La rivoluzione digitale può modificare il nostro cervello?

Siamo nell’era delle tecnosfide, che si stanno giocando su due grandi versanti: il primo è quello delle competenze e della modifica sostanziale di alcune fondamentali funzioni cognitive, che incidono sulle relazioni interpersonali, sull’apprendimento e sul comportamento; il secondo attiene, in particolare, alla ridefinizione del rapporto tra stato e mercato, sulla scia del progressivo tramonto del Leviatano e del nuovo ruolo che il settore pubblico e le Istituzioni dovranno ritrovare nella società complessa. L’evento organizzato dall’OTM (Osservatorio Tuttimedia) e da Media Duemila, che si è svolto a Roma presso la FIEG (Federazione Italiana Editori e Giornali) sul tema: Social media e schermi cambiano il cervello? va collocato nel primo grande filone di analisi.
Il confronto tra esperti, neuroscienziati e studiosi del comportamento ha assunto l’originale modalità di un Atelier, costruito sull’intuizione di Derrick de Kerckhove (docente presso il Politecnico di Milano e direttore scientifico Tutti Media/Media Duemila) allievo di Mc Luhan tra i massimi esperti al mondo di nuovi media, teorizzatore dell’intelligenza connettiva, quale irrinunciabile antidoto contro il dilagare della superficialità e dell’ignoranza. «È importante proporre concrete azioni di policy che pongano l’essere umano al centro, al fine di dare impulso a una scienza dei comportamenti sociali e a una conoscenza della rete che porti ad agire su viral comunication, no-critical interaction, hate speech, troll e fake news» – spiega Maria Pia Rossignaud, Direttrice TuttiMedia/MediaDuemila, giornalista esperta di innovazione, attenta osservatrice delle fenomenologie del cambiamento.

L’interrogativo lanciato da OTM e da Media Duemila merita grande attenzione. La rivoluzione digitale ha generato un salto “epistemologico”, ha modificando le categorie stesse della conoscenza, spazio e tempo non sono più le forme a priori kantiane delle nostre sensazioni siamo, insomma, un passo oltre, dobbiamo imparare a fare i conti con una trasformazione tutta da studiare e soprattutto da capire. A scanso di equivoci è giusto ricordare, come ha fatto efficacemente Vittorino Andreoli nel suo ultimo saggio (L’uomo col cervello in tasca, ed. Solferino) che la macchina cerebrale umana e la macchina digitale rimangono entità fortunatamente diverse. Il nostro cervello, che rimane la cifra superiore della nostra identità di soggetti pensanti, si è evoluto in tempi molto lunghi. Pensare che l’uso continuo dei pc e dello smartphone possa modificare la struttura profonda del cervello potrebbe essere fuorviante; tuttavia, non può certo essere sottovalutata la sollecitazione esercitata dall’utilizzazione continua di questi nuovi strumenti sulla plasticità neuronale, con conseguenze sul linguaggio, sui modi di relazionarsi, sui livelli di concentrazione. «Come studiosi – puntualizza de Kerckhove – abbiamo il dovere di dare suggerimenti basati su analisi concrete per almeno provare a limitare gli effetti negativi che l’uso intensivo della Rete provoca non solo nei giovani. Negli ultimi anni, infatti, alcuni comportamenti si sono diffusi in differenti fasce della popolazione diventando strutturali. Sarà lo schermo che dona l’illusione dell’invisibilità, che induce a comportamenti estremi?».

La domanda dello studioso, che rimette in gioco il problema della verità come valore, concetto impegnativo che avevamo smarrito per strada, è di quelle destinate a non trovare risposta definitiva. Nello schermo diventiamo vittima di una «narcosi della luce – come ha scritto Donatella Di Cesare (cfr. Sulla vocazione politica della filosofia, ed. Bollati Boringhieri) – che ci porta a negare l’altro, in una sorta di immanenza satura. Dimentichiamo che senza l’alterità non può esserci pensiero critico, non sarebbe nemmeno nata la filosofia. Usiamo lo schermo come maschera, decidendo di giocare sulla finzione, con tutte le conseguenze del caso». Siamo di fronte ai sintomi di un disagio, che ci fa comprendere come sia arrivato il momento di trovare un bilanciamento tra reale e virtuale, che potrebbe aiutarci a ridurre lo spazio per la “bugia semiologica”, che è l’anticamera della falsificazione che ha alimentato il potente motore delle fake news, con il suo pericoloso alone di verità creata in cui stiamo tutti correndo il rischio di affogare.

