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Modernità leggera: come l’Ia sta “riscrivendo” le nostre città. Intervista a Federico Cugurullo (National University of Singapore)

di
Ornella D’Alessio

Ci sono studiosi che osservano il presente e altri che, attraverso il presente, cercano di leggere il futuro. Federico Cugurullo appartiene a questa seconda categoria: studiando il rapporto tra città, tecnologia e intelligenza artificiale, dalla sua cattedra di Urban Geography, alla National University of Singapore, ha rivolto lo sguardo a trasformazioni che per molto tempo sono rimaste ai margini del dibattito urbano.

Già nel 2010, durante una ricerca sul campo a Masdar City, negli Emirati Arabi Uniti, è entrato in contatto con esperimenti di mobilità automatizzata che anticipavano questioni oggi centrali nel dibattito sulle città intelligenti. Il suo approccio ha qualcosa di visionario: non si limita a interrogarsi su ciò che la tecnologia rende possibile, ma cerca di capire come cambierà il modo in cui viviamo, governiamo e immaginiamo le città. E soprattutto, chi avrà il potere di determinarne il futuro.

Studi il rapporto tra città, tecnologia e intelligenza artificiale. Qual è il cambiamento che sta arrivando nelle città e che oggi facciamo più fatica a vedere? E perché?

Si tratta di come l’Intelligenza artificiale sta cambiando la natura della città e la sua gestione. Questo è un cambiamento che non riusciamo a vedere perché rientra all’interno di quella che Bauman chiamava “modernità leggera”, riferendosi al digitale in generale. Bauman, uno dei più importanti critici della tecnologia mai esistiti, pensava alla rivoluzione industriale e a come trasformò radicalmente le città a cavallo tra Ottocento e Novecento. Allora le nuove tecnologie e i nuovi materiali, tra cui le automobili e il cemento armato, scatenarono trasformazioni urbane immediatamente visibili per via del loro peso e delle loro dimensioni che non potevano essere ignorate. Erano il frutto di una “modernità pesante” come direbbe Bauman.

L’Intelligenza artificiale invece è leggera, spesso invisibile ed entra nelle nostre città e così nelle nostre vite senza fare molto rumore, e noi ce ne accorgiamo quando è troppo tardi. Quando determina chi avrà accesso a un mutuo o a un’assicurazione sanitaria, oppure quali cittadini sono da considerare pericolosi e devono essere sorvegliati dalla polizia. Quando le persone iniziano a credere che alcune forme di Ia sono coscienti e sviluppano con loro relazioni sentimentali, isolandosi dal resto della società. Quando lo sviluppo del quartiere dove viviamo non viene considerato una priorità dagli algoritmi a cui fanno affidamento i nostri comuni e, di conseguenza, i servizi pubblici vengono ridotti all’osso.

Che ruolo svolge la geografia in questo contesto?

La geografia apre gli occhi. Tocca con mano le trasformazioni urbane di cui parlavo e le mette in luce attraverso prospettive critiche. Nei miei viaggi, facendo ricerca sul campo in Medio Oriente e Asia, ad esempio, iniziai a vedere l’automatizzazione dei servizi urbani già nel 2010. Fu un’esperienza indimenticabile quando quell’anno salii, per la prima volta, su una macchina robotica senza guidatore umano in una città sperimentale chiamata Masdar City. Capii allora che grandi trasformazioni tecno-urbane erano in atto e che quello sarebbe stato il futuro. Dopo più di dieci anni quel futuro è ora il nostro presente urbano e la comunità geografica è molto avanti rispetto ad altre discipline per comprenderne vantaggi e svantaggi. Da questo punto di vista, in Italia l’Agei (Associazione dei geografi italiani) sta facendo un ottimo lavoro, come prova la recente conferenza a Pisa sulle sfide di quelle che ho definito “Intelligenze artificiali urbane”.

Abbiamo sempre pensato che la tecnologia dovesse adattarsi alla città. E se fosse arrivato il momento in cui è la città a dover imparare ad adattarsi alla tecnologia?

La città purtroppo si sta adattando alla tecnologia da secoli e questo è un problema enorme, perché significa che i cittadini si stanno adattando agli interessi delle compagnie private che quella tecnologia la producono e vendono. Tornando all’esempio precedente, nei primi del Novecento le città occidentali si adattarono a quello che faceva comodo alla Ford e vennero riempite di macchine che ne snaturano l’impianto con danni ambientali e sociali che gravano su di noi ancora oggi. La città contemporanea si sta ora adattando a quello che fa comodo a Google, Amazon e OpenAI in Occidente, e ad aziende come Alibaba e Tencent in Asia. I loro interessi sono economici, non sociali né tantomeno ambientali. Le città devono uscire velocemente da questa morsa, perché la loro sostenibilità, e quindi la nostra sopravvivenza, dipendono da relazioni sane tra persone e ambiente, e non dal loro sfruttamento per massimizzare il capitale.

