Più merito e meno raccomandazioni, solo così l’Italia riparte

Chissà, forse moriremo di Qualipatia, senza nemmeno aver cercato di curare una malattia, che abbiamo trascurato o, ancora peggio, che abbiamo alimentato senza neanche accorgercene. Gian Maria Fara, sociologo e Presidente dell’Eurispes aveva denunciato la presenza di questo strano “virus” (parola fin troppo alla moda purtroppo) nel Rapporto Italia di due anni fa. I commenti sono stati tanti, reazioni concrete poche, a giudicare almeno dal messaggio che ci arriva dalla IV Giornata nazionale del merito che si è svolta a Milano. Un banco di prova interessante per capire se competenza, preparazione (ingredienti essenziali della qualità) cominciano a farsi spazio nelle dinamiche evolutive della società. Purtroppo, siamo ancora in alto mare. L’evento promosso dal Forum della meritocrazia, che ha messo a punto uno strumento con la finalità di misurare quello che non è un concetto astratto, buono per sollecitare discussioni accademiche, quanto il vero carburante da cui dipende il nostro futuro, ha fatto vedere dati alla mano come la qualità sembra non essere una categoria di interesse per la politica, per le Istituzioni e, in molti casi, neanche per le imprese. Il “Meritometro” costruito su sette indicatori: libertà, pari opportunità, qualità sistema educativo, attrattività dei talenti, regole, trasparenza, mobilità, non dice nulla di buono, soprattutto per quanto riguarda l’Italia. L’analisi racconta, purtroppo, di un Paese maglia nera nel ranking europeo. Le nazioni più virtuose si confermano quelle del Nord Europa che totalizzano più di 60 punti, il che vuol dire alti livelli di qualità in tutti gli àmbiti socio-economici osservati dai ricercatori.

A fare notizia non è tanto la crescita della Svezia, quanto il decremento più elevato nell’ultimo anno della Germania, sul fronte del sistema educativo. Nel complesso, la meritocrazia in Europa non si può dire che sia del tutto latitante: 7 paesi su 12 hanno fatto registrare variazioni positive del punteggio. Quello che maggiormente preoccupa a livello comunitario è, in particolare, il mondo dell’istruzione, che segna pericolosamente il passo, insieme alla scarsa chiarezza in fatto di definizione delle regole. Va meglio quando l’attenzione si sposta sulle pari opportunità e la trasparenza, anche se molto c’è da fare perché le donne abbiamo il giusto riconoscimento economico e di carriera, rimanendo ancora ai margini delle élites. In casa nostra sono tante le ombre che si addensano. L’Italia è molto lontana dalla Spagna (dieci i punti di distacco) e parla proprio una lingua diversa dalla Finlandia (43 punti sopra). I tasti più dolenti, si chiamano: trasparenza, libertà e qualità del sistema educativo. È evidente (lo studio del Forum è la conferma scientifica di un’evidenza nota ai più) che per il “mal di merito”, quella particolare epidemia di raccomandazioni che paralizza l’Italia, denunciata dal un pamphlet di Giovanni Floris di qualche anno fa, stiamo tardando troppo a trovare un vaccino adeguato. Le conseguenze, nella società che continuiamo a definire della conoscenza (senza crederci però fino in fondo), sono molto gravi sul terreno dell’attrattività dei talenti, della mobilità e dell’equità sociale. Se non promuoviamo adeguatamente i talenti saremo condannati alla staticità, in una sorta di confinamento sociale e culturale che non è certo degno della grande tradizione dell’Italia. A ricordarci la gravità della situazione il World Economic Forum che nel The Global Social Mobility Report 2020, posiziona il nostro Paese al 34° posto nella classifica mondiale e all’ultimo tra i paesi industrializzati. La mancanza di “diversità sociale delle scuole” è messa sotto accusa. Lettura confermata dal Global Talent Competitive Index 2020 dell’Insead che individua nelle prestazioni “poco brillanti” dei sistemi educativi a tutti i livelli e nella scarsa apertura e propensione del sistema produttivo ad accogliere e sviluppare le intelligenze, il “cancro” da rimuovere in fretta, se non vogliamo imboccare la via di un declino irreversibile. 

Abbiamo chiesto a Maria Cristina Origlia, presidente del Forum della meritocrazia, giornalista esperta di economia e innovazione non solo di commentare l’indagine di quest’anno ma, soprattutto, di individuare quei gap che vanno colmati per riprendere il cammino della crescita e guardare finalmente “oltre” il buio che ci ha drammaticamente avvolto in questi difficili mesi.

Ripartenza e rigenerazione: due termini-chiave

Presidente, la giornata del merito 2020 è ruotata attorno a due parole-chiave: ripartenza e rigenerazione, come si declina questa coppia di concetti?

Il concetto di ripartenza è legato alla fase congiunturale di crisi socio-economica innescata dall’emergenza sanitaria, rispetto alla quale dobbiamo saper reagire il prima possibile. Si tratta di un termine legato al breve termine, intimamente connesso alla capacità che dimostreremo di dare al Recovery Plan una visione e un’articolazione coerente rispetto alle indicazioni della Ue, orientate a rafforzare i processi di evoluzione digitale e di sostenibilità dell’economia. È evidente che la realizzazione di un piano così complesso e articolato implica una capacità di progettazione e di execution, in cui l’Italia non ha mai brillato. Basti pensare che a fine 2019 avremmo dovuto restituire alla Ue 11 Md di euro non spesi di Fondi Strutturali che – va anche detto – l’Europa ha finito per “concederci”, vista la situazione di emergenza.

