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Quel “prezzo nascosto” pagato da un’Italia sempre più povera. Intervista al Professor Leonzio Rizzo

di
Massimiliano Cannata

Tra polemiche e tensioni diffuse, la Finanziaria sarà sottoposta al vaglio di un dibattito parlamentare che si preannuncia quanto mai complesso. Ci troviamo improvvisamente ad affrontare un “autunno caldo”, infiammato dalle proteste che hanno riacceso le piazze da Nord a Sud, riflesso di un malessere destinato ad espandersi nella vecchia Europa. Il nostro Paese soffre, in particolare, per l’erosione del potere d’acquisto e il crollo verticale dei salari, fenomeni che investono una porzione crescente della popolazione, assumendo dimensioni preoccupanti. Scontiamo l’antica incapacità ad affrontare nodi strutturali che ci avviluppano: l’economia continua a crescere poco, la produttività rimane stagnante, il debito pubblico altissimo e i nodi del mercato del lavoro irrisolti. Se i mali sono noti, latitano le terapie efficaci. Sui tanti perché che sono alla radice di un grave disallineamento che vede la politica lontana dai bisogni reali, ha indagato Leonzio Rizzo, Professore ordinario di Scienza delle Finanze dell’Università di Ferrara che, insieme con Marco Leonardi, Professore ordinario di Economia Politica dell’Università di Milano, hanno scritto il libro-inchiesta Il prezzo nascosto (ed. Egea).

Professore, un messaggio molto preciso arriva dal vostro studio: siamo tutti più poveri, e bisogna ripartire da questa consapevolezza per definire una politica economica degna di questo nome. Quali sono le cause di una condizione che non riguarda più una minoranza, ma che ormai investe milioni di italiani?

Nel tempo si è registrato un visibile deterioramento della condizione dei lavoratori. Negli ultimi venti anni solo alcune categorie hanno, infatti, accresciuto redditi e patrimoni, mentre molti dipendenti hanno perso il loro potere d’acquisto. È l’incontro fra una debolezza antica per l’Italia ‒ la stagnazione della produttività e delle retribuzioni ‒ e lo shock dei prezzi che si è verificato tra il 2022 e il 2023. Il rinnovo dei contratti collettivi attuato in ritardo, non in sintonia rispetto alla spinta inflattiva e il peso crescente del fisco, che ha assorbito una parte degli aumenti nominali, hanno fatto il resto, complicando un quadro già molto delicato e complesso.

Nel saggio mettete in discussione la narrazione dei «tempi buoni», che sono seguiti agli anni bui del Covid. Questa illusione ottica da che cosa è stata determinata?

Va detto che in quel preciso momento storico i risultati positivi si erano verificati: ripresa dopo la pandemia, crescita dell’occupazione e maggiore fiducia dei mercati. L’illusione nasce quando questi parametri cominciano a essere usati per descrivere la condizione di tutte le famiglie. Il Pil è un misuratore della produzione complessiva, ma da solo non dice come il reddito venga distribuito, né l’effettivo potere d’acquisto del singolo lavoratore. La comunicazione politica ha, di fatto, selezionato gli indicatori favorevoli, quando un’analisi seria avrebbe dovuto piuttosto compararli ai salari reali e al reddito disponibile. Il punto chiave rimane quello di capire, con obiettività, chi abbia beneficiato della ripresa e chi ne abbia sostenuto i costi.

I nuovi “tartassati”. La classe media non rientra sicuramente tra i beneficiari. Tutta colpa di politiche fiscali inadeguate?

Il nodo è la progressiva concentrazione dell’Irpef su dipendenti e pensionati, mentre molte altre fonti di reddito sono state sottratte alla tassazione progressiva. Chi dichiara integralmente il proprio reddito da lavoro sostiene una parte rilevante del finanziamento dei servizi pubblici e, spesso, beneficia poco degli interventi selettivi. I tagli al cuneo, successivamente sostituiti dalle modifiche dell’Irpef, hanno protetto soprattutto determinate fasce di dipendenti con redditi più bassi, lasciando più scoperti quelli medi e medio-alti. Non vorrei essere frainteso: sostenere chi ha meno è giusto. Il problema nasce quando un sostegno, a volte anche temporaneo, viene presentato come soluzione generale della questione salariale. La crescita stabile delle retribuzioni richiede regole contrattuali efficaci e una riforma del fisco organica che non penalizzi il lavoro.

Nello studio si fa riferimento alla “svolta” del 1992-1993, precedente storico che ha cambiato le dinamiche della contrattazione collettiva. È un’esperienza ripetibile?

