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Da Roma a Bruxelles, la società civile propone un progetto di pace per l’Europa. Intervista al Prof. Umberto Triulzi

di
Alessia Domenici*

Da Roma a Bruxelles: dopo circa un anno di incontri, riflessioni e approfondimenti promossi a Roma dal Laboratorio Europa dell’Eurispes e da ELEC-Italia (Lega europea per la cooperazione economica), le proposte elaborate in materia di sicurezza e difesa integrata europea sono approdate a Bruxelles per essere discusse in una conferenza dal titolo La difesa dell’Europa di fronte alle attuali sfide di politica estera: tra autonomia strategica e sicurezza globale.

L’iniziativa, realizzata il 1° ottobre 2026 con il coinvolgimento attivo del Comitato economico e sociale europeo (Cese/EESC), ha visto la partecipazione di numerosi think tank europei ‒ tra cui le associazioni Jean Monnet e Friends of Europe, la Fondazione Internazionale Triffin, il Wilfried Martens Centre e il Centre for European Policy Studies (CEPS) ‒ oltre a esponenti del mondo imprenditoriale e finanziario, tra i quali gli italiani Giuseppe Fusilli (Azimut Holding S.p.A.) e Rodolfo Errore (Comitato investimenti, Azimut Fund Secure Europe Technologies). Di particolare rilievo sono stati gli interventi di S.E. Mons. Luc Terlinden, Arcivescovo di Malines-Bruxelles e Presidente della Conferenza episcopale del Belgio, e del Prof. Paolo Garonna, Presidente della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontefice (FCAPP).

Ne parliamo con il Prof. Umberto Triulzi, coordinatore del Laboratorio Europa dell’Eurispes e portavoce dei promotori dell’iniziativa, docente di Politica economica europea alla Sapienza Università di Roma, membro del Direttivo dell’Associazione Jean Monnet e già consulente del Comitato economico e sociale europeo.

Uno dei temi centrali della Conferenza è stato ripensare la sicurezza e la difesa europea come una politica di pace e di cooperazione, e non soltanto come mero riarmo. Come è possibile conciliare questa prospettiva con la necessità di rafforzare le capacità strategiche della politica estera europea?

Il confronto ha evidenziato come non vi sia alcuna contrapposizione tra la ricerca di una politica di sicurezza e difesa fondata sulla pace e sulla stabilità e la volontà di rafforzare la capacità d’azione dell’Unione. Diversi oratori hanno infatti sottolineato la piena complementarietà tra l’incremento delle capacità militari di deterrenza e l’obiettivo primario di prevenire i conflitti e preservare la pace.

Il vero nodo della questione è evitare che i 27 paesi membri continuino a sviluppare sistemi nazionali frammentati, riducendo la politica di sicurezza europea a una sterile somma di programmi nazionali di riarmo. A questo fine è indispensabile definire un’unica politica europea di sicurezza e difesa capace di contribuire a un nuovo ordine mondiale e di proteggere efficacemente i cittadini europei; obiettivi che si possono raggiungere solo dotando l’Unione delle necessarie e adeguate capacità militari.

Due dei limiti principali emersi durante la Conferenza sono la frammentazione della spesa nazionale e la duplicazione delle produzioni militari, fattori che impediscono la nascita di un sistema europeo di difesa efficiente e competitivo. Quali soluzioni sono state avanzate per ridurre i costi e accrescere le capacità?

La frammentazione rappresenta il principale ostacolo strutturale. Una pletora di programmi nazionali distinti non genera economie di scala. La Conferenza ha chiarito che non basta acquistare più equipaggiamenti o sollecitare le industrie a consolidarsi: occorre definire prioritariamente una strategia comune per consolidare la domanda. Ciò significa investire nella standardizzazione (dalle produzioni ai datalink, dalla cybersicurezza alla logistica), nell’interoperabilità, negli appalti congiunti e nell’individuazione analitica delle carenze di capacità (capability gaps). Non si tratta, quindi, semplicemente di spendere di più, ma di spendere meglio e insieme, partendo dal coordinamento della domanda aggregata.

Tuttavia, va ribadito che la difesa possiede specificità tali da non poter essere trattata come un normale segmento del Mercato Unico: in essa convivono istanze complesse quali la sicurezza degli approvvigionamenti, la tutela delle tecnologie strategiche, le prerogative e responsabilità nazionali e la legittimità politica stessa della spesa pubblica per la sicurezza.

Tra le proposte di maggior rilievo figura la costituzione di un Comitato Delors per la Difesa, ispirato al metodo adottato da Jacques Delors per il percorso verso l’euro. Quali condizioni politiche sono indispensabili affinché questo processo risulti efficace?

L’idea di istituire questo Comitato nasce dall’esigenza di tracciare una tabella di marcia di medio-lungo periodo per la costruzione di una vera politica e industria europea della difesa. La sua efficacia dipende fondamentalmente da due condizioni: un obiettivo politico nitido, definito dai leader europei, e un mandato preciso conferito a personalità indipendenti, di alto profilo autorevole e dotate di elevate competenze tecniche, a garanzia della duplice valenza tecnica e politica del progetto.

