L'opinione

Emergenza Covid: inutile aumentare debito senza compensare con risorse

Arrivati a questo punto, è accaduto l’inevitabile: la crescita esponenziale dei contagi da Covid ha imposto misure che pensavamo superate dopo gli ultimi mesi. Così siamo al lockdown parziale. Non solo, ma occorre anche augurarci che basti nei prossimi giorni per arginare il virus e che non serva altro, come pure si sta paventando.

Il decreto del Governo non è purtroppo un piano di rilancio dell’economia, in affanno e bisognosa di un salto di qualità nel segno della crescita; ancora una volta è un intervento tampone a sostegno di categorie e persone a rischio di sopravvivenza. È prospettato come “ristoro” per i danni che le chiusure di tante attività provocheranno inevitabilmente alle famiglie di imprenditori, operai, impiegati.

Non è chiaro se il termine usato stia ad indicare l’effetto che si intende ottenere (sollievo, rassicurazione), o sia un’involontaria ammissione di colpa per gli errori e i ritardi di quest’ultimo periodo. Fatto sta che il Paese mostra d’essere troppo impreparato davanti alla nuova ondata del virus, sguarnito nelle difese da opporre alle insidie del contagio. L’affanno del Governo ne è una controprova. Si annuncia un incremento della recessione economica per lo stop a molte attività economiche: chiusura totale di cinema, teatri e palestre; parziale di bar, ristoranti, osterie.

Ci si stava appena risollevando, dopo le chiusure precedenti, e siamo di nuovo in difficoltà; le ripercussioni sanitarie ed economiche si annunciano enormi. Non era imprevedibile che ci fosse una nuova pesante ondata, questo l’aspetto preoccupante nel comportamento della classe politica tutta.

Le misure adottate, se inevitabili di fronte alla recrudescenza di un virus mai debellato e sempre in agguato, hanno anche il sapore amaro di un fallimento nella gestione della pandemia, segnalano in una certa misura l’incapacità di Stato e Regioni di far fronte alla nuova emergenza, nascosta ma non troppo dietro l’apparente tranquillità dei mesi scorsi.

Il ritorno alla normalità era illusorio perché il virus non è stato debellato; certo, c’era una gran voglia di gettarsi alle spalle i mesi difficili della prima clausura, molti sforzi sono stati fatti dalle imprese e dai lavoratori per recuperare il tempo perduto e tamponare i danni subiti, ma non poteva bastare la buona volontà, né la speranza. Nulla o troppo poco si è fatto per prepararsi alla seconda ondata, inevitabile con la fine dell’estate, il ritorno a scuola, la ripresa delle attività lavorative in presenza. Poi gli eccessi estivi e la baldoria delle movide hanno fatto il resto aumentando le occasioni di contagio indiscriminato.

Eppure l’allarme era chiaro. Non c’era solo un problema di “sicurezza statica” contro il virus (distanze nei luoghi di studio e lavoro, posizioni dietro un banco o una scrivania, controlli degli accessi, mascherine da indossare sempre e gel da usare il più possibile): la questione centrale era quella dei “movimenti” delle persone, la gente in giro per svariati motivi, all’origine di assembramenti pericolosi.

Un fenomeno più vistoso nei grandi centri urbani dove massime sono la circolazione delle persone e la ristrettezza degli spazi, e perciò maggiore il pericolo del contagio. Una situazione che rendeva problematico il trasporto di milioni di persone – 22 milioni – da un luogo all’altro soprattutto con mezzi pubblici, treni, bus, metro, inadeguati per numero e capacità. Ecco, gli assembramenti inaccettabili, le distanze ravvicinate, l’inutilità delle sole mascherine.

Più alta è stata la concentrazione di persone in movimento per ragioni di lavoro o studio, maggiori le occasioni di infezione. Non era solo un problema di movide serali, feste di compleanno, sagre di paese, che pure hanno incrementato inutilmente le situazioni a rischio. Il ritmo della “vita normale” ha dato massimo incremento al contagio, rendendo esplosiva la situazione in molte zone, senza differenze tra Nord e Sud.

