La città adatta all’uomo in tempo di emergenza

Il destino della città in questa fase emergenziale è il focus degli interventi che compongono questo intenso pamphlet (La città per l’uomo al tempo del COVID-19, edito da La nave di Teseo). Un recente saggio di Giovanni Maria Flick (Elogio della città?), ha proposto uno stimolo al confronto tra gli studiosi che in queste pagine sviluppano un’originale e approfondita riflessione sull’evoluzione dei contesti e delle politiche urbane, poste di fronte a un cambio di passo epocale che sta investendo le abitudini e gli stili di vita di un intero Pianeta. Anche se scossa dalla tragedia la città in quanto forma organizzata non è morta, come dimostrano i numeri del World Urbanization Prospects delle Nazioni Unite, il quale prevede che nel 2050 quasi il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree densamente abitate. Perché possa, però, avere un futuro, bisognerà preoccuparsi di rimettere al centro le persone e le relazioni fra di esse.

«Stiamo raccogliendo i frutti – scrive Flick – della crisi della città come formazione sociale, quella in cui si dovrebbe sviluppare la personalità attraverso i diritti, ma anche i doveri, quello della solidarietà innanzo tutto. Come sono veloci i mercati così lo è stato il Coronavirus, che ha messo a nudo il volto delle megalopoli, ma anche delle nostre città metropolitane, focolai di disuguaglianza e divenute oggi strumento di contagio». È come se ci fossimo trovati di fronte ad un “crash test” per la nostra civiltà, che ci obbligherà a ripensare lo stesso modello capitalistico, il quale dovrà avere un volto umano e comunitario, in una nuova dinamica di rapporti tra psiche e techné, tra individuo e totalità, che imporrà una modificazione del nostro stesso rapporto con gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione di tutti.
La Bibbia e la Costituzione, l’ancoraggio ai valori e la cultura del diritto sono la struttura profonda, i due “cuori” che fanno da impalcatura alla trattazione. Lo scenario di un umanesimo integrale – come ambiente di riferimento entro cui il corpo collettivo possa in maniera auspicabile evolversi – è il vero punto di convergenza dei diversi interventi. Umanesimo che, sulla scia dell’insegnamento di Jacques Maritain, vuol dire per Salvatore Settis affermazione di un’etica della cittadinanza, fondata sul rispetto della storia e della memoria, che deve andare di pari passo con la capacità di innovare lo spazio dell’abitare con razionalità ed equilibrio.

Il progetto, come strumento di conoscenza e di trasformazione è il nodo critico – ricorda bene Franco Purini – per la difficoltà che abbiamo di “leggere” e interpretare quella “molteplicità insondabile” che costituisce il territorio urbano. Le comunità hanno oggi, più che mai, bisogno di rispecchiarsi in luoghi di senso in cui possano ritrovarsi e riconoscersi; per questo occorre arginare la “totalità periferica” che sta inghiottendo anche i centri storici. Quando si smarrisce la centralità degli uomini che la abitano, la città perde la sua anima, non è più volano di aggregazione e di civiltà; si tramuta in un’area indistinta di disorientamento e di dispersione, attraversata da flussi di visitatori senza una meta. Questa prospettiva, tratteggiata da Purini, che ci restituisce molte immagini familiari della contemporaneità, fa emergere con forza la responsabilità culturale e civile dell’architetto, che non può rinunciare a incidere, a lasciare un segno che possa indirizzare in senso positivo la complessità del divenire. Edificare la città per l’uomo, come sostiene Margherita Petranzan – rievocando il celebre movimento fondato da Padre Ennio Pintacuda e da Padre Bartolomeo Sorge nella Palermo degli anni Ottanta del secolo scorso – può essere un approdo, quale efficace argine, alla “nuova barbarie” e alla progressione del contagio che, in questa triste primavera, ha evocato nefasti scenari di morte e distruzione, difficili da dimenticare.

Ma non ci si può fermare alla pars destruens. Gettare lo sguardo oltre questa terribile “bava di dolore” che ha annichilito la nostra mente e la nostra coscienza, è l’imperativo categorico cui gli autori non si sottraggono. Abbiamo scoperto che l’impalcatura della nostra civiltà può crollare come un castello di carte. La maggiore beffa sarebbe che la paura possa passare invano senza lasciarsi dietro un autentico cambiamento. Ci sarà bisogno della capacità di visione, ma anche del sogno che deve tornare ad animare la politica, come ben sottolinea Luca Bergamo nel suo scritto. Così come dovremo far ricorso all’equilibrio e all’attitudine ad osservare l’autenticità delle fonti, alla responsabilità dell’architetto, al senso di una giustizia solidale, perché nessuno si salva da solo, come ci ha insegnato questa terribile esperienza.

Una cosa è certa. Non possiamo permetterci di uscire dal tunnel per ritrovare ancora il buio, perché significherebbe la fine non solo dell’Italia, ma anche di quell’idea alta dell’Europa per cui hanno combattuto i padri fondatori. L’uomo può crescere nel dolore, solo a condizione che il sacrificio abbia un significato e che dopo la crisi ci possa essere un “riscatto della presenza”, come ci ha insegnato Ernesto De Martino, capace di proiettare la collettività verso orizzonti reali di benessere e di crescita.

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