50 anni dallo Statuto dei lavoratori

«Per capire il nostro tempo abbiamo bisogno di un punto di partenza; questo punto di partenza è il lavoro umano». Non ci stancheremo di tenere a mente le parole di Vittorio Foa – uomo della Resistenza e grande storico del sindacato – che risuonano attuali in una data importante come questa: il 20 maggio di 50 anni fa nasceva lo Statuto dei Lavoratori. La Costituzione entrava, così, in fabbrica: «Per la prima volta – commentò Gino Giugni insieme a Giacomo Brodolini, padre di questa grande operazione –, i giuristi non si limitarono a svolgere il loro ufficio di segretari del Principe, ma riuscirono ad operare come autentici specialisti della razionalizzazione sociale». La storia è nota, ed è stata rievocata dai media nazionali in questi giorni. Nessun amarcord – come correttamente ha fatto notare Michele Tiraboschi, giuslavorista allievo di Marco Biagi – piuttosto bisogna cogliere l’occasione per riflettere sulle nuove frontiere da presidiare e tutelare.

Il significato di quel vento di autentico riformismo arriva fino a noi, a distanza di tempo, da quell’Italia che stava cambiando volto. L’Autunno Caldo era stato solo l’anticipo di quel 1970 in cui tante cose sarebbero successe, come ha scritto ieri Guido Crainz su la Repubblica: la legge sul divorzio, l’istituzione sia delle Regioni sia dello strumento referendario – previsti dalla Costituzione, ma rimasti fino a quel momento inattuati –, il diritto di voto a 18 anni, il nuovo diritto di famiglia, la riforma penitenziaria, la riforma sanitaria, la regolamentazione dell’aborto, la “Legge Basaglia” sugli ospedali psichiatrici, l’assassinio di Mauro De Mauro (che avrebbe dato il via ad una scia terribile di sangue, inaugurando la “strategia della tensione”). Il decennio forse più carico di contrasti, ideali e ricadute della storia repubblicana avrebbe trovato la sua acme con la marcia dei 40mila a Torino, “epilogo-sconfitta” di un percorso che non si sarebbe mai più ripetuto.

Aspetto cruciale di quella stagione che è utile puntualizzare: il lavoro era al centro dei profondi rivolgimenti che avrebbero mutato in maniera irreversibile i costumi della società. Il ceto operaio, cerniera essenziale della catena produttiva, aveva già alle spalle tante storie di sofferenza accumulate, di difficoltà, di privazioni, che erano, poi, l’altra faccia del boom economico. Finalmente, qualcuno se ne occupava, passando dalla teoria alla prassi. Non dovremmo mai rimuovere questa centralità, tanto meno in questa delicata fase in cui il dibattito pubblico necessita di contenuti, di sostanza, di idee. Non c’è nessuna ripartenza senza il lavoro, il quale può battere il virus – come è stato detto – a condizione che venga affrontato questo tempo delle “mutazioni” con responsabilità, apertura mentale e capacità di visione.

Lo Statuto arrivava, finalmente – grazie allo sforzo di menti illuminate, pur tra mille inevitabili contraddizioni –, a porre argine alla tracotanza dei padroni: parlava di stabilità del posto di lavoro, di tutela, di reintegrazione, di “giusta causa” prima del licenziamento. Un vocabolario essenziale trovava spazio e non serviva ad apportare vuote innovazioni semantiche, ma a sollevare questioni forti, utili a ribadire una cosa essenziale e sacrosanta, spesso da tanti rimossa: una Repubblica fondata sul lavoro deve porsi il problema costante di garantire sempre questo diritto, in sicurezza, dignità, libertà, altrimenti non c’è né futuro né progresso

La crisi che stiamo vivendo porta con sé il rischio di un impatto enorme sul nostro sistema industriale. Inutile negarlo, sappiamo che la vertigine delle trasformazioni – soprattutto legate ai fenomeni di digitalizzazione già in corso – sta modificando i canoni del capitalismo. Bisogna intervenire subito per indirizzare una nuova “rivoluzione del lavoro”. Dobbiamo fare in modo che la diseguaglianza non si allarghi fino a diventare un baratro di netta cesura tra ricchi e poveri.
«Si apre – come ha osservato Enrico Letta nella prefazione del saggio appena pubblicato da Donzelli dal titolo Lavorare – una diversa centralità dei concetti di “lavoro” e di “sociale”, tutta da ripensare, da ricostruire». Occorre, in altri termini, risanare l’interpretazione errata di una flessibilità che ha precarizzato e stravolto lo spirito dello Statuto senza interpretare i tempi nuovi, agendo su un pericoloso equivoco che ha finito col tramutare l’idea della flessibilità in precarizzazione sistematica. In questa pericolosa deriva sono rimasti coinvolti i nuovi invisibili del mercato – vettori, rider, operatori dei call center, immigrati che svolgono lavori e compiti preziosi e sottopagati – le tipologie professionali di player creativi, ma senza tutele, che oscillano tra autonomia e dipendenza, difficili da intercettare nel quadro della tradizionale contrattazione. C’è, dunque, molto da operare. C’è molto da fare in un contesto che continua a sottostimare e a mortificare la componente femminile a tutti i livelli della vita organizzata.
Altro che De profundis per il Sindacato e per i corpi intermedi, che non sono morti ma piuttosto sollecitati ad agire per sciogliere i nodi di uno sviluppo senza progresso, di una globalizzazione che ha dimenticato l’uomo, di una tecnologia che deve tornare ad essere un mezzo non tramutandosi mai in fine, come gli ultimi scritti di Emanuele Severino ci hanno insegnato.

In questi giorni di forzato lockdown abbiamo scoperto un volto nuovo delle tecnologie. Nel confino forzato è rifluito un senso di comunità che è andato al di là dell’autismo che caratterizza la “società del selfie”. Forse, stiamo passando, per citare lo psicanalista Massimo Recalcati, dalla perversione dei social che portavano a un ritiro autistico dei legami a in recupero, attraverso la connettività, del mondo che sta fuori. Per negazione abbiamo riscoperto il valore del dialogo e dell’ascolto, del rispetto delle “ragioni dell’altro”. Dobbiamo ripartire da lì.
Governare il cambiamento vuol dire attribuire un significato al buio, continuando a battersi per i diritti universali dell’individuo. Da questo shock collettivo possiamo venire fuori più forti. Guardiamo sì agli anni Settanta, ma non con gli occhi appannati dalla nostalgia, bensì con lo spirito vibrante di chi crede che incidere per affermare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori è, oggi, possibile oltre che assolutamente necessario, come prima, più di prima.

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