Dalla smart city alla smart land, la città è ovunque

Essere smart è un modo di essere, una condizione ontologica. La rivoluzione è già avvenuta e la “città del futuro” più vicina di quanto possiamo immaginare. Anzi, la città è già ovunque, la città è sprawl.

«Nel digitale tutto è interconnesso, tutto è una piattaforma di relazione con le proprie singolarità e specificità, con la propria narrazione e con il modo in cui viene interpretata tanto da essere nel contempo, locale e globale, singolare e universale». Roberto Masiero, professore ordinario di Storia dell’architettura presso lo IUAV di Venezia, in numerosi saggi si è occupato del delicato passaggio che stiamo vivendo dall’analogico al digitale. «Niente sarà più come prima», spiega lo studioso che ha dato alle stampe insieme al sociologo Aldo Bonomi il saggio: Dalla smart city alla smart land (ed. Marsilio). «Tutti hanno paura del digitale perché apre al post umano, pensiamo a quello che sta avvenendo nel campo della robotica, senza capire o immaginare che non c’è nulla di più umano che dialogare con un robot».

Professore non tutti hanno compreso i tratti essenziali del mondo in cui viviamo. Utilizziamo per questo il termine Smart come fosse un passepartout. Qual è il significato più proprio, se esiste?
Eviterei le definizioni accademiche. Proverei a evocare un episodio di Guerre Stellari: Sky Walker si ritrova con la sua astronave intrappolato in una palude di un pianeta a lui sconosciuto. Non sa come venirne fuori. Si presenta uno strano omino verde. È maestro Yoda. Sky Walker chiede aiuto e l’omino dice: «No provare, fare o non fare», e prosegue incalzando: «…e soprattutto disimparare». Questa è la sintesi dell’essere smart: un pensare che agisce e un agire che pensa.

Il fattore tecnologico che peso ha nella definizione del termine?
In Italia si è dato molto peso a questa componente. Ad esempio smart cities significava dotare i lampioni pubblici di pannelli solari o controllare con sensori la differenziata e via immaginando. In realtà, essere smart non definisce esclusivamente una tecnologia. Direi di più: anche il digitale non è una questione né tecnica, né tecnologica, è un modo di essere, o per dirla in termini filosofici, una questione epistemologica e persino ontologica.

Carlo Ratti, in una precedente intervista pubblicata dal nostro magazine, ha parlato della “città del futuro”. Il tema affascina molti, lei cosa pensa al riguardo?
Quando si parla di città capisco con difficoltà cosa intendiamo quando usiamo una parola che vale molto per noi Occidentali, perché profondamente attaccati alla nostra storia che si intreccia con lo sviluppo cittadino. Nel mondo di oggi, però, i processi di aggregazione sociale non rispondono più alle vecchie dinamiche, non esiste, infatti, più la distinzione tra città e campagna, tutto e ovunque è diventato sprawl, città diffusa, ammasso informe. Basta considerare che tutti i luoghi della terra sono stati antropizzati e conoscono alla stessa maniera jeans e Coca Cola.

Ha forse nostalgia del passato?
Nessuna nostalgia. Quando leggo i dati previsionali sul 2030 secondo i quali l’80% della popolazione che a quell’epoca sarà di otto miliardi e seicento milioni vivrà in città, faccio fatica a immaginare dove vivrà l’altro 20%, dal momento che la campagna non esiste più o per lo meno è e sarà sempre più industrializzata (meglio bioindustrializzata e digitalizzata). E poi, come si fa a parlare di città quando nel mondo si sono formate almeno cinquanta megalopoli con un numero di abitanti spropositato, dai sessanta ai cento milioni. Pensate di poter chiedere dov’è la piazza principale, dove si trova il municipio? Queste megalopoli trapassano i confini tradizionali di ciò che sino ad oggi abbiamo chiamato non solo città ma anche nazione.

Non si pone anche un problema di identità politica?
Si fa strada anche una questione di equilibri, perché non potremo più chiamare città agglomerati che hanno immense dimensioni. Basti questo elenco aggiornato al 2018: Shangai 27 milioni di abitanti, Karachi 23,5 mln, Pechino 21,5 mln, Lagos 21,3 mln, Delhi 16,3mln, Tientsin 15,2 mln, Istanbul 14,1 mln. Ad alcune la storia ha regalato qualcosa che assomiglia ad un centro città, cioè ad una rappresentazione dei poteri pubblici, anche grazie all’architettura, ma è solo un caso e non certo la condizione di esistenza economico politica e sociale delle stesse. E comunque vale ricordare un adagio di Hegel: «Cambiando la quantità cambia anche la qualità e (dico io) forse anche il nome».

Abbiamo insistito sugli aspetti sociali ma con gli strumenti hi-tech, che rimangono una cifra essenziale della contemporaneità, come la mettiamo?
I mutamenti saranno tanti. Pensiamo al possibile indotto dall’IoT (Internet of Things) o delle applicazioni possibili nei vari settori della gestione pubblica che saranno più invasivi di quanto si pensi. L’IoT non è il domani è già l’oggi. E’ scuramente urgente valutare cosa potrà accadere della mobilità sia urbana che territoriale. Mobilità che modificherà nel breve periodo gli assetti spaziali (e quindi le città e i territori) e per molti aspetti, anche i modi di vita e le relazioni sociali, per questo si parlerà sempre più di smart land.

Possiamo fare un esempio concreto?
Immaginiamo banalmente cosa accadrà nel momento nel quale nessuno comprerà per sé una automobile, visto che potrà con il proprio iPhone chiamarne una di servizio autoguidata alla quale ordinare: portami di qua o di là. Fantascienza? Assolutamente no! Il processo è già in atto ed è velocissimo. Cosa accadrà delle strade, delle autostrade, degli spazi pubblici? Avremmo ancora bisogno dei garages? E cosa succederà alle relazioni intersoggettive quando i bambini potranno liberamente giocare negli spazi pubblici non essendoci più il pericolo delle automobili? Sembrano cosa banali, ma non lo sono affatto: cambiano i rapporti tra le persone e i modi di vivere.

Dovremo dunque abituarci a reggere l’impatto con una trasformazione così profonda?
Profonda e inevitabile aggiungerei. Pensiamo a cosa succederà nel momento nel quale − e anche questo accadrà tra poco tempo − potremmo entrare in un negozio per acquistare un oggetto che ci piace e il commesso ci chiederà di aspettare per produrlo con la stampante 3D, magari con delle varianti a nostro piacere? Quel negozio avrà un magazzino? Certamente No! e forse nemmeno un commesso ma potremmo dialogare con un robot. Fantascienza sì dirà. Assolutamente no! Si guardino in internet le interviste a Sophie. La stupefacente velocità dei cambiamenti nei modi di produzione, distribuzione e scambio e della conseguente modalità dei consumi privati e collettivi, prevede anche una più veloce capacità di prefigurazione e di progettualità e questo ha bisogno di un pensiero libero (smart) e non di ciò che “resiste”. Il vero pericolo oggi è ciò che resiste che, ahimè! sta in tutti noi.

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