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STEM e rappresentanza femminile in politica: l’esclusione “a monte” delle opportunità

di
Mariarosaria Zamboi*

Se il lavoro rende visibili le conseguenze materiali del gender gap, istruzione (in particolare, l’accesso alle discipline STEM) e partecipazione politica ne mostrano i dispositivi di formazione e riproduzione. L’eguaglianza sostanziale, coerentemente, chiede di intervenire sulle condizioni che producono svantaggio prima ancora che sui suoi esiti. In questa prospettiva, l’Indice di Esclusione elaborato dall’Eurispes su base territoriale è utile perché connette livelli spesso trattati separatamente – formazione, accesso ai settori ad alta qualificazione, partecipazione ai processi decisionali – ricostruendo la trama territoriale della discriminazione.

I divari più elevati nella sottorappresentazione femminile nelle STEM si concentrano al Nord, con Trentino-Alto Adige al valore massimo, seguito da Veneto e Lombardia 

La sotto-rappresentazione femminile nelle discipline STEM viene letta come indicatore strategico: non misura solo un differenziale numerico, ma intercetta l’accesso ai percorsi formativi oggi più richiesti e meglio remunerati, con effetti diretti su opportunità di carriera, autonomia economica e mobilità sociale. I divari più elevati si concentrano in questo caso al Nord, con Trentino-Alto Adige al valore massimo (51,8 punti di differenza), seguito da Veneto (49,6), Lombardia (42,4), Friuli-Venezia Giulia (40,6) ed Emilia-Romagna (37,3). All’opposto, i divari più contenuti – sotto i 10 punti – si registrano in Molise (9,4) e, a pari merito, in Sardegna e Calabria (9,2).

La sotto-rappresentazione politica incide sul piano della cittadinanza democratica: solo il 17,7% di donne è presente nei Consigli regionali

Mentre le STEM riguardano l’accesso alla formazione del capitale del capitale umano, la sotto-rappresentazione politica incide sul piano della cittadinanza democratica. L’espressione “democrazia dimezzata” coglie la sostanza del fenomeno: quando la presenza femminile nelle istituzioni elettive è marginale, ne risentono la pluralità dei punti di vista, le priorità politiche e la capacità delle istituzioni di rappresentare l’intera cittadinanza, in tensione con il principio dell’articolo 51. I dati 2023 indicano una media nazionale del 17,7% di donne nei Consigli regionali, con divari territoriali superiori a 36 punti: la Basilicata registra il valore più basso (4,8%), seguita da Valle d’Aosta (11,4%) e Sardegna (13,3%), mentre il Lazio raggiunge il 41,2%, unico caso vicino alla soglia simbolica della parità. La distanza diventa ancora più netta passando ai ruoli esecutivi: la percentuale di sindache si ferma al 15,4% a livello nazionale. In fondo si colloca la Campania (5,8%), seguita da Sicilia (7,7%) e Calabria (9%); i valori migliori, pur non risolutivi, si osservano in Friuli-Venezia Giulia (21%) ed Emilia-Romagna (21,4%). Il confronto tra livelli consiliari ed esecutivi conferma una tendenza generale: la presenza femminile diminuisce avvicinandosi alle posizioni apicali, coerentemente con l’idea di un soffitto di cristallo istituzionale che ostacola l’accesso alla leadership.

Due modelli territoriali: esclusione “quantitativa” al Sud, barriere “verticali” al Nord

Uno degli obiettivi dell’Indice di Esclusione dell’Eurispes è quello di impedire letture semplicistiche della disuguaglianza, costringendo a riconoscere che la marginalità non è un fenomeno uniforme e che, soprattutto, la discriminazione di genere si configura secondo “modelli territoriali” differenti. Nel Mezzogiorno emerge un profilo che potremmo definire multidimensionale e “quantitativo”: la discriminazione riduce innanzitutto la presenza stessa delle donne nel lavoro e nei luoghi del potere, comprimendo autonomia economica e partecipazione pubblica. I divari occupazionali oltre i quaranta punti, la penalizzazione legata alla maternità, l’incidenza del part-time involontario e i bassi livelli di rappresentanza politica delineano un’esclusione additiva, in cui più dimensioni critiche si sommano e si rinforzano.

Le donne entrano più facilmente nel mercato del lavoro, ma incontrano barriere nella progressione verso le posizioni più premiali

Il modello settentrionale, invece, appare più “sofisticato” e meno visibile: qui l’accesso al lavoro femminile è relativamente maggiore e il divario occupazionale più contenuto, ma ciò non coincide automaticamente con parità sostanziale. Proprio in molte regioni del Nord si concentrano differenziali retributivi elevati e divari nelle STEM, segni di una segregazione più verticale e più legata alle carriere: le donne entrano più facilmente nel mercato del lavoro, ma incontrano barriere nella progressione verso le posizioni più premiali. Il caso del Trentino-Alto Adige, nella ricerca, assume valore quasi diagnostico: regione con bassa esclusione complessiva nell’indice generale, ma con criticità marcate nelle dimensioni sensibili per l’inclusione femminile, dal gender pay gap più elevato al divario massimo nelle lauree STEM e al tasso più basso di imprenditorialità femminile.

Sviluppo economico e parità di genere non coincidono necessariamente: gender pay gap e divario nelle lauree STEM presenti anche nei contesti produttivi

Ne deriva una conclusione analiticamente importante: sviluppo economico e parità di genere non coincidono necessariamente; possono coesistere benessere territoriale e resistenze culturali o organizzative capaci di riprodurre selezioni di genere nei percorsi formativi, nelle carriere e nei ruoli decisionali. Questo insieme di dati smentisce l’equazione – spesso data per implicita – tra sviluppo economico e parità di genere, ma possono coesistere benessere territoriale e resistenze culturali o organizzative capaci di riprodurre selezioni di genere nei percorsi formativi, nelle carriere e nei ruoli decisionali.

*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes.

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