Rigenerazione urbana, le città si (ri)fanno belle

Con l’arrivo del bando per i progetti di rigenerazione urbana e di recupero delle periferie, il “restyling” delle città torna ad essere al centro dell’attenzione. Il decreto interministeriale firmato pochi giorni fa, prevede una movimentazione di risorse pari a circa 850 milioni di euro – spalmati su 13 anni –, ponendo all’ordine del giorno il tema della riqualificazione urbana, con una attenzione tutta nuova alle periferie. L’investimento, infatti, ha il duplice beneficio di ridurre fenomeni di marginalizzazione e degrado sociale, nonché migliorare la qualità del decoro urbano. L’intenzione dei Ministeri coinvolti è quella di privilegiare progetti innovativi e di green economy, quelli che porteranno maggiori investimenti su immobili di edilizia residenziale pubblica, sulle aree a maggiore tensione abitativa, che prevedono il recupero e la valorizzazione dei beni culturali, ambientali e paesaggistici, il recupero di testimonianze architettoniche significative.

L’emergenza climatica, una consapevolezza sempre maggiore del grado di vulnerabilità del territorio, l’impiego di risorse ambientali sempre più scarse sul Pianeta, portano a concepire la città in una prospettiva più sostenibile, capace di recuperare gli spazi in una logica che salvaguardi l’ambiente e garantisca una maggiore vivibilità. Appare sempre più evidente che il futuro della città dipende e dipenderà dalla capacità di reinventare aree o quartieri sottoutilizzati, di dare nuova vita ad edifici dismessi o a spazi pubblici degradati, permettendo alla comunità di riappropriarsi e godere di aree periferiche altrimenti abbandonate. Il recupero di questi spazi non solo può favorire una buona pratica a livello ambientale – grazie alla riqualificazione, il restauro, la pulizia di interi quartieri ed altre attività di bonifica – ma può essere anche il modo per attuare politiche di integrazione culturale, superando quella segregazione urbana che spesso viene adottata nei confronti di determinate etnie e fasce della popolazione cittadina.

Da tempo immemore lo spazio urbano è stato il luogo d’intervento della Pubblica amministrazione, chiamata ad una organizzazione sistematica e funzionale a beneficio del cittadino. Le aree metropolitane sono, in effetti, pensate in base alle esigenze sociali, gestite e progettate dalla mano pubblica in virtù delle risorse e dei mezzi economici disponibili. Il bando del Governo arriva come una ventata d’aria fresca, dopo anni caratterizzati da una riduzione degli interventi di gestione ed una dimenticanza da parte delle Istituzioni – a causa della crisi economica che ha coinvolto le economie e i governi di tutto il mondo – i quali hanno, però, favorito meccanismi di partecipazione attiva dei cittadini al bene comune.

Si assiste sempre più spesso ad interventi di associazioni di cittadini, istituzioni culturali, cooperative, che si fanno carico di ri-progettare e curare lo spazio pubblico, riconquistandolo a favore dell’intera comunità. L’azione di questi cittadini volontari aggregati comporta un beneficio non solo a livello urbanistico, ma anche per l’Amministrazione locale che viene alleggerita di oneri di gestione spesso insostenibili. Si va da attività di riqualificazione, per scopi sociali, di aree verdi urbane in stato di abbandono, ad attività di sensibilizzazione e di formazione nelle scuole; dall’organizzazione di manifestazioni, seminari e convegni, ad eventi sociali e giornate di pulizia nei vari quartieri. Le realtà attualmente esistenti nelle città del nostro Paese vanno ben oltre il singolo cittadino che agisce mosso dal personale senso civico. Si tratta, infatti, di associazioni di volontari che – sparse su tutto il territorio nazionale – si impegnano per dare nuova vita alla città.

Un esempio virtuoso, in questo senso, è quello della città di Barcellona, dove è stato avviato nel 2012 il Pla Buits (Piano dei Vuoti), un piano che ha lo scopo di rivitalizzare terreni inutilizzati soprattutto in aree urbane marginali, promuovendo attività da parte di entità pubbliche e private (senza scopo di lucro) con l’obiettivo di incoraggiare il coinvolgimento della società civile nella rigenerazione e rivitalizzazione del tessuto urbano.

L’utilizzo dei vuoti urbani come spazi di partecipazione, integrazione sociale ed educativa ha una lunga tradizione a Barcellona. Tuttavia, è soprattutto con l’acuirsi della crisi degli ultimi anni che queste pratiche di gestione si sono moltiplicate, coinvolgendo quella miriade di terreni rimasti abbandonati a seguito dell’arresto delle attività economiche e costruttive. L’iniziativa catalana è partita nel 2012 e si configura come un concorso aperto ad associazioni che decidono di proporre un progetto finalizzato al riuso provvisorio di uno o più luoghi messi a disposizione dal municipio. Le proposte devono prevedere attività educative, ludiche o ricreative, culturali, ambientali o paesaggistiche dal forte carattere sociale. Il progetto è stato riproposto nel 2015, tuttavia non rimanendo esente da critiche circa la natura temporanea delle attività e manifestando l’incapacità e la deresponsabilizzazione dell’Amministrazione nella gestione del patrimonio pubblico. Si tratta comunque di un autentico esempio di gestione civica del patrimonio pubblico, che non a caso presenta numerose imitazioni anche nel nostro Paese, come quella della Capitale.