Tra vent’anni, quale aspetto della città contemporanea pensi che guarderemo come guardiamo oggi qualcosa di ormai completamente superato?

La privacy, nel bene e nel male. Nel bene perché significa che modalità di sharing, in particolare nei sistemi di trasporto urbani, diventeranno sempre più comuni e sarà normale condividere un veicolo a guida autonoma con estranei, con grandi risparmi energetici e quindi vantaggi ambientali. Nel male perché la privacy intesa come il diritto e la volontà di proteggere informazioni personali è già superata in molte città, e nel futuro ci saranno luoghi dove sarà un lontano ricordo.

Recentemente ho fatto molta ricerca sul campo in Arabia Saudita dove il governo sta costruendo nuovi spazi abitativi nei quali per abitare sarà necessario rinunciare alla privacy. Questa non sarà però un’imposizione, ma una scelta volontaria di chi vorrà abitare in un tipo di città gestito completamente dall’intelligenza artificiale. Vuoi che l’Ia anticipi i tuoi bisogni e desideri quotidiani, come quello che vorrai mangiare a cena e lo cucini per te tramite un robot domestico? Se la risposta è sì, allora dagli in pasto tutti i tuoi dati. La logica di quella che chiamo la città post-privacy è proprio questa, e si sta pericolosamente diffondendo a macchia d’olio.

Se avessi carta bianca per progettare una città da zero, senza essere vincolato dalle città che conosciamo oggi, quale sarebbe la prima cosa che cambierebbe?

In primis, quella carta la strapperei e mi concentrerei sulle città esistenti. Rimanendo sul tema dell’Intelligenza artificiale, non esiste oggi nessuna prova concreta nell’intera letteratura scientifica che l’Ia sia in grado di migliorare la sostenibilità urbana. La ricerca empirica, quella fatta sul campo e non sulla base di mere ipotesi o simulazioni, indica il contrario. Pensiamo ai data center che sono il contraltare voluminoso e pesante della modernità leggera della Ia, e al loro impatto ecologico e sociale. A un paio d’ore di traghetto da dove abito, c’è un’isola chiamata Batam, dove da tre mesi molti cittadini non hanno acqua nelle loro case. Nel frattempo, però, l’acqua non ha mai smesso di scorrere negli impianti di raffreddamento dei nuovi data center che il governo indonesiano ha costruito in periferia. L’Intelligenza artificiale urbana non è sostenibile, e la prima cosa da cambiare è la percezione che chi la governa ha di essa.

Come deve essere percepita dunque l’Intelligenza artificiale? Che cos’è che deve cambiare nel nostro modo di vederla?

Ci vuole un cambiamento radicale. L’Intelligenza artificiale deve essere percepita prima come un’ideologia, e poi come una tecnologia. È un’ideologia in quanto comprende sistemi di valori e credenze che stanno cambiando il nostro modo di comprendere cosa sia il progresso, la sostenibilità e l’umanità stessa. L’ideologia della Ia ci racconta che queste nuove tecnologie salveranno il pianeta, che stanno diventando umane, e che porteranno alla fine del lavoro e dunque del capitalismo stesso. Questi sono miti da sfatare.

Da un punto di vista ambientale, oltre ai problemi dei data center appena menzionati, ci sono i costi ecologici legati alle estrazioni delle materie prime critiche e ai rifiuti elettronici. Dobbiamo anche smettere di credere che l’Ia stia diventando cosciente, perché questa è una storia che ci viene venduta dalle corporazioni che questa tecnologia la modellano a nostra immagine e somiglianza per sfruttare la tendenza che abbiamo sin dall’alba dei tempi ad antropomorfizzare ciò che ci circonda.

Smettiamola anche di illuderci che non si lavorerà più nell’era della Ia. In tutto il mondo, ci sono milioni di lavoratori sottopagati che addestrano e assemblano intelligenze artificiali. Noi stessi siamo ormai diventati lavoratori non retribuiti dato che i nostri dati personali vengono frequentemente utilizzati per sviluppare e poi vendere l’Intelligenza artificiale. Questo tipo di sfruttamento economico è un chiaro segno che il capitalismo è ben lontano dallo scomparire.

Fintanto che non saremo in grado di vedere l’Ia per quello che davvero è, ovvero un’ideologia che oggi nasconde ingiustizia, insostenibilità e il capitalismo più becero, non riusciremo mai a sviluppare una visione che ci porti a un futuro migliore

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