Pubblichiamo l’intervista realizzata per il magazine dell’Eurispes al Prof. Giuseppino Santoianni, Presidente AIC (Associazione Italiana Coltivatori).
Presidente Santoianni, le risorse della PAC contribuiscono al reddito degli agricoltori in media per il 33% in Europa, e per il 21% in Italia. Tuttavia, negli ultimi anni si è generata una contrazione della spesa per la PAC rispetto al Pil europeo, risultando quest’ultima praticamente dimezzata, e attestandosi attualmente allo 0,29% del Pil. La domanda che vorrei porle è la seguente: la PAC potrà continuare a costituire una politica strategica e comune, o rischierà di essere compressa all’interno di vincoli finanziari Ue sempre più stringenti?
La Politica Agricola Comune deve restare la prima garanzia di reddito per gli agricoltori. Oggi, però, questo ruolo è messo alla prova da un cambiamento profondo dell’architettura del bilancio europeo, che introduce maggiore flessibilità ma rende meno immediato capire quante risorse arriveranno davvero all’agricoltura. Anche perché negli ultimi anni la PAC ha visto ridursi progressivamente il proprio peso sul Pil europeo, pur continuando a rappresentare una quota rilevante del reddito degli agricoltori.
L’introduzione della cosiddetta “quota rurale” del 10% è un segnale positivo, così come la proposta di riorganizzazione dei fondi con cui la presidente Von Der Leyen suggerisce di utilizzare due terzi – circa 45 miliardi di euro – dell’importo accantonato fino alla revisione intermedia del bilancio settennale, da mobilitare immediatamente per sostenere gli agricoltori. Un intervento, quello della Commissione, che riafferma la centralità della PAC e scongiura la marginalizzazione dell’agricoltura all’interno dei nuovi Piani nazionali (NRPP). La flessibilità non è un problema in sé, se serve a rendere l’Europa più reattiva di fronte alle sfide globali. Diventa un problema quando si traduce in incertezza per le imprese agricole, che invece hanno bisogno di stabilità e programmazione. Per questo, se il bilancio europeo evolve verso un fondo sempre più integrato, anche la PAC deve essere riformata in modo profondo per restare riconoscibile come politica comune, con obiettivi chiari e risorse certe.
Il 9 dicembre scorso, il Commissario europeo per la Salute ed il Benessere degli animali, Olivér Várhelyi, ha annunciato, in tema di controlli sulle merci e prodotti importati, un aumento degli audit effettuati nei paesi terzi nei prossimi due anni e un aumento del 33% degli audit presso i posti di controllo frontalieri europei. A ciò si aggiunge l’istituzione di una task force Ue dedicata per rendere più efficaci i controlli sulle importazioni. Tutto ciò mentre è in corso il dibattito europeo dell’Accordo Ue–Mercosur, che solleva interrogativi molto forti in termini di concorrenza, sostenibilità e tutela delle filiere produttive europee. Il mondo dell’agricoltura italiana teme di essere di fronte al rischio di forti squilibri competitivi e chiede quindi all’Unione di assicurare condizioni di reciprocità. Qual è la sua opinione in merito?
Come Associazione abbiamo sempre ribadito di non avere alcuna pregiudiziale sull’accordo in sé e riteniamo che i passi compiuti sul rafforzamento delle garanzie di sicurezza rappresentino un primo segnale positivo. Detto questo, è evidente che su alcuni comparti agricoli l’accordo sollevi perplessità legittime in termini di concorrenza e – soprattutto – di sostenibilità. Il nostro obiettivo, però, non può essere quello di bloccare l’accordo. Il Mercosur è un mercato importante per molti comparti dell’agroalimentare italiano – penso al vino, all’olio, a diversi prodotti lattiero-caseari – anche grazie alla presenza di una forte comunità di italo-discendenti. È inoltre un’opportunità concreta per l’esportazione e la tutela di numerose Indicazioni Geografiche, che l’accordo riconosce e valorizza.
Ogni iniziativa da qui a gennaio volta a rafforzare i controlli sulle importazioni, in particolare a tutela delle filiere più sensibili, non può che essere accolta positivamente, soprattutto perché contribuisce a mitigare le preoccupazioni espresse negli ultimi giorni dal mondo agricolo. Ma il vero banco di prova non sarà il testo dell’accordo, bensì la sua attuazione. Gli accordi commerciali si giudicano sul campo, non sulla carta. È lì che l’Unione europea dovrà dimostrare di saper garantire condizioni di reale reciprocità, soprattutto attraverso risposte strutturali, a partire dall’accelerazione della riforma del Codice doganale dell’Ue.