Parliamo della “rigenerazione”. Quale definizione le sembra più appropriata?

Questo termine allunga la visione oltre il breve termine, sollecitando la macchina statale a ripensare le basi su cui si fonda il suo stesso funzionamento. In quest’ottica, che potremmo quasi definire palingenetica, l’investimento in education e nella valorizzazione del capitale umano in generale, e intellettuale in particolare, costituisce il “nuovo” petrolio in un’economia che definiamo “della conoscenza”. In questo orizzonte la meritocrazia – se praticata con metodi trasparenti e condivisa nei suoi criteri – è poi il fattore chiave di questo salto quantico a livello macro (Paese) e a livello micro (organizzazioni), perché permette di creare le migliori condizioni affinché i talenti delle persone possano esprimersi, innescando un circolo virtuoso verso l’eccellenza.

Il merito conviene, non è un termine astratto come dimostrano i dati del meritometro. Eppure, su questo terreno non c’è una vera consapevolezza, non crede?

Tutti gli indicatori internazionali che misurano la competitività dei paesi dimostrano che gli Stati che mettono la cultura del merito al centro del loro sviluppo socio-economico, crescono di più e meglio; malgrado questo, una vera consapevolezza non c’è nel nostro Paese. Gli indici relativi alla misurazione delle performace a livello paese si sovrappongono a quelli che misurano la qualità di vita e di benessere, questo vuol dire che la meritocrazia conviene, su tutti i fronti. Questo emerge molto bene, come lei diceva, dal Meritometro, lo strumento scientifico messo a punto dal FdM e dall’Università Cattolica, con cui si misura il livello di meritocrazia presente nei 12 paesi del vecchio Continente. Per il momento, abbiamo testato lo strumento su quattro aziende pilota – Sanofi, MM, Acciaierie di Terni, Allianza Partners – con buoni risultati e stiamo iniziando il processo di certificazione per attribuire alle organizzazioni il bollino del merito.

Le conseguenze del “non merito”

Dove si colloca l’Italia in questa particolare classifica e quali sono gli Stati virtuosi sul fronte della valorizzazione delle competenze?

Vediamo un’Europa a tre velocità, con in testa i paesi del Nord Europa (che totalizzano oltre 60 punti); Olanda, Germania, Gran Bretagna, Austria e Francia occupano una posizione intermedia, mentre ritroviamo in basso Polonia, Spagna e Italia con una differenza: le prime due nell’ultimo anno hanno fatto registrare un miglioramento della performance, mentre il nostro Paese si è mantenuto sostanzialmente sui valori già non esaltanti dello scorso anno. Purtroppo, in cinque anni il livello della performance ha fatto registrare un incremento percentuale di un solo punto. Il quadro è reso ancora più fosco dalla quasi totale latitanza del merito, quale meccanismo di promozione sociale e di garanzia delle pari opportunità. Le conseguenze sono ovviamente nefaste a partire dall’inevitabile aumento della diseguaglianza, fenomeno che rende la società ingiusta.

Ha parlato di pari opportunità. A che punto siamo su questo delicato terreno?

Sul fronte delle pari opportunità qualche passo avanti è stato fatto, grazie all’entrata in vigore delle quote di genere che hanno determinato un innegabile aumento della presenza femminile nei Cda delle aziende quotate e in parte anche in quelle non quotate (non sulle posizioni di Presidente dei Cda, va però precisato). Gli effetti si fermano però a questo livello, perché i dati ci dicono che non c’è stato un effetto traino sulla governance delle aziende: Ceo e top manager donne rimangono una percentuale insignificante. Va poi osservato che la percentuale di partecipazione femminile al mondo del lavoro rimane sotto la media europea, a causa di una molteplicità di ragioni culturali e strutturali, che non danno ancora la possibilità alle donne di farsi avanti come sarebbe legittimamente da aspettarsi. La pandemia ha messo ulteriormente in difficoltà l’universo femminile, sia perché particolarmente occupate nei settori dei servizi/ristorazione, che come è noto sono tra i settori più colpiti dalla crisi, sia per la difficoltà di assicurare una prestazione lavorativa da casa, con i figli da seguire.
Sarebbero quanto mai necessari interventi governativi per mitigare i contraccolpi di una situazione certamente difficile da governare.

In conclusione, che cosa dovremmo, a suo giudizio, apprendere da una situazione certamente imprevedibile che sta mettendo in ginocchio il Pianeta?   

Dobbiamo vivere questa delicata fase come una “scossa” di consapevolezza, che ci apra finalmente gli occhi su cosa dobbiamo fare – abbiamo tante potenzialità – per effettuare un cambio di marcia nella direzione di una crescita più sana ed equilibrata. In Italia abbiamo, non dimentichiamolo, casi di eccellenza che non mancano in tutti gli àmbiti (pubblici, privati, ricerca, scolastico, ecc.). Basterebbe decidere una buona volta di replicare le condizioni di successo di queste importanti esperienze che hanno valorizzato il merito, nei settori strategici. A quel punto, potremmo dire di aver finalmente voltato pagina.

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