Autonomia differenziata. “Rischia di alimentare la fake news del Sud che “campa” alle spalle del Nord”

Per la prima volta nella storia della Repubblica è stata chiesta in maniera ufficiale un’indagine conoscitiva per appurare in modo oggettivo quale sia la reale entità del denaro che lo Stato trasferisce al Sud e al Nord del Paese. Una vera e propria operazione verità chiesta da Carla Ruocco, presidente della Commissione Finanze alla Camera dei Deputati, dopo aver visionato dei dossier pubblicati sul Quotidiano del Sud e a seguito delle recenti dichiarazioni rilasciate dal Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Erika Stefani. Invero, quest’ultima a suffragio del progetto sull’autonomia differenziata di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, ha utilizzato un dato estremamente parziale per dimostrare che sarebbe il Mezzogiorno a ricevere più di tutti, secondo quanto comunemente ritenuto.

Il dato fornito dalla Stefani, benché corretto, è relativo infatti alla spesa delle Amministrazioni centrali che corrisponde solo al 22,5% dell’intera spesa statale regionalizzata (SPA). Di fatto, con i dati della Ragioneria Generale dello Stato e dei Conti Pubblici Territoriali, la Svimez lascia emergere una realtà del tutto diversa. Ovvero, il Sud con una popolazione pari al 34,3% di quella nazionale, riceve il 28,3% della spesa pubblica complessiva, mentre il Centro-Nord con il 65,7% della popolazione italiana percepisce il 71,7% del totale di denaro pubblico. In altre parole, al Sud viene tolto il 6% di quello che secondo la Costituzione gli spetta, per essere elargito al Centro-Nord. Un 6% che equivale a 61,5 miliardi di euro illegittimamente sottratti ogn’anno al Meridione. A ciò vanno poi aggiunti almeno altri 45 miliardi che il Nord “prende” al Sud a fronte dei prodotti e servizi vendutigli (De Bonis, R., Rotondi, Z., Savona, P., 2010. Sviluppo, rischio e conti con l’esterno delle regioni italiane. Editori Laterza, pp. 294).
Un impoverimento dunque continuo, per un totale di circa 106,5 miliardi l’anno, il cui conseguente degrado, come mostrato nel mio libro Italós. Perché siamo arrivati a tanto?, ha il potere di agire nelle generazioni sul mutamento delle stesse mentalità.
A invertire il vecchio paradigma secondo cui il Sud camperebbe sulle spalle del Nord è ormai perfino la stessa Commissione Bicamerale per l’Attuazione del Federalismo Fiscale. Infatti, come si legge nel libro-inchiesta di Marco Esposito Zero al Sud. La storia incredibile (e vera) dell’attuazione perversa del federalismo fiscale, la Commissione, intendendo appurare l’entità del presunto immane flusso di denaro giungente a Sud da Nord (e alimentante gli sprechi del Meridione), si è resa conto dell’esistenza di una situazione diametralmente opposta a quella che riteneva vi sussistesse.
Tuttavia, anziché adoperarsi ‒ secondo quanto previsto appunto dal federalismo ‒ nel garantire un livello minimo di risorse essenziali (LEP) in tutt’Italia (come base di partenza equa dalla quale dare inizio allo sviluppo in maggiore autonomia delle differenti realtà del Paese), la Commissione ha fatto di tutto per lasciare le cose così com’erano (e per giunta aggravandole), costruendo il criterio del finanziamento ai Comuni italiani sulla base della loro spesa storica, cioè attribuendo somme pari a quelle da essi sempre ricevute: al Sud molto inferiori a quelle del Nord (a Reggio Calabria per gli asili nido sono trasferiti 90mila euro, mentre alla più piccola Reggio Emilia 9 milioni di euro: 100 volte di più. Moltissimi Comuni, come Altamura con 1.800 bambini, ricevono invece zero euro).
L’autonomia differenziata, insistentemente chiesta in questi giorni dalla Lega e dalle tre Regioni del Nord, accentuerebbe ulteriormente questa situazione che, in più, diverrebbe legale e costituzionale. Si istituzionalizzerebbe una prassi che, sebbene consolidata dall’Unità d’Italia in poi, ufficialmente rimane ancora illegale. E di nuovo, come per il federalismo fiscale, pure l’autonomia differenziata muove dall’assunto, tanto scontato quanto infondato, dell’immane e continua emorragia di fondi settentrionali divorati da un Sud che, per inefficienza, non farebbe che sprecarli. Peccato che proprio il lavoro della Commissione Bicamerale per il federalismo fiscale abbia accertato che persino il discorso sulla maggiore inefficienza del Sud, nello spendere il denaro pubblico ricevuto, sia una leggenda.