Parlando di ricambio generazionale, il ddl Coltivaitalia introduce strumenti potenzialmente rilevanti come, ad esempio, la norma sui cosiddetti “terreni silenti” per cui è prevista una mappatura e l’assegnazione a giovani imprenditori per combattere lo spopolamento, la parcellizzazione e il dissesto idrogeologico, aumentando di conseguenza la produzione agricola. È un primo passo verso la messa a terra di una strategia di sistema?
Il ricambio generazionale in agricoltura solleva molte questioni, come Lei ha evidenziato. È innegabile che negli ultimi anni si sia registrata una crescente attenzione sul tema, sia a livello nazionale – penso alla legge recante “Disposizioni per la promozione e lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile nel settore agricolo”, nota come Legge Carloni – sia a livello europeo, con la Strategia europea sul ricambio generazionale, alla quale anche l’AIC ha voluto contribuire in modo concreto, presentando proposte alla Commissione, molte delle quali sono state recepite.
Orientare le risorse per favorire il ritorno dei giovani alla terra è indispensabile per garantire il futuro del settore e la sicurezza alimentare. In questo senso, la misura sui cosiddetti terreni silenti prevista dal ddl ColtivaItalia va nella direzione giusta, perché rimette in circolo superfici oggi improduttive e prova a intervenire su nodi strutturali come lo spopolamento delle aree interne, la frammentazione fondiaria e la fragilità del territorio. Ma non basta. Per convincere un giovane ad aprire un’azienda agricola serve una politica che rafforzi le infrastrutture e i servizi nelle aree interne, perché dove sta bene un cittadino, sta bene un’impresa e, di conseguenza, un territorio.
Gli studi della Commissione Europea hanno mostrato che un agricoltore danese dedica agli adempimenti relativi alla Politica Agricola Comune una media di 10 ore annue con un costo corrispondente di € 200 nei 12 mesi. A fronte di ciò, un imprenditore agricolo italiano ha bisogno di oltre 30 ore con un costo di impresa di oltre 800 euro, ovvero il più alto d’Europa. Per eliminare questo gap che sfavorisce l’impresa agricola italiana, quali sono i primi correttivi che introdurrebbe?
Il dato che lei richiama fotografa una delle principali criticità che penalizzano l’impresa agricola: il costo ancora troppo elevato degli adempimenti amministrativi legati alla Politica Agricola Comune, soprattutto nel nostro Paese. Non è un problema di regole in sé, ma di carico burocratico e di tempi che finiscono per pesare in modo sproporzionato sulle nostre aziende agricole. Un primo segnale positivo arriva dal pacchetto di semplificazioni recentemente approvato dal Parlamento europeo, che entrerà in vigore già a partire da gennaio. Si tratta di interventi orientati a un drastico alleggerimento degli oneri burocratici e a un sostegno più diretto agli agricoltori, con particolare attenzione alle piccole imprese e alle start-up. Le nuove disposizioni prevedono una riduzione dei controlli in loco, il superamento della verifica annuale delle prestazioni e una semplificazione del regime di condizionalità, con l’obiettivo di rendere più snelle le procedure operative e limitare gli adempimenti a basso valore aggiunto. Nel complesso, l’impatto stimato è una riduzione dei costi amministrativi per le aziende superiore a 1,5 miliardi di euro.
Affinché questi benefici si traducano pienamente anche nel contesto italiano, sarà però decisivo il modo in cui le semplificazioni europee verranno recepite e attuate a livello nazionale e regionale. È sull’attuazione che si misurerà la concretezza di questo cambio di passo, anche e soprattutto in vista della PAC post-2027.
La questione del prezzo del grano, con particolare riferimento a territori come il Molise, evidenzia le difficoltà strutturali dei produttori nel vedersi riconosciuto un valore equo a fronte di costi di produzione crescenti. Il ddl ColtivaItalia affronta il tema del grano con l’obiettivo di rafforzare la filiera nazionale e contrastare le distorsioni di mercato. È la strada giusta?