Non si può, comunque, parlare a nessun livello di evoluzione, senza fare darwinianamente riferimento al peso dell’ambiente sulla maturazione della civiltà. Il contesto entro cui ci muoviamo ha assunto le connotazioni dell’infosfera (la fortunata definizione è di Luciano Floridi, La quarta rivoluzione, ed. Raffaello Cortina), che è uno “spazio ibridato” in cui non è più possibile fare la differenza tra on line e off line. La vecchia idea per cui si andava nel cyber spazio per collegarsi e poi ci si disconnetteva per tornare “sulla terra” è ormai superata. Onlife è la cifra dell’io nella social society, bisogna partire da questa consapevolezza per tracciare le prossime tappe dello sviluppo umano. Ne è convinto Roberto Saracco (EIT Digital): «Il nostro cervello – ha commentato nel corso del dibattito – si è evoluto attraverso processi di selezione in modo da consentire la risposta più efficace all’ambiente. All’aumentare della complessità i nostri cervelli riescono anche a immaginare, cioè a proiettarsi in una dimensione ipotetica, che potremmo definire virtuale, che li porta a esaminare il risultato di azioni. Questo apprendimento si traduce in conoscenza in parte esplicita trasmissibile col linguaggio, in parte implicita. La seconda non passa attraverso il linguaggio, ma attraverso l’esperienza del singolo e l’apprendimento per prova ed errori». La grande abilità acquisita dai nativi digitali a usare smartphone e pc, cosa di cui gli adulti non sono certo capaci, prova la validità del ragionamento di Saracco, aprendo ulteriori pesanti interrogativi, che riguardano la fragile triangolarità costituita dal rapporto tra: mente, cervello e linguaggio. L’avvento dei social ha fatto maturare un “secondo tempo” di Internet, esponendoci, infatti, a un sistema di “echi” che amplifica un vuoto di significati, ma anche di senso, che si traduce in un pericoloso smarrimento psicologico ed esistenziale.

I sintomi della malattia, analizzati dagli studiosi, hanno tante sembianze. Le tracce sono molteplici. La più stretta attualità ce ne fa individuare una che ci conduce fino all’esito dei testi Invalsi che stanno sollevando un ampio dibattito sui giornali. Un numero enorme di nostri ragazzi non è capace di comprendere un testo in lingua italiana. Siamo probabilmente tornati analfabeti. Da sapiens sapiens l’uomo di oggi tende a trasformarsi in stupidus stupidus, facile preda di nuove solitudini. Il pericolo che si profila è quello di non parlare più: arriveremo a quello che molti studiosi, a partire dal già citato Andreoli, definiscono come una sorta di autismo digitale, un universo chiuso, popolato da tante monadi che non comunicano. L’uso del Pc rafforza questa tendenza alla schematizzazione: utilizziamo il ditino in su se qualcosa piace e in giù quando non piace. A dominare è la logica binaria, non più la logica razionale che, almeno da Aristotele in poi, è posta a fondamento del pensiero e della civiltà occidentale.

Siamo di fronte a uno dei tanti “paradossi della società della conoscenza”, come li chiamerebbe uno dei più grandi pensatori viventi quale Michel Serres, che, cosa ancora più grave, può avere delle ripercussioni sulla qualità della democrazia. «Le società nelle quali prevalgono le asserzioni vuote di significato – fa opportunamente notare lo scrittore ed ex parlamentare e magistrato Gianrico Carofiglio – sono quelle in cui i politici non hanno percezioni dei doveri e dell’uso del linguaggio. Tutto questo contrasta con l’etica civile di uno Stato democratico”.
Ritornando a Serres, nel suo agile pamphlet Non è un mondo per vecchi il filosofo francese ricorre all’immagine tratta dagli Essais di Michel de Montaigne che racconta del martirio di San Dionigi che, pur decapitato, cammina con la testa sotto il braccio fino alla chiesa di Saint-Denis, posta sulla sommità di Montmartre che ne eternerà il sacrificio. Alla generazione del “pollice” sta accadendo un fenomeno simile: ha delegato a pc, smartphone e tablet le funzioni superiori tipicamente umane, come la memoria, l’immaginazione e la capacità di ragionamento. I giovani hanno “messo” letteralmente in tasca le facoltà cerebrali, le hanno riposte nello zaino, magari nel cellulare; salvo ogni tanto, come fanno i bambini a scuola mentre il maestro/professore spiega, accendere lo strumento per cercare risposte alla nostra curiosità.
Le perplessità di Serres sono un’ulteriore dimostrazione di come siamo solo all’inizio della rivoluzione, i ragazzi non hanno più la stessa testa, non abitano il nostro spazio cognitivo, è cambiato il linguaggio, oltre alla percezione della fatica e del lavoro. Probabilmente, solo ora stiamo cominciando a capire che la tecnologia non basta, la vera sfida si giocherà su contenuti e la capacità autentica di fare qualità e di innovare.

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