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Money transfer, il rischio riciclaggio e la nuova tassazione

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La Lega ha presentato in Commissione Finanze del Senato una riformulazione dell’emendamento al dl fiscale sulla tassazione sul trasferimento di denaro fuori dalla Ue, limitandola soltanto ai money transfer e confermando l’esclusione delle transazioni commerciali.

La riformulazione introduce la precisazione che «a decorrere da 1 gennaio 2019 è istituita un’imposta sui trasferimenti di denaro ad esclusione delle transazioni commerciali effettuati verso paesi non appartenenti all’Unione europea da istituti di pagamento che offrono servizio di rimessa di somme di denaro». L’imposta – pari all’1,5% del valore di ogni singola operazione effettuata a partire da un importo minimo di 10 euro – nella versione originaria dell’emendamento si applicava invece ad ogni trasferimento di denaro all’estero. Ad essere colpite sarebbero quindi soprattutto le rimesse degli immigrati, che, nel 2017, sono ammontate (almeno per quanto riguarda questo canale) a circa 5 miliardi di euro, in diminuzione rispetto agli anni passati. La esatta misurazione di tali flussi di denaro non è peraltro agevole, anche perché le statistiche ufficiali non conteggiano il flusso di rimesse che passa attraverso canali informali di intermediazione, che vanno dalla consegna personale a mano durante i periodici viaggi nel paese d’origine, all’invio tramite amici e familiari, al ricorso ad organizzazioni professionali di trasferimento finanziario non registrate, come il sistema cinese chop o flying money, quello colombiano del black market pesos Exchange e i sistemi hawala o hundi, conosciuti in Asia meridionale, Africa, Medio Oriente. Si stima del resto che solo il 50-55% dei flussi finanziari passi attraverso canali formali. Una parte rilevante delle risorse trasferite non viene assorbita, infatti, dal sistema bancario e dai canali ufficiali, ma si avvale di modalità di trasferimento informali o semi-formali, che sfuggono inevitabilmente ad ogni statistica e contabilizzazione. In tale contesto i flussi passano infatti sia attraverso canali informali che formali. L’anello fragile della catena del money transfer è peraltro rappresentato dai sub-agenti, che operano sul territorio a diretto contatto con la clientela e, di norma, svolgono contestualmente attività commerciali, potendo dunque, anche inconsapevolmente, concorrere all’effettuazione di trasferimenti frazionati di ingenti disponibilità a mezzo di prestanome o di soggetti inesistenti. Il sistema del frazionamento dei pagamenti, nella sua semplicità, è, del resto, quello più usato per aggirare i divieti antiriciclaggio.
Con l’operazione “Cian Ba”, la Guardia di Finanza ha, per esempio, intercettato un colossale sistema di riciclaggio di proventi derivanti da evasione fiscale, commercio di prodotti contraffatti, illeciti doganali e sfruttamento della manodopera clandestina. Il sistema, basato su migliaia di trasferimenti tramite money transfer, con la complicità, secondo l’accusa, di finanziarie compiacenti, avrebbe dirottato in Cina 2,2 miliardi di euro. E l’operazione citata non è stata nemmeno la prima del genere. Già qualche anno fa c’era stata infatti un’operazione della Guardia di Finanza, chiamata, non a caso, “Cian Liu”, ovvero “Fiume di denaro”, il cui meccanismo era sempre lo stesso: un fiume di denaro indirizzato dall’Italia (tramite San Marino) verso la Cina, allora per quasi tre miliardi di Euro, movimentato tramite società di money transfer con sub agenzie sparse in tutta Italia. Per venti dei rinviati a giudizio nell’operazione “Cian Ba” sussisteva, del resto, anche l’aggravante di mafia. Insomma, non “semplici” reati finanziari, ma una vera e propria struttura criminale pronta a prosciugare il tessuto imprenditoriale. E alla base di tutto, nel caso in questione, vi era anche un “trucco” fiscale, peraltro incentivato dalle norme della madre patria cinese. Sull’enorme flusso del denaro dall’Italia alla Cina influiva infatti anche il fatto che il governo cinese concede un notevole credito di imposta a chi esporta tessuti. Così, le fatture in partenza dalla Cina sono sovrastimate (per incassare più credito di imposta), mentre quelle in arrivo in Italia sono sottostimate (per pagare meno Iva e dazi). Il destinatario, però, deve comunque poi pagare la differenza e lo fa appunto, a nero, attraverso i money transfer.

