Cultura

La rivincita del libro. Salone di Torino: il regionalismo al centro del “gioco del mondo”

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«Non deve terrorizzarci un mondo in cui i modi di vivere possibili sono molteplici», il teorico della complessità Edgar Morin, con i suoi 98 anni, memoria storica del Novecento, straordinario osservatore della contemporaneità, ha sintetizzato con efficacia il messaggio di fondo che è arrivato dal 32esimo salone del libro di Torino. “Il gioco del mondo” (lo slogan scelto dagli organizzatori) dovrà mettere al centro la cultura esaltando il plurale, diversamente sarà un gioco triste e a “somma zero”, che ci vedrà tutti perdenti.
Il record senza precedenti di visitatori (150mila, ampiamente superati i numeri, pure importanti, registrati lo scorso anno) sono l’indice più evidente di interesse e di successo. Le polemiche che avevano segnato la vigilia, non hanno avuto la meglio. La “comunità del libro” (questo diventa Torino in una 5 giorni che, come direbbero gli antropologi, segna un “tempo diverso” per una città che muta assetto e profilo) ha vinto, celebrando il rito del ritorno alla lettura, insieme al recupero di uno spazio di ascolto, dialogo, di confronto, che, se esercitato con metodo, potrebbe determinare il tanto auspicato “salto di qualità”, per la vita frenetica delle nostre città post moderne.

Alt dunque ai facili de profundis del libro, che si è preso l’ennesima rivincita sfidando l’appeal, scontato ma freddo, esercitato dalla giostra multimediale. La novità più eclatante è arrivata dalla folla di persone che ha assiepato gli stend: a dispetto delle previsioni, è stato Omero l’autore più cercato. Il “futuro ha un cuore antico” si potrebbe obiettare, ma quello che soprattutto va evidenziato è il bisogno diffuso di ritrovare dei punti di riferimento solidi per superare l’impasse di un mondo soffocato dalla crisi. «Siamo nell’epoca del passo del gambero», ci aveva avvertito qualche anno fa Umberto Eco, caratterizzata da un pensiero regressivo, aggravato dal principio di precauzione, che ha azzerato la voglia di rischiare, di “metterci la faccia” per affrontare le sfide di un domani incerto.
La lectio magistralis, che ha aperto la kermesse, affidata al filosofo spagnolo campione di vendite, Fernando Savater, ha sviluppato l’intuizione di Eco, calandola nella stretta attualità del declino dell’Europa. «È venuto il momento della responsabilità – ha spiegato al pubblico che assiepava l’aula magna del Lingotto –. La combustione del vecchio mondo non può trovarci passivi. Abbiamo il dovere, come cittadini e intellettuali, di stimolare un cambio di passo, che lasci spazio, dopo la combustione delle contrapposizioni ideologiche, cristallizzata eredità del Novecento, a una pacata riflessione sul nuovo corso del vecchio Continente, minacciato dall’onda crescente del sovranismo e del populismo strisciante». Per superare questa condizione che Morin ha definito “agonica” della vecchia Europa bisogna al più preso imboccare la strada di una «cittadinanza 2.0 fondata sul dialogo, sull’accoglienza, sull’apertura, che sembra essere la strada migliore per intercettare l’orizzonte di una nuova Europa, obbligata a misurarsi con le leggi della competizione internazionale e con la “rete dei nuovi fenomeni” che stanno attraversando la società, facendo emergere scenari ancora tutti da esplorare. Una cosa è certa: mai come adesso nella storia del mondo la responsabilità del pensiero e della cultura era stata così grande per il futuro dell’umanità».

Il fil rouge che ha legato i tanti appuntamenti di un calendario fittissimo è stato dettato dalla contaminazione di linguaggi, generi, sensibilità diverse. Dai più piccoli (nella “cinque giorni” torinese le scuole, altro dato confortante, sono state assolute protagoniste) che hanno partecipato alle presentazioni “colorando” di futuro gli stand, agli addetti ai lavori: tutti hanno potuto trovare la propria dimensione, immersi nel “gioco” della lettura, che è prima di tutto uno spazio ermeneutico, che può aiutarci a reagire a quella “narcosi dello schermo” che cancella l’altro, nega la diversità, segnando la fine del pensiero critico. Nella girandola di concetti, tutti impegnativi, che hanno attraversato presentazioni e dibattiti, “identità” è stata la parola chiave, “identità come articolato palinsesto”, per usare la definizione del grande antropologo Claude Levi Strauss, difficile da afferrare una volta per tutte. Su questo terreno il “gioco del mondo” si fa ancora più grande, richiamando l’indefettibile autonomia e dignità delle realtà regionali e locali nello scacchiere di equilibri internazionali, che oggi appaiono in pieno divenire.

Tra gli esempi virtuosi di questa edizione degna di nota la ricchezza delle iniziative messe in campo dalla Regione autonoma della Sardegna. Gli autori e scrittori sardi hanno lasciato il segno, offrendo a tutti la concreta dimostrazione di quanto sia importante la specificità dei fattori identitari, soprattutto se espressi nella dinamicità di un’Isola straordinariamente viva, ricca di fermenti e aperta al cambiamento. «Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza», il monito di Antonio Gramsci, isolano illustre, richiamato in alcuni poster che hanno fatto da coreografia a tutti gli interventi la dice lunga: non ci sono infatti altre strade se non la cultura se vogliamo venire a capo delle tante contraddizioni che segnano questi anni così difficili e densi di timori.

“Leggere l’isola. Il mondo”, lo slogan che ha accompagnato l’avventura sarda, esemplifica in maniera netta il delicato rapporto che deve intercorrere tra la spinta centrifuga di una globalizzazione senz’anima che sta schiacciando i diritti dell’uomo aumentando sperequazioni e povertà e l’indiscutibile “tesoro” che le culture, che forse in maniera impropria continuiamo a definire locali, sono oggi più che mai in grado di esprimere. «Questa manifestazione – ha spiegato Alessandro Soddu, docente di storia medievale dell’Università di Sassari – ha fatto vedere molto bene che esiste una Sardegna molto diversa da quella superficialmente raccontata in tanti stereotipi ormai obsoleti. Nella società isolana, da Nord a Sud, c’è un divenire e ci sono dei giacimenti intellettuali ancora poco sfruttati, che in larga parte devono ancora essere riscoperti e valorizzati. La storia e la memoria vanno coltivate perché servono a farci comprendere quale deve essere il giusto rapporto tra l’identità che ci lega alle radici e l’apertura agli altri e al mondo, cosa di cui le nostre comunità sono da sempre capaci, si tratta solo di saperle ascoltare e valorizzare».

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