Attualità

Nel post Covid-19, torneremo a respirare senza paura

In strada, guardiamo il cielo e facciamo un respiro profondo. Proviamo sollievo, avvertendo i segni della vita che rinasce. Chissà per quanto dovremo convivere con il Covid-19, tornare alla normalità non è così semplice. Servirà del tempo per abituarsi alla convivenza con il virus e superarne le paure. Non mancano sorprese. Girare senza meta o giustificazione. Rivolgere domande a sconosciuti. Stare a contatto con la gente, sia pure a debita distanza. Cose conosciute, che oggi hanno un sapore nuovo, ne avevamo smarrito il ricordo.
Proviamo una strana esitazione, dopo la quarantena. Ne usciamo provati. Quattro mura a circoscrivere lo spazio vitale e gli obiettivi della giornata; a definire il perimetro dei pensieri, persino dei sentimenti, essendo vietato incontrare amici e persino parenti se non conviventi; le emozioni ridotte ad un grumo, ristretto, limitato, compresso; le abitudini cancellate o stravolte. Ci siamo aggrappati a poche cose per non perdere il gusto della libertà: andare a fare la spesa, portare fuori il cane, gettare l’immondizia. Era rimasto l’incontro con il giornalaio, un varco nella clausura, ma tanto esile. Niente caffè con un amico, sosta in libreria, sguardo distratto alle vetrine.
È difficile ricominciare, come se questo non fosse successo; dimenticare che qualcosa di inaspettato ci ha reso inquieti, per un tempo che è parso infinito. Ci mancano ora le forze, per un nuovo inizio. Non è come rimettersi in sella, spediti, dopo aver tenuto la bicicletta in cantina, né come tuffarci nel mare profondo, anche se non lo facevamo da ragazzi.
È appena percepibile un’intensità diversa del respiro, mentre usciamo di casa e vediamo le città riaprire i battenti, ne avvertiamo qualche segnale, non possiamo negarlo e anzi ci rallegra, ma ancora troppo timido. È ancora il respiro al centro delle preoccupazioni: dobbiamo proteggerlo, difenderlo dalle intrusioni. Gesto minimo e naturale, potrebbe causare la nostra rovina. La caduta vertiginosa tra gli appestati, il girone infernale dal quale è difficile uscire, senza un vaccino o una terapia efficace.
Il pensiero di non avere risposte a tante domande fa sentire fragili, è come sprofondare in un abisso di incertezza. Perché accade tutto questo? Qual è l’origine – umana, artificiale, extraterrestre – della tempesta violenta che travolge tutto il mondo? Di fronte allo smarrimento della scienza, colta anch’essa alla sprovvista, hanno buon gioco ciarlatani e politicanti. Un delirio di fandonie: la vendetta divina per la cattiveria degli uomini, le lotte di potere tra superpotenze, le manovre dei grandi gruppi capitalistici di ogni colore.
Non c’è bisogno di fare tanta strada per capire che cosa possa tradirci nonostante la tracotanza di cui abbiamo fatto spesso sfoggio. Il pericolo è dentro di noi: osserviamo per un attimo i polmoni, che permettono di respirare. Ci fanno vivere, ma possono essere la causa della rovina, anche durante la difficile convivenza con il male. Il virus attacca i polmoni, li mette fuori uso. Sono la parte più esposta del corpo. Servono a assicurare lo scambio vitale tra ossigeno e anidride carbonica, ma possono essere il varco attraverso cui il Covid-19 penetra in noi.
Quando non c’era il virus, non ci sentivamo lo stesso tranquilli, eravamo in balìa di altro, esposti a mille pericoli. Cercavamo affannosamente le cause di tanta fragilità. Dipendiamo dagli astri, dalle maree, da chi sa cosa, si andava dicendo; per non parlare dei fluidi, degli spiriti. Il destino mai nelle nostre mani, preda di forze esterne. Il povero Galeno, medico greco vissuto tra il 100 e il 200 d.C., dovette faticare non poco per convincere i suoi che i polmoni non servivano a raffreddare l’aria esterna, né erano a servizio di misteriose entità superiori. Troppo semplice pensare ad una pompa per il ricambio dell’aria interna.
Uscendo di casa dopo la clausura, ci rendiamo conto che non dobbiamo soltanto debellare il virus, già questa, una battaglia sfibrante e costosissima. Serve liberare i polmoni dalla paura. Respirare liberi dal timore di infettarsi, assaporando l’aria. Non basteranno ricerche e sperimentazioni: queste buone per trovare un vaccino o una terapia efficace. Il resto, altrettanto importante, ci costa molto di più. Lo verifichiamo già ora, nell’incrociare sconosciuti per strada, nello scambiare due parole: sorrisi di circostanza, frenati dalla paura.
Lo sforzo per restituire fiducia al corpo, per considerarlo resistente al maligno, richiederà pazienza; ci appare lontano il momento in cui sarà possibile ridare al respiro umano il significato cantato dalla letteratura e dall’arte. Quando, senza mascherine, torneremo ad apprezzare i sapori del vento in cui «tutto è scritto», come ricorda Elias Canetti? Solo questo è il segno del ritorno pieno alla vita, senza timore di infettarci e liberi di assaporare l’esistenza.
Ricordate? Accadeva proprio questo, in un tempo troppo lontano. Il respiro fa sentire gli odori della terra, del cibo, delle persone: in fondo nutrono l’aria e l’esistenza. È il respiro, singolare strumento di ascolto, che fa assaporare la vita, permettendoci di coglierne i segreti. «L’essere umano è solo respiro», osserva Sofocle, il resto «è ombra». Seguendo questo sentiero, respiriamo la bellezza che ci circonda; attribuiamo alla materia qualità vitali; parliamo, senza timore d’essere ridicoli, del respiro della città, del paesaggio, di un qualsiasi luogo, per indicarne le qualità più preziose.
Nei primi passi dopo la clausura riprendiamo confidenza con tutto questo, ma ci costa fatica. Dobbiamo vincere tante esitazioni. La riapertura della vita sociale significa anche riprendere a respirare in un modo nuovo: riassaporare il gusto delle cose, cercarne i profumi misteriosi. In fondo, gli aromi ci ricordano storie ed esperienze, anticipano persino quello che faremo dopo. Accompagnano momenti pieni di senso, che ci portiamo dietro: bagaglio di quanto abbiamo imparato, sofferto, goduto. In un domani, che avrà bisogno di queste memorie.

* Angelo Perrone, giurista, è stato pubblico ministero e giudice. Cura percorsi professionali formativi, si interessa prevalentemente di diritto penale, politiche per la giustizia, diritti civili e gestione delle istituzioni. Autore di saggi, articoli e monografie. Ha collaborato e collabora con testate cartacee (La Nazione, Il Tirreno) e on line (La Voce di New York, Critica Liberale). Ha fondato e dirige Pagine letterarie, rivista on line di cultura, arte, fotografia.

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