La direzione è certamente quella giusta, ma perché questa impostazione produca effetti tangibili è indispensabile che gli strumenti previsti siano pienamente efficaci e messi rapidamente a regime. In territori come il Molise la situazione è ormai molto critica: i costi di produzione continuano a crescere, mentre il prezzo riconosciuto al grano resta scollegato dal valore reale del prodotto e dal lavoro agricolo. È per questo che avevamo chiesto alle istituzioni di anticipare già nella Legge di Bilancio alcune delle misure previste dal ddl ColtivaItalia sulla filiera del grano, per dare risposte immediate a un comparto in sofferenza. Il Granaio Italia, pur essendo oggi formalmente operativo, è ancora in una fase iniziale di applicazione e non ha ancora garantito quella trasparenza su volumi, giacenze e dinamiche di formazione dei prezzi che sarebbe necessaria per riequilibrare il mercato a favore dei produttori.
La manovra di Bilancio 2026, per quanto riguarda il settore agricolo, si concentra principalmente su un nuovo credito di imposta 4.0 per investimenti in beni strumentali innovativi (al 40%), ma con una quota di risorse abbastanza limitate, ovvero 2,1 miliardi di euro. Qual è la posizione di AIC?
Pur nella consapevolezza dei margini di manovra limitati, la valutazione complessiva dell’AIC sulla Legge di Bilancio 2026 è quella di un impianto prudente, in larga parte in continuità con le scelte già adottate nella manovra precedente. Gli strumenti previsti per sostenere gli investimenti, come il nuovo credito d’imposta 4.0 al 40 per cento e la prosecuzione della Nuova Sabatini, vanno nella direzione giusta e confermano la volontà di stimolare la propensione agli investimenti privati. Resta però il tema della dotazione complessiva delle risorse che potrebbe risultare limitata rispetto alla portata delle sfide che il settore agricolo è chiamato ad affrontare.
Nel corso dell’esame parlamentare, alcuni emendamenti hanno contribuito a rafforzare la qualità del testo. In particolare, la proroga della sperimentazione sulle TEA – Tecniche di Evoluzione Assistita rappresenta una scelta strategica per garantire continuità alla ricerca e alla sperimentazione, nel pieno rispetto della qualità delle nostre filiere. Rimangono, tuttavia, alcuni nodi irrisolti, a partire dall’opportunità di rendere strutturale l’estensione dei benefici della ZES Unica al settore agricolo, che potrebbe rappresentare un ulteriore fattore di sviluppo per le filiere e per i territori rurali delle regioni coinvolte e dal mancato ripristino dell’esenzione contributiva per gli imprenditori agricoli under 40, una misura che tra il 2017 e il 2023 aveva contribuito a produrre un incremento del 12% delle iscrizioni alla previdenza agricola.
AIC ha sviluppato iniziative volte a promuovere e certificare la qualità delle filiere agricole per garantire il rispetto di standard qualitativi per le produzioni agricole. Insieme a questo sostiene la collaborazione con le Istituzioni di controllo per contrastare i fenomeni di contraffazione e Italian Sounding. Ci vuole raccontare nel dettaglio l’impegno dell’Associazione su questo fronte?
Rappresentando una realtà composta da oltre 35 mila piccole e medie imprese agricole, per l’AIC la tutela della qualità e del lavoro degli agricoltori è una priorità assoluta, soprattutto in un mercato in cui i fenomeni di contraffazione e di Italian Sounding continuano a generare distorsioni economiche rilevanti. In questa direzione si inserisce la scelta di registrare il marchio collettivo “Filiera Agrecó”, nato per certificare tutto il buono dei coltivatori: non solo la qualità del prodotto finale, ma anche la trasparenza dei passaggi di filiera, lungo l’intero percorso che va dalla produzione alla commercializzazione. È uno strumento pensato per rendere riconoscibile il lavoro delle imprese agricole e rafforzare la fiducia dei mercati e dei consumatori. Accanto a questo lavoro di valorizzazione, abbiamo ritenuto fondamentale rafforzare anche la collaborazione con le istituzioni di controllo. Per questo AIC e AICO (Associazione Italiana Consumer) hanno sottoscritto un protocollo d’intesa con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, finalizzato a promuovere attività formative e di approfondimento tecnico-scientifico sulle filiere agricole e sull’olio d’oliva, a supporto dell’azione di prevenzione e contrasto alle frodi. La tutela della qualità, per noi, è un impegno all’interno di una filiera che unisce imprese, istituzioni e mercato e che si gioca sulla capacità di rendere trasparenti le filiere e riconoscibile il valore delle nostre produzioni.

