Alle 21:30 molti medici di famiglia sono ancora al computer. È uno dei due picchi orari in cui, in Campania, vengono firmate le ricette elettroniche; l’altro è alle sette del mattino. Secondo i dati Fimmg sul 2024, il 35% delle prescrizioni dematerializzate parte fuori dalla fascia 8-20. Più che un dato sui medici, è un dato sul tempo: la parte amministrativa della cura non trova più posto nella giornata di lavoro e se ne prende un’altra.
Da qui prenderà avvio l’intervento di Antonio Alizzi – ricercatore Eurispes e coordinatore del 3° Rapporto sulla salute e il Sistema sanitario nazionale realizzato con Enpam – al panel di Roma Welfair dedicato al tempo degli operatori. La tesi è netta: la risorsa più scarsa del Servizio sanitario nazionale non sono i finanziamenti, ma il tempo di chi cura.
Il paradosso del digitale: più strumenti, meno tempo
Il paradosso è sotto gli occhi di tutti. In venticinque anni, la sanità ha accolto ricetta elettronica, fascicolo sanitario, cartelle digitali e piattaforme regionali. La promessa era meno carta e più tempo per i pazienti. Tuttavia, il Rapporto Eurispes-Enpam registra l’opposto: il tempo dedicato alla burocrazia è in aumento, a danno della relazione con i pazienti. E quando la tecnologia consente di vedere più pazienti nella stessa ora, il tempo risparmiato non torna al professionista: diventa carico di lavoro.
Il Fascicolo sanitario elettronico ne è l’esempio più limpido: oltre il 95% dei medici di famiglia e dei pediatri lo alimenta, ma solo il 27% dei cittadini lo ha consultato negli ultimi tre mesi, con punte del 66% in Veneto e minimi del 3% in Sicilia, Puglia, Marche e Basilicata. Abbiamo costruito un digitale per adempiere, non per curare.
Per i medici di famiglia decidere è facile, compilare no
Dove si perde il tempo lo dice una recente indagine di Quotidiano Sanità su una platea di 608 professionisti. Il 48% indica come fase più pesante la compilazione burocratica legata alla prescrizione; la scelta della terapia si ferma al 3%. Il medico non fatica a decidere, fatica a scrivere ciò che ha deciso. A farne le spese è soprattutto il confronto con il paziente su rischi e benefici. E una visita compressa ne genera altre: un professionista su quattro segnala più contatti successivi per chiarimenti, cioè altra domanda e altre attese.
Liberare tempo vale come assumere
Il tema non riguarda solo il benessere organizzativo. Il tempo è personale. Il Rapporto ha documentato la fuga dal sistema pubblico di medici giovani, che chiedono meno carte e più tempo per i pazienti. Intanto il 44% dei medici italiani ha più di 55 anni e il rapporto tra infermieri e medici è la metà della media Ocse. In Canada la Canadian Medical Association ha calcolato che recuperare le ore di burocrazia inutile equivale ad avere oltre 9.000 medici in più. Liberare tempo vale come assumere, e non richiede sei anni di formazione.
Intelligenza artificiale: utile solo se elimina passaggi
Sull’Intelligenza artificiale dobbiamo essere misurati. Secondo una stima di Deloitte, la burocrazia assorbe circa metà del tempo dei medici e l’Ia potrebbe ridurre del 17% quello speso in compiti amministrativi. Oggi arrivano le prime prove randomizzate: gli assistenti che trascrivono la visita fanno risparmiare circa venti minuti al giorno e riducono l’esaurimento lavorativo, ma producono anche errori da correggere. L’Ia serve se elimina passaggi, non se ne aggiunge uno: un modulo inutile compilato da una macchina resta un modulo inutile.
Restituire minuti al paziente
Occorre valutare l’impatto sul tempo clinico di ogni nuovo adempimento, eliminare prima di digitalizzare, a partire da piani terapeutici e note, inserire ogni dato una sola volta e riusarlo per fascicolo elettronico, flussi e controlli, adottare l’Ia con validazione clinica e soprattutto con un patto chiaro: il tempo liberato deve tornare alla relazione e non per più prestazioni.
Calcoliamo i minuti restituiti al paziente. Se la tecnologia non libera tempo per i pazienti, non sta davvero innovando.