A Roma, ad esempio, si è costituita nel 2017 la Coalizione per i Beni Comuni, un raggruppamento di 190 associazioni e comitati di quartiere, con l’obiettivo di ottenere dal Consiglio comunale l’approvazione del Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, seguendo l’esempio degli oltre 200 comuni che già da tempo se ne sono dotati.  Anche Labsus (Laboratorio per la Sussidiarietà) – insieme ad altre associazioni no profit e al sostegno dei comitati di quartiere – ha avviato un programma di incontri con cadenza mensile per discutere della cura dei beni comuni, ed ha avviato il progetto Scuole di Cittadinanza, con lo scopo di rendere gli abitanti informati e consapevoli, in modo da poter ottenere – all’alba delle elezioni a Sindaco nel 2021 – l’adozione del Regolamento che non è stato minimamente considerato nel 2017. I corsi e gli incontri si svolgono all’interno delle scuole e si rivolgono a tutti: abitanti del quartiere, associazioni, comitati, giovani, anziani e tutti coloro che vogliano partecipare attivamente alla vita della città. Attualmente, a Roma non esiste un Regolamento riconosciuto dall’Amministrazione comunale e la semplificazione delle pratiche burocratiche – oltre ad un riconoscimento da parte del Campidoglio – garantirebbe nuova vita a questi spazi, eviterebbe l’intervento di privati nella gestione di beni che il Comune non è più in grado di controllare, nonché problemi con l’autorità per i vari cittadini che si riversano sulle strade per attività di volontariato (e che in molti casi rischiano multe perché non autorizzati). Un esempio che ha avuto ottime ripercussioni sull’intero quartiere, favorendo anche l’iterazione e l’integrazione sociale, è quello promosso dall’Associazione degli Amici del Parco Carlo Felice. Il parco di cui l’Associazione si prende cura, sorge tra la cattedrale di San Giovanni e la basilica di Santa Croce in Gerusalemme, nel cuore turistico della città. Il recupero di questo spazio cittadino ha preso il via dall’iniziativa di un singolo ragazzo che, stanco del degrado in cui riversava l’area cani, cominciò a raccogliere le innumerevoli bottiglie di vetro lì abbandonate. L’area mostrava uno stato di incuria, completamente dimenticata dalle Istituzioni e barbarizzata dai mercatini abusivi. Lo spirito di iniziativa del singolo ha finito per coinvolgere molti abitanti, riportando il parco al centro dell’attenzione non solo dei frequentatori, ma anche dell’Amministrazione capitolina. Dalla famiglia Rom che si è unita alle pulizie, ai giocatori di carte che si sono improvvisati muratori: tutti hanno cercato di fare la loro parte. L’Associazione ha fatto rinascere il parco, garantendo l’intervento e la partecipazione del Comune – che ha provveduto alla riparazione di un “nasone” rotto da anni e dei lampioni fulminati –, dell’Ama e della Polizia Locale – che ha impedito qualsiasi abuso sul suolo pubblico.

Altro esempio di partecipazione collettiva è quello di Retake (termine inglese che potremmo tradurre con “riprendere”, “recuperare”), un’organizzazione di volontariato – riconosciuta come Onlus – attiva con vari progetti nella città di Roma. Anche in questo caso il movimento è costituito da cittadini che si impegnano nella valorizzazione dei beni pubblici attraverso campagne di pulizia, raccolte fondi, eventi di mobilitazione civica. I progetti attualmente attivi coinvolgono quartieri spesso difficili come Casal Monastero, Cinecittà, Torraccia, San Lorenzo, cercando di difendere la bellezza della città. La stessa Onlus è attiva anche sulla città di Milano, dove promuove la diffusione della cultura del rispetto della cosa pubblica, facendo diventare i cittadini attori principali nella tutela del patrimonio estetico e culturale di Milano.

Diverso è il raggio di azione del comitato MetroxRoma formato nel 2011 con l’obiettivo di migliorare il complesso di infrastrutture della città, interfacciandosi con l’Amministrazione. Il senso di frustrazione, inadeguatezza, inefficienza, insicurezza ha spinto i cittadini e gli utenti del trasporto pubblico romano ad unirsi nell’impegno di dotare la città di una rete di mezzi di trasporto più efficiente. Il problema dei mezzi pubblici a Roma è da sempre al centro dei programmi dei Sindaci e dell’Amministrazione capitolina, ma di fatto poco o niente è mai cambiato in tal senso. Per questo motivo l’obiettivo di MetroxRoma è quello di mettere la mobilità al centro del dibattito pubblico, affermandone la priorità assoluta e cercando, in questo modo, di influenzare le scelte dell’Amministrazione. Sul sito dell’associazione un’apposita sezione è dedicata alle proposte dei cittadini – in modo da coinvolgerli attivamente. Le richieste sono abbastanza essenziali, in un certo senso anche scontante in quella che dovrebbe essere un grande capitale europea: dal potenziamento delle linee FR alla concretizzazione della linea D metropolitana; dall’eliminazione delle barriere architettoniche, al prolungamento dell’orario di esercizio delle metropolitane di notte (soprattutto nei weekend).

Questi sono solo alcuni dei molti progetti che coinvolgono attivamente i cittadini italiani, che continuano ad avere a cuore il patrimonio collettivo. Nel caso romano si tratta di due àmbiti abbastanza differenti, uno sul quale è possibile agire direttamente, in maniera repentina, con la realizzazione concreta di progetti che riqualifichino il verde pubblico dandogli una nuova vita; un altro più spinoso e farraginoso, proprio perché ha lo scopo di interfacciarsi attivamente con l’Amministrazione, focalizzando l’attenzione su disagi, carenze e richieste dei diretti interessati, per un sistema di infrastrutture all’avanguardia e degno di una grande città. Una cosa è comunque evidente: i cittadini continuano ad amare la propria città.

La città adatta all’uomo in tempo di emergenza

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