La stretta decisa ha finito così, nella fretta di dover intervenire subito, per dare un taglio lineare a tutto questo, limitato ma deciso, colpendo talvolta alla cieca e senza una chiara motivazione, come nel caso dei teatri e cinema nei quali non c’erano stati finora casi di contagio: una penalizzazione della cultura, e del suo valore sociale specialmente in un periodo così difficile. Si è trascurato di operare in modo più selettivo, per individuare e trattare distintamente le singole zone di (maggior) contagio.

Inutili sono state le raccomandazioni. Stare distanti non è possibile se gli spazi, sui bus, nei treni dei pendolari, nei vagoni della metro, non lo permettono; se tutti escono di casa allo stesso orario; se l’ingresso nelle scuole o nelle fabbriche non è differenziato. Mancano i mezzi pubblici, lo sappiamo, e non è possibile di colpo aumentarne la produzione, ma potevano essere utilizzati tutti quelli rimasti fermi per la crisi turistica. Non è stato fatto.

Tante persone si recano al lavoro o entrano a scuola, ma è mancato un piano serio per scaglionare il più possibile gli orari, per ridurre la concentrazione delle persone nello stesso luogo e nel medesimo tempo. Si è dibattuto allo sfinimento sulle dimensioni dei banchi di scuola, e non ci siamo privati di dilemmi esistenziali sull’uso delle rotelle.

Non sono servite nemmeno le esortazioni di scienziati e studiosi: l’estate registrava un positivo calo nei contagi certo, non era un risultato acquisito o definitivo, perché dovuto ad altro (vita all’aperto, vacanze in luoghi meno affollati, chiusura di scuole e fabbriche). Ecco il motivo per darsi da fare già allora ed impiegare il periodo per prepararci al peggio che sarebbe venuto poi.

Migliorare le strutture sanitarie innanzi tutto, aumentando i posti della terapia intensiva, assumendo personale, cambiando il modello di assistenza rendendolo più diffuso sul territorio, quindi più in grado di individuare subito i casi: maggiori tracciamenti, interventi tempestivi e mirati.

È subentrato un clima di rilassatezza, anche psicologico, forse perfino comprensibile dopo le tensioni precedenti: così alla ripresa autunnale le strutture, specie in certe regioni come Lombardia e Campania, ora sono di nuovo sotto pressione o al collasso, incapaci di far fronte all’emergenza se non a discapito degli altri trattamenti.

Il sacrificio che viene richiesto ora è molto pesante, ha un costo economico e psicologico. Aziende e dipendenti avevano fatto sacrifici per sopravvivere e si vedevano i primi segni di rinascita con il parziale ritorno alla normalità. Insegnanti e studenti avevano tenuto duro con le lezioni a distanza in attesa del rientro in classe, del ritorno alla condizione della presenza fisica, essenziale nell’insegnamento e nella formazione educativa. Il contraccolpo emotivo è ugualmente forte, spesso percepito come insopportabile: a che cosa è servito il precedente lockdown, il sacrificio delle libertà individuali, se siamo allo stesso punto?

Le proteste diffuse in varie parti del Paese sono certamente di varia natura, e non vanno confuse tra loro. Ci sono infiltrazioni di gruppi estremisti, pronti a sfruttare il malessere sociale per fomentare rivolte e azioni violente. Sono comparsi ultras e criminali della periferia più arrabbiata, che nulla hanno da spartire con le esigenze della stragrande parte della popolazione preoccupata per il proprio futuro. I violenti vanno isolati e punti. Le provocazioni respinte.

Ma tutto ciò non va confuso con il disagio manifestato da tante categorie, è un altro discorso serio e fondato: sono imprenditori, operai, impiegati, che hanno utilizzato le ultime risorse per salvare il lavoro. Gente comune di nuovo che si ritrova ora in difficoltà, che vede andare in fumo i sacrifici del passato più recente.

La maggiore gravità della situazione italiana è dovuta ad una convergenza di fattori: il più alto numero in Europa di lavoratori autonomi; la diffusa economia sommersa priva di tutele: l’alta percentuale di famiglie monoreddito. Il rischio di cadere nel “buco nero” della sofferenza economica è altissimo.

Non bastano le rassicurazioni su un rapido intervento a loro favore: lo Stato è un pagatore lento, diffidente, spesso disattento nell’individuare chi ha davvero bisogno. Quanta lentezza finora nelle casse integrazioni, nell’elargizione dei contributi. E poi, tutti quei casi indecenti in cui tanta gente (persino parlamentari) ha speculato sulle difficoltà altrui chiedendo sussidi.