Va distinta l’abolizione definitiva della scala mobile, avvenuta nel 1992 dal Protocollo del luglio 1993, che definì il nuovo assetto della contrattazione. Allora, bisognava contenere l’inflazione in vista dell’unione monetaria. La contrattazione nazionale avrebbe tutelato il potere d’acquisto, quella aziendale avrebbe distribuito gli incrementi di produttività. Tornando all’attualità, quello che serve in questo momento è recuperare la capacità di fare un accordo fra governo e parti sociali, aggiornandone gli obiettivi. Di fronte allo shock energetico, cercare di impedire che i salari rimanessero indietro è il problema che dobbiamo porci. La proposta, che con Leonardi cerchiamo di portare avanti, riguarda l’adozione di rinnovi tempestivi, clausole di salvaguardia e regole che proteggano i lavoratori anche durante la vacanza contrattuale. Gli aumenti devono tenere conto dell’inflazione attesa e prevedere correzioni quando le previsioni vengono smentite.

Le famiglie stanno pagando un “prezzo nascosto”. Di che cosa si tratta, possiamo spiegarlo?

È il costo di una stabilità economica che ‒ osservata soltanto attraverso Pil, occupazione e conti pubblici ‒ appare meno problematica di quanto lo sia per chi lavora. Una famiglia può mantenere il proprio reddito complessivo perché aumentano le persone occupate, mentre ciascuna retribuzione, di fatto, ha un potere di acquisto inferiore. Alle perdite salariali si aggiunge il maggior prelievo prodotto dall’inflazione. Nei casi ricostruiti nel libro, un insegnante con 18-24 anni di servizio perde nel 2025 circa 2.300 euro annui di potere d’acquisto rispetto al 2019, considerando insieme contratti e interventi fiscali. Il prezzo è nascosto perché il lordo può aumentare e il governo può annunciare riduzioni d’imposta, mentre la retribuzione netta reale resta più bassa. Tutto questo è evidente nelle spese quotidiane e nelle crescenti difficoltà che le famiglie mediamente hanno nel programmare il futuro. Non è sufficiente leggere la cifra collocata in fondo alla busta paga: bisogna confrontarla con il costo della vita, per capire il valore reale della retribuzione che percepiamo.

È sempre l’Italia manzoniana degli “imbrogli e dei sotterfugi”. Milena Gabanelli e Simona Ravizza denunciano nel loro pamphlet pubblicato in questi giorni (La resa dei conti, ed. Fuoriscena) la molteplicità dei regimi fiscali (se ne contano più di cinquecento): il fenomeno tradisce la precisa volontà della politica di favorire i “protetti” per mantenere il consenso. A queste condizioni, semplificare per cercare di ridurre le disuguaglianze rispettando i criteri universali di equità scritti nella Costituzione, è da considerarsi pura utopia?

La frammentazione cui lei fa riferimento è il risultato di decisioni accumulate nel tempo, ciascuna giustificata con un’esigenza particolare. Quando una categoria ottiene un trattamento favorevole, rinunciarvi diventa politicamente difficile. Il costo si distribuisce su tutti gli altri ed è meno visibile del beneficio. Tutti questi interventi che vanno incontro a esigenze particolari minano l’equità orizzontale: a parità di capacità economica, il prelievo non dovrebbe cambiare radicalmente soltanto perché il reddito arriva da una busta paga, da un’attività autonoma o da un immobile. La semplificazione deve partire dalla revisione delle eccezioni e dei regimi sostitutivi.

Il record degli occupati, che hanno fatto registrare le statistiche ufficiali negli ultimi mesi, non colma la dimensione del lavoro povero, che impatta sempre di più sulla condizione socio-economica di milioni di cittadini. Per quale ragione tutto questo sfugge a un dibattito pubblico che sembra polarizzato da altre priorità?

Avere più occupati è un risultato positivo, ma occorre osservare anche le retribuzioni, le ore lavorate e la continuità dell’impiego. Un salario orario basso, poche ore o lunghi periodi senza lavoro possono produrre un reddito annuo insufficiente. Inoltre, la massa salariale complessiva può aumentare perché di fatto lavorano più persone anche se il salario medio reale diminuisce. Nel lungo periodo, per avere salari reali più alti sono necessari investimenti in formazione e innovazione, quindi bisogna operare per rafforzare la produttività; è proprio quello che manca in Italia. Non bisogna dimenticare che sono necessarie Istituzioni capaci di trasferire ai lavoratori una parte della ricchezza prodotta. Limitarsi, infatti, a dire che manca la produttività, non spiega la circostanza che, dopo lo stesso shock inflazionistico e nonostante la produttività sia rimasta più o meno piatta, i salari reali siano in media fortemente diminuiti.