Il nostro Paese, peraltro, è il secondo al mondo, dopo gli Stati Uniti, per diffusione dei servizi di trasferimento fondi tramite money transfer; e senza considerare, come detto, le attività abusive, laddove, ad esempio, in base ad indagini della Direzione Nazionale Antimafia e della Guardia di Finanza, tempo fa sono state individuate ben 410 agenzie di money transfer abusive in piena attività. E non a caso, nell’audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, l’allora Procuratore nazionale antimafia aveva avuto modo di rimarcare come le indagini avessero consentito di scoprire un sistema « (…) in grado di contare su una rete capillare di distribuzione tre volte più ampia di quella delle Poste, su cui circolano flussi imponenti di denaro contante che sfuggono ad ogni controllo». L’ampiezza e pericolosità del fenomeno non deve essere dunque sottovalutata. Vero è che le rimesse hanno assunto un ruolo sempre più importante per le economie di molti paesi, contribuendo spesso alla crescita economica ed al sostentamento di ampie fasce di popolazione. In senso stretto, le rimesse sono risorse trasferite fra soggetti privati, attraverso l’intervento di intermediari che forniscono un servizio di trasferimento del denaro da un Paese all’altro. In tale ambito però anche i money transfer sono, almeno potenzialmente, attività ad elevato tasso di pericolosità, sia per i volumi finanziari movimentati e sia per il fatto che i versamenti sono quasi tutti in contanti. Anche i canali legali, come il money transfer, risultano quindi ad alto rischio devianza e sfruttamento criminale, soprattutto laddove si congiungono ed affiancano ai circuiti informali. Come successo, per esempio, a Reggio Emilia, dove un’inchiesta della Guardia di Finanza ha, a suo tempo, individuato due gruppi di asiatici, i quali movimentavano notevoli capitali. Il primo gruppo, composto da quattro pakistani, aveva come base proprio un phone center abilitato al money transfer, il cui titolare era formalmente autorizzato al trasferimento di denaro attraverso gli operatori ufficiali.

Quando però si trovava all’estero, incaricava di agire, per suo conto, altri connazionali privi di qualunque autorizzazione, che, anziché versarlo direttamente all’intermediario, cioè alla società che gestiva i money transfer, dirottavano una parte del denaro raccolto su conti correnti personali. I contanti così “dirottati” venivano quindi trasportati direttamente in Pakistan dallo stesso gestore del phone center durante i suoi frequenti viaggi in quel Paese. Sempre dalla stessa inchiesta era poi risultato che un altro gruppo di indiani gestiva un piccolo shopping center, che serviva da copertura alla loro (in questo caso) non autorizzata attività di intermediazione finanziaria, nell’ambito della quale ricevevano denaro dai connazionali e lo trasferivano all’estero, tramite bonifici bancari dai loro personali conti correnti, a due residenti in Hong Kong, o ad una società con sede in Singapore.
Questi sono solo alcuni esempi, tra i tanti possibili, ma danno comunque la misura della pericolosità del fenomeno e della difficoltà ad un suo efficace contrasto. Nella più ampia categoria degli intermediari “a rischio” confluiscono dunque due tipologie di operatori: quelli ufficiali e legali, che adottano però comportamenti devianti e quelli abusivi, che operano, cioè, al di fuori del sistema ufficiale e sfuggono completamente agli obblighi imposti dall’ordinamento e agli ordinari strumenti di vigilanza e controllo delle competenti autorità. Tali casi, peraltro, dimostrano la “inaffidabilità” delle stime ufficiali a descrivere tali tipi di fenomeni.

In concomitanza con le citate indagini della GdF, ad esempio, i dati della Banca d’Italia, elaborati sulla base delle segnalazioni degli sportelli money transfer, rivelavano un crollo delle rimesse inviate da Prato in Cina, con un 57% di flessione rispetto alle precedenti statistiche. Tali dati però sono risultati poi palesemente contraddetti da quanto emerso dalle indagini, che dimostravano che, nello stesso periodo, un gruppo di money transfer pratesi aveva inviato in Cina ben 159,2 milioni di euro, contro gli 87,5 che risultavano inviati da tutti gli sportelli della provincia di Prato secondo i dati Bankitalia. La stessa Banca d’Italia, peraltro, nella prospettiva di assumere una specifica direttiva riguardo all’attività di money transfer, affermava che essa «presenta aspetti di particolare vulnerabilità al rischio di riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo, in ragione della estesa ramificazione territoriale (attraverso le reti di agenti in attività finanziaria), della occasionalità e della spersonalizzazione del rapporto con il cliente». La maggiore tassazione non rappresenterà dunque la soluzione “finale” al problema, ma almeno opererà come parziale camera di compensazione ad un fenomeno dai diffusi rischi di illegalità, soprattutto sotto il profilo del riciclaggio di proventi da evasione fiscale.

Giovambattista Palumbo è direttore dell’Osservatorio sulle Politiche Fiscali di Eurispes

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