Inoltre, per evitare che la proposta rimanga una pura speculazione teorica, occorre superare le storiche divergenze istituzionali, prima fra tutte il raccordo tra difesa e politica estera comune, nonché il nodo del livello di sovranità da condividere. Su questo primo punto, mentre alcuni partecipanti hanno caldeggiato un’integrazione immediata tra difesa e politica estera della Ue, altri hanno evidenziato le notevoli difficoltà pratiche e politiche di un tale passo, suggerendo un approccio più graduale e sussidiario. Quanto al tema della sovranità, è indispensabile superare la paralisi decisionale causata dal principio dell’unanimità. Se l’abolizione dell’unanimità garantirebbe un processo decisionale più tempestivo ed efficace, resta da definire attraverso quali modalità la sovranità nazionale debba essere trasferita o esercitata congiuntamente. Tra le formule ipotizzate figurano l’istituzione di un Consiglio di sicurezza europeo, l’estensione del voto a maggioranza qualificata e un approccio di tipo Schengen, ovvero cooperazioni strutturate tra paesi volenterosi aperti all’adesione successiva di altri Stati membri.

Durante i lavori si è riflettuto ampiamente sul rapporto tra l’autonomia strategica europea e la NATO. Come si può rafforzare la prima senza indebolire l’alleanza con gli Stati Uniti?

Il rafforzamento dell’autonomia strategica europea non è in alcun modo in contrapposizione con l’Alleanza atlantica. Al contrario, va inteso come la capacità dell’Unione europea di decidere e agire autonomamente laddove vi sia un’assenza di risorse o di impegno politico da parte statunitense. Per raggiungere questo traguardo, l’Europa deve consolidare il pilastro europeo della NATO, sviluppando in proprio quelle capacità abilitanti strategiche (strategic enablers) per le quali si è storicamente affidata a Washington: non solo armamenti, ma soprattutto intelligence, sorveglianza, assetti spaziali, trasporto strategico, rifornimento in volo, logistica e sistemi di comando e controllo. L’autonomia strategica serve, dunque, a rendere più solida e credibile la difesa collettiva, garantendo al contempo la piena interoperabilità con le forze NATO.

Lo sviluppo di una difesa comune richiede investimenti ingenti che i soli bilanci pubblici non possono sostenere. A quali condizioni il capitale privato può essere mobilitato a supporto di questo processo?

È emerso chiaramente come l’abbondante liquidità e il risparmio presenti in Europa non si traducano automaticamente in investimenti per la sicurezza. Per attrarre il capitale privato, sia nazionale che europeo e internazionale, occorrono precondizioni precise: progetti industriali credibili, strumenti finanziari dedicati, quadri normativi chiari e prevedibili, una congrua ripartizione dei rischi tra pubblico e privato e prospettive di mercato trasparenti. L’ingegneria finanziaria, da sola, non basta. Se sostenuto da queste garanzie, il capitale privato può offrire un contributo determinante all’espansione industriale, all’innovazione tecnologica, alle infrastrutture e ai settori a duplice uso (dual-use). Resta fermo, tuttavia, che i privati non possono sostituirsi alla responsabilità primaria e sovranazionale degli Stati nella spesa per la sicurezza e la difesa.

Molti interventi hanno ricordato che la difesa europea non può ridursi a una questione di forze armate, industria o finanza, ma richiede il consenso dei cittadini e la legittimazione democratica. In che modo si può costruire questa consapevolezza pubblica?

È fondamentale che i cittadini europei abbiano piena consapevolezza non solo di come l’Unione intenda difendersi, ma soprattutto di che cosa stia difendendo: la democrazia, la libertà, la dignità umana, il pluralismo, la solidarietà e il diritto delle nostre società di determinare pacificamente il proprio futuro. Questa impostazione si riallaccia direttamente all’ispirazione originaria del dopoguerra, quando l’integrazione europea fu concepita innanzitutto come un grandioso progetto di pace volto a superare i nazionalismi e a garantire la sicurezza, la democrazia e i diritti fondamentali nel continente.

Per questo motivo, è stato di fondamentale importanza promuovere una Conferenza aperta a una pluralità di attori, dalle Istituzioni europee alla società civile, dagli esperti del mondo accademico agli operatori finanziari e industriali. I loro contributi hanno permesso di arricchire il dibattito, evitando di ridurlo a una mera discussione sul riarmo o sulla deterrenza. La difesa europea rimane, prima di tutto, un progetto politico e sociale guidato dall’esigenza di preservare, rafforzare e proiettare nel futuro quel patrimonio di pace e cooperazione che ha caratterizzato la storia dell’integrazione europea negli ultimi decenni.

*Alessia Domenici, ricercatrice del Laboratorio Europa di Eurispes – SIOI

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