Il Fiscal drag e il prezzo nascosto. Fiscal drag è un termine che i non addetti ai lavori non conoscono. Come funziona e perché pesa sui redditi medi e medio-alti?

Immaginiamo che prezzi e stipendio lordo aumentino entrambi del 10 per cento. Il lavoratore mantiene lo stesso reddito lordo reale. Se però scaglioni e detrazioni dell’Irpef restano fermi in euro, l’imposta può crescere più che proporzionalmente e ridurre il potere d’acquisto del netto. È questo il fiscal drag. L’effetto può interessare i contribuenti Irpef, pensionati compresi. Tra il 2019 e il 2023 abbiamo stimato su lavoce.info un drenaggio di circa 25 miliardi. Nel complesso le riforme fiscali hanno restituito qualcosa in più, ma il saldo aggregato nasconde una redistribuzione: i dipendenti con redditi medio-alti e i pensionati non hanno recuperato tutto, mentre i lavoratori con redditi più bassi hanno ricevuto di più. In particolare, ad esempio, un quadro metalmeccanico e un insegnante non ricevono indietro l’intero fiscal drag perdendo rispettivamente 292 e 1.251 euro all’anno; l’operaio specializzato e il collaboratore scolastico ricevono in più, oltre alla restituzione del fiscal drag, rispettivamente 563 e 185 euro. Risultati così incerti e confusi si possono evitare, indicizzando il sistema fiscale all’inflazione. Vanno, in particolare, adeguati scaglioni, detrazioni, deduzioni e principali soglie fiscali e sociali, perché l’inflazione non aumenti il prelievo senza una decisione politica. Non sto parlando di un ritorno della scala mobile: quelle che vanno aggiornate sono le regole fiscali, non i salari. Il mancato adeguamento ha prodotto una redistribuzione implicita dalla classe media ai lavoratori poveri. Questi ultimi vanno sostenuti, ma con risorse individuate e deliberate apertamente.

L’Esecutivo vanta una stabilità politica senza precedenti nella storia della Repubblica. Questo dato, di per sé positivo, non ha però prodotto un miglioramento del livello medio di vita. Gli altri paesi europei sono stati più bravi di noi?

La stabilità offre tempo e forza per intervenire, ma il risultato dipende dalle scelte. Da noi non ha prodotto una riforma capace di rendere tempestivi i rinnovi contrattuali e di difendere il salario reale. Ci sono responsabilità politiche e delle parti sociali: rinviare il rinnovo dei contratti proprio quando i prezzi salgono lascia il lavoratore senza protezione nel momento più difficile. Negli altri paesi hanno operato strumenti diversi, come gli adeguamenti del salario minimo in Francia e le clausole di salvaguardia negli accordi spagnoli. Anche in Italia i risultati cambiano molto a seconda dei settori che si prendono in esame. Il recupero di alcuni comparti industriali e del credito non descrive quello che è accaduto nei grandi contratti dei servizi. E un aumento superiore all’inflazione nell’ultimo anno non cancella automaticamente la perdita precedente: bisogna confrontare il salario reale con il livello prima dello shock.

Quali soluzioni efficaci proponete per superare privilegi, favoritismi e bonus e per ridurre sprechi e sotterfugi?

Serve un nuovo patto sui salari, con rinnovi puntuali e clausole che evitino perdite prolungate quando l’inflazione “sorprende” i mercati. La contrattazione di secondo livello va estesa anche alle imprese piccole, eventualmente su base territoriale. Una legge sulla rappresentanza deve contrastare i “contratti pirata” e un salario minimo legale deve offrire una rete di protezione nei settori più deboli. Sul fisco proponiamo l’indicizzazione di scaglioni e detrazioni e un riequilibrio del prelievo: meno sul lavoro, maggiore attenzione a grandi successioni e rendite immobiliari, senza aumentare la pressione complessiva. Nella nostra analisi, indichiamo anche una fiscalità immobiliare locale moderata, su valori aggiornati, che consenta di ridurre le addizionali sul lavoro. Il fisco deve neutralizzare il drenaggio; alle imprese e alla contrattazione spetta sostenere la crescita delle retribuzioni. Continuare a sostituire gli aumenti salariali con risorse pubbliche scarica il conto sulla collettività e lascia, purtroppo, intatti i tanti problemi di cui abbiamo parlato.

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