accessibili; il contrasto alla discriminazione nel mercato immobiliare, che può costringere gli immigrati a concentrarsi in determinate aree geografiche con accesso limitato a imprese di qualità; l’accesso ad alloggi economicamente accessibili, elemento cruciale per consentire spostamenti verso aree con migliori prospettive occupazionali senza incorrere in costi abitativi insostenibili.

L’integrazione economica degli immigrati non può essere pensata come un percorso lineare che dipende soltanto dalle caratteristiche del lavoratore

In definitiva, l’integrazione economica degli immigrati non può essere pensata come un percorso lineare che dipende soltanto dalle caratteristiche del lavoratore. L’impresa in cui si entra, il settore in cui si viene assorbiti, la qualità delle opportunità disponibili nei primi anni e la possibilità concreta di muoversi verso posizioni migliori tendono a segnare la traiettoria successiva in modo decisivo. Se questo vale ovunque, in Italia assume un’urgenza particolare, vista l’ampiezza del gap salariale iniziale e il livello di sovra-qualificazione che non rappresentano soltanto una disuguaglianza da ridurre, ma anche un enorme spreco di capitale umano in un’economia nazionale già fortemente penalizzata da disallineamento fra competenze e bisogni delle imprese.

*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes.

[1] Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Portogallo.

[2] Retribuzioni reali medie mensili.

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