Infatti, tramite elaborazioni della Sose (società del Ministero dell’Economia e della Banca d’Italia), la Commissione ha fornito i valori medi d’efficienza di gestione della spesa per ogni singola Regione a statuto orinario. E, sorprendentemente, come si evince dalla prima mappa sulla sinistra in figura, al Sud, contrariamente a quanto ritenuto, gli indici sono dello stesso livello di quelli del Nord; con Calabria e Puglia efficienti nello spendere il denaro pubblico quanto Piemonte, Lombardia e Veneto; o con la Basilicata dagli indici pari a quelli di Emilia Romagna e Liguria.
Ironia della sorte, poi, la Regione più efficiente nello spendere il denaro pubblico, il Molise, è meridionale. Mentre le due dalle peggiori performance, Toscana e Lazio, appartengono al Centro-Nord. Inoltre, dalle medesime elaborazioni, inaspettatamente, vien fuori che Napoli, Foggia o Bari nello spendere il denaro pubblico sono efficienti quanto Torino e Genova e addirittura più efficienti di Milano, Verona, Parma, Reggio Emilia o Bologna; ancor di più poi rispetto a Modena, Ravenna e Prato; nonché molto di più rispetto a Padova o Firenze. L’efficienza delle tre città del Sud è poi ancor più grande se paragonata a quella di Brescia, Roma o Venezia (quest’ultima dopo Reggio Calabria la più inefficiente).
Inoltre, dal raffronto fra la mappa di sinistra e quella di destra (riguardante il livello dei servizi erogati) si comprende in modo ancor più limpido e immediato che, se a fare la differenza tra ciò che funziona al Nord e quel che non funziona al Sud non sono l’inefficienza o gli sprechi di quest’ultimo, forse sarebbe tempo di ricercare le cause dei ritardi del Mezzogiorno nella scandalosa e taciuta sottrazione di linfa vitale che continua a tarpargli le ali sul nascere, da più di un secolo e mezzo.

 

Ultime notizie
caselli
Recensioni

La storia d’Italia in dieci date nel libro-memoir di Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli, uno dei Pm più in vista della storia recente d’Italia, racconta il nostro Paese nel libro-memoire “Giorni memorabili che hanno cambiato l'Italia” attraverso le inchieste che lo hanno visto coinvolto da protagonista, dieci date per dieci snodi giudiziari che hanno segnato gli eventi degli ultimi decenni.
di cecilia sgherza
caselli
zes unica
Mezzogiorno

Zes Unica del Mediterraneo, una sfida per sviluppo e sicurezza dell’area

La Zes Unica del Mediterraneo è stata al centro del dibattito organizzato dall’Istituto Eurispes, che ne ha analizzato i fattori socio-economici, logistici e geopolitici. La Zes Unica diviene strategica in un contesto geopolitico di grandi cambiamenti e incertezze, come strumento utile a garantire sicurezza e sviluppo.
di redazione
zes unica
scuola italiana
Intervista

La Scuola sia baluardo di conoscenza, tolleranza e spirito critico: intervista a Paolo Pagliaro

L’istruzione in Italia è una roccaforte di valori come la conoscenza, il senso critico, la tolleranza, eppure rischia un declino simile a quello della Sanità pubblica. Sfide e opportunità per il futuro della Scuola italiana, nell’intervista a Paolo Pagliaro, Direttore agenzia giornalistica 9Colonne e autore televisivo.
di redazione
scuola italiana
isole
Osservatori

Nascita geologica e nascita giuridica delle isole: intervista a Niki Aloupi

La nascita geologica di un’isola non corrisponde necessariamente alla sua nascita giuridica: lo chiarisce ampiamente Niki Aloupi, docente di Diritto internazionale pubblico all’Università di Parigi- Panthéon-Assas, esperta di Diritto del mare, che offre una panoramica sulla situazione giuridica internazionale delle isole.
di redazione
isole
social
Società

È guerra totale contro la “trappola dei Social”

Le autorità statunitensi hanno cominciato a porsi domande sulla tutela dei minori rispetto all’utilizzo dei Social network. Un uso che, secondo una serie di studi condotti, è relazionato al peggioramento della salute mentale di adolescenti e ragazzi.
di cecilia sgherza
social
apprendimento
Istruzione

La vera inclusione scolastica è garantire buoni livelli di apprendimento per tutti

La Scuola italiana ha bisogno di una riflessione pedagogica e strutturale, e di formulare un’offerta formativa equa basata sull’apprendimento di livello per tutti. Intervista a Roberto Ricci, presidente Invalsi, che commenta i dati emersi dal Secondo Rapporto dell’Eurispes su Scuola e Università.
di Roberto Ricci*
apprendimento
educazione
Istruzione

Perché l’educazione è la causa delle cause. Per una pedagogia della Nazione

Il tema dell’educazione non è uno tra i tanti. Nella società della conoscenza rappresenta il settore decisivo del progresso e dell’innovazione. Eppure, assistiamo a una metamorfosi antropologica e ad una ibridazione tra virtuale e reale che necessitano di una base culturale fondata su un sistema educativo solido.
di Mario Caligiuri*
educazione
isole
Intervista

La condizione sociale e culturale nelle isole, intervista al Prof. Orazio Licciardello

Le isole come luogo geografico, sociale, economico nell’intervista al prof. Orazio Licciardello, Ordinario di Psicologia Sociale presso l’Università di Catania. Il principio di insularità è preceduto da quello di isolanità, una condizione a sé, un dato di fatto che presuppone da sempre un altrove.
di redazione
isole
scuola
Istruzione

La Scuola è una priorità che va oltre la politica

La Scuola italiana è stata oggetto di riforme di ogni governo avvicendatosi negli ultimi anni, senza riuscire a dare una vera impronta rispetto alla Riforma Gentile. Ma il ruolo della Scuola e della ricerca nel futuro del Paese è cruciale, e deve andare oltre i trend politici del momento.
di Gian Maria Fara*
scuola
nomadi digitali
Lavoro

Nomadi digitali, evoluzione in grado di generare opportunità di crescita

I nomadi digitali non rappresentano solo un cambio nella concezione del lavoro, bensì una opportunità di sviluppo delle zone rurali. Se il lavoro da remoto riguarda già il 36% dei lavoratori autonomi in tutta Europa, l’Italia può diventare méta per smart workers nelle molte aree interne e rurali a rischio spopolamento.
di redazione
nomadi digitali