Il rischio in tutto questo è che si allarghi la forbice tra chi può ancora andare avanti e chi non ce la fa più, tra i garantiti (numero sempre più esiguo) e tutti gli altri, che non possono contare su alcuna sicurezza e vedono precario il loro futuro; che aumentino le diseguaglianze, che si crei una situazione sociale irrimediabile.

Intanto l’azione del Governo, che pure – a confronto con altri paesi esitanti ed incerti – è intervenuto decisamente, è accompagnata dai soliti litigi dei partners in coabitazione instabile, offuscata da una sensazione di disarmonia e difetto dell’unità di intenti. Soprattutto viene percepita la mancanza di una chiara visione del futuro, come se non ci fossero energie e idee (non solo risorse) per affrontare il passaggio complicato. Unica preoccupazione tamponare le falle, con un’inevitabile concitazione e il rischio di fare altri errori.

La mancanza di una strategia fa correre al Paese il pericolo del collasso economico per eccesso di spesa. A questo riguardo, è inevitabile sostenere in tutti i modi e al più presto le persone in difficoltà, non lesinare negli aiuti e farli arrivare a destinazione nel più breve tempo possibile, affinché i danni non diventino irreversibili. Prima e meglio di quanto non sia stato fatto finora.

Non basta però. È proprio in questa situazione che, ancor più, servono progetti per l’avvenire. Un’idea per il futuro. Affinché i sussidi non siano legati solo all’emergenza ma diventino il volano della ripresa di domani. Devono essere pensati con questo obiettivo, rivolti al momento in cui sarà possibile la ripresa della normalità. Questa situazione dobbiamo prepararla fin d’ora. E non c’è modo migliore che finalizzare i contributi in vista del domani.

Il disagio che si manifesta di fronte alle nuove misure del Governo deriva dalla percezione che i sacrifici non abbiano un fine visibile e apprezzabile, non servano a migliorare la vita nostra e delle generazioni future, le più precarie, come sempre. È su questo aspetto che l’intervento dello Stato deve essere più significativo.

Un paese non può vivere solo di debiti, anche se indispensabili in un certo momento. Non esistono ricette magiche per sopravvivere, né si può stampare moneta a volontà senza porsi mai il problema di come fare a finanziarsi realmente con risorse reali, non con prestiti il cui peso ricadrà sui nostri figli.

Lo Stato ha un’enorme responsabilità nella scelta delle cose da fare, deve essere consapevole dell’esperienza storica delle crisi di debito che hanno provocato dissesti finanziari irreversibili. O semplicemente non dimenticare che l’esplosione del debito italiano tra il 1960 e il 1990 è stato dovuto all’aumento della spesa pubblica non finalizzata alla crescita.

Sarebbe pericoloso che l’onda dell’emergenza sanitaria spingesse nella direzione di un interventismo statale massiccio e prevaricante rispetto all’iniziativa privata, dall’assistenzialismo al dirigismo economico. Al contrario, proprio ora che serve il massimo di protezione sociale e di sostegno individuale, occorrono scelte selettive. In economia, non meno che nella sanità.

Proprio l’epidemia potrebbe persino portare con sé qualcosa di utile se ci insegnasse che un paese non può vivere solo di bonus a pioggia senza preoccuparsi di chi li produce e finanzia, come se fossero a fondo perduto, e nessuno venisse a chiedercene conto.

Invece, sarebbe positivamente contagiosa la convinzione che ci sono settori nei quali un ripensamento dell’azione dello Stato è assolutamente necessario anche ora che la pandemia rende tutto complicato e difficile. Pensiamo alla sanità, alle infrastrutture, all’ambiente, al digitale. Qui è auspicabile un intervento statale massiccio con forti investimenti di base: verrebbe incontro alle esigenze del presente, ma servirebbe a costruire il futuro nel segno dello sviluppo e della crescita delle opportunità.

 

* Angelo Perrone, giurista, è stato pubblico ministero e giudice. Cura percorsi professionali formativi, si interessa prevalentemente di diritto penale, politiche per la giustizia, diritti civili e gestione delle Istituzioni. Autore di saggi, articoli e monografie. Ha fondato e dirige Pagine letterarie, rivista on line di cultura, arte, fotografia.

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