Funzionano, piacciono a chi li sperimenta e costano relativamente poco. Eppure, i Patti educativi di comunità (Pec) restano in larga parte esperienze sperimentali. Nati con il decreto ministeriale n.39 del 2020 nel pieno dell’emergenza pandemica, hanno dimostrato la loro validità: nell’indagine Labsus-Indire, il 90% dei partecipanti si dice pronto a rinnovarli. Ma senza un riconoscimento stabile, avverte l’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes, rischiano di rimanere iniziative isolate, affidate alla buona volontà dei singoli e perciò prive di continuità.
Che cosa producono sul territorio
Quando funzionano, i Patti producono effetti tangibili. Il primo è un’offerta formativa più ricca: la scuola esce dai propri confini fisici e metodologici e diventa il centro di una rete di risorse educative diffuse, trasformando il territorio in un laboratorio di apprendimento permanente.
Il secondo è la partecipazione. Studenti, famiglie e associazioni non sono più semplici utenti, ma vengono coinvolti nella progettazione e nella realizzazione delle attività. I genitori, ad esempio, possono partecipare a gruppi di lavoro, attività di volontariato o progetti educativi, mettendo a disposizione le proprie competenze.
Il terzo è il rafforzamento del capitale sociale: la collaborazione tra scuole, Enti locali, Terzo settore, imprese e cittadini genera fiducia, solidarietà e senso di appartenenza.
Infine, c’è l’aspetto economico. Mobilitando spazi, competenze e tempo già presenti sul territorio, i Patti ampliano l’offerta educativa con un impiego contenuto di risorse aggiuntive, secondo una logica di investimento sociale anziché di semplice spesa.
Il nodo dei ruoli
Il passaggio a un modello generativo richiede, tuttavia, di ripensare ruoli e relazioni tra Istituzioni, scuole, famiglie e cittadini. Il principio di sussidiarietà orizzontale rovescia il tradizionale rapporto tra amministrazione e amministrati e lo sostituisce con un modello di amministrazione condivisa, fondato su alleanza, autonomia e fiducia. Per gli insegnanti significa passare dal ruolo di erogatori di didattica a quello di facilitatori di processi comunitari, con nuove competenze pedagogiche, relazionali e organizzative. È su questo terreno che si misurano le resistenze al cambiamento.
A ciò si aggiungono ostacoli pratici. La natura multi-attore dei Patti richiede di coordinare soggetti molto diversi: scuole, Comuni, servizi sociali, Terzo settore, studenti, famiglie, realtà culturali e sportive. E la mancanza di finanziamenti stabili e di un quadro di governance chiaro compromette la programmazione di lungo periodo.
Le proposte
Per trasformare i Patti da esperienze virtuose in strumenti ordinari, la Rete EducAzioni indica alcune priorità.
Riconoscimento istituzionale. I Pec devono diventare strumenti ordinari di policy, integrati in modo stabile nelle politiche educative e sociali nazionali e regionali, superando la dipendenza da progetti temporanei.
Governance e risorse. Servono un Tavolo di coordinamento nazionale e cabine di regia locali, per monitorare le esperienze, diffondere le buone pratiche e garantire la partecipazione dei minori. Accanto a questo, un fondo nazionale dedicato, in sinergia con il Fondo per il contrasto della povertà educativa, con finanziamenti pluriennali allineati ai Piani triennali dell’offerta formativa anziché annuali.
Formazione continua. Docenti ed educatori devono essere preparati a gestire la co-progettazione, a facilitare la partecipazione di studenti e famiglie e a lavorare con una pluralità di soggetti del territorio.
Valutazione d’impatto. Mancano dati solidi sull’efficacia dei Patti: studi di valutazione, possibilmente partecipativi, e la condivisione delle buone pratiche tra territori permetterebbero di orientare meglio risorse e decisioni.
Estensione agli adulti. I Patti possono includere anche l’apprendimento permanente e il contrasto all’analfabetismo funzionale, dal momento che le competenze delle famiglie incidono sui risultati scolastici dei figli.
Solo con un impegno congiunto a tutti i livelli i Patti potranno diventare lo strumento strutturale di una politica sociale autenticamente generativa, in cui la corresponsabilità del territorio sia una condizione stabile e non occasionale del contrasto alla povertà educativa.
*Marialuisa Pinna, ricercatrice dell’Eurispes

