Conte e lo storytelling del “non-politico eroe solitario”

La comunicazione istituzionale dell’emergenza ha smarrito i crismi della correttezza, della proporzionalità, del senso della realtà, per assumere toni enfatici, più utili per accarezzare le strategie immediate del consenso. È indubbio che si sia palesata una certa inclinazione del Presidente del Consiglio a cogliere l’opportunità del potere individuale, per tentare di stabilire una connessione sentimentale e personale con il pubblico. La Rubrica Diario per il nostro futuro prosegue con l’intervento di Michele Prospero, filoso e professore associato di Filosofia del Diritto presso la facoltà di Scienza Politica, Sociologia e Scienze della Comunicazione della Sapienza.

Dal punto di vista costituzionale l’ordinamento ha, nel complesso, ben tenuto rispetto alla sfida del virus che ha acuito la sofferenza di diversi regimi politici occidentali. La scelta di non aderire alla dottrina – largamente condivisa nel primo Novecento – che suggerisce di mettere in forma anche la situazione di emergenza, si è confermata, alla lunga, efficace. A Weimar la previsione, contenuta nella carta, dei passaggi richiesti per governare l’eccezione non risparmiò, peraltro, la caduta drammatica dello Stato democratico di diritto. E, quindi, le odierne posizioni che sollecitano un adeguamento della vigente Costituzione, per coprire anche le situazioni più critiche, non tengono conto del successo storico della rimozione operata dai costituenti della categoria di stato di eccezione.

L’emergenza rientra nelle competenze normali dell’ordinamento che dispone degli strumenti, delle procedure, dei ruoli per affrontare le condizioni fattuali apparentemente fuori norma. L’emergenza si governa senza entrare nelle trappole dell’emergenza e, quindi, evitando di metterla in forma. Se, dunque, ha retto la opzione della cultura repubblicana originaria, ciò non significa che non siano da considerare assai problematiche alcune delle tipologie prescelte dal Governo per gestire una fase inedita. Lo strumento adottato, e di stretta valenza amministrativa, il decreto del Presidente del Consiglio – non sottoposto a preventiva valutazione del Capo dello Stato e a successiva conversione delle Camere – è stato gonfiato di un plusvalore regolativo-decisionale che si è inoltrato scivolosamente sino a ritenerlo prevalente in materie che riguardano diritti fondamentali, libertà indisponibili.

Una maggiore parlamentarizzazione delle decisioni, un coinvolgimento più sistematico delle Regioni e delle opposizioni, accanto agli organismi medico-scientifici, nella individuazione delle misure di contenimento del contagio, avrebbero offerto una gestione più improntata ai princìpi della responsabilità. Questo, però, è un canone di alta politica che è ormai vano rintracciare in una politica minor che ha inghiottito, quasi per intero, i lodi del populismo e trascende qualsiasi condivisione di un senso dello Stato. Non sorprende che anche la comunicazione istituzionale dell’emergenza abbia smarrito i crismi della correttezza, della proporzionalità, del senso della realtà, per assumere toni enfatici, più utili per accarezzare le strategie immediate del consenso. È indubbio che si sia palesata una certa inclinazione del Presidente del Consiglio a cogliere l’opportunità del potere individuale, esercitato in un momento di monopolio della sola decisione legittima, per tentare di stabilire una connessione sentimentale e personale con il pubblico.

La comunicazione dell’emergenza ha suggerito il ricorso alle reiterate dirette a reti unificate, a dichiarazioni solenni circa provvedimenti a esecuzione immediata o differita pronunciati sul calar delle tenebre, a invenzioni linguistiche suggestive messe in circolo per accompagnare misure – magari non ancora formalmente varate – e, quindi, utili più a caricare una strategia di annunci che a pronunziare parole di verità attorno alla crisi. È alquanto trasparente che, in un sistema politico dominato da molteplici sensibilità populiste, anche la pandemia sia stata convertita in una occasione di spettacolo, in un episodio di narrazione attorno a figure politiche alla ricerca di un incantamento carismatico. La parabola che, dalle ansiogene parole pronunciate dal Presidente nel rifugio di un notturno italiano, culmina nella festosa prova d’orchestra finale, offerta in una conferenza stampa all’aperto, svela l’esistenza del canovaccio di uno storytelling, concepito per rendere immacolata l’immagine un uomo non-politico, estraneo ai giochi e, per questo, capace di regalare al Paese la salvezza.

Le mosse del Presidente del Consiglio, che unico nei regimi democratici è dotato del potere personale di decretazione e, con esso, sospende anche le elezioni per un arco di tempo che scavalca la stessa durata temporale dello stato di emergenza, sembrano seguire il copione di una ponderata strategia di marketing adagiata sull’immagine di un (contro)eroe solitario che fornisce un eccezionale apporto alla vittoriosa lotta contro il maligno, e quindi conquista sul campo i galloni di una investitura carismatico-plebiscitaria. Inizia con il pullover blu, simile a quello della Protezione civile, per vendere l’immagine di uno del fare e, poi, adotta altri abiti e bandiere di contorno, a seconda della parte che deve recitare in vista di un obiettivo calibrato sui sondaggi offerti alla persona.

Per misurare il grado di populismo che si è consolidato nelle credenze politiche e negli umori collettivi il migliore termometro è sempre quello della giustizia. Più ti imbatti nelle parole reazionarie (nel senso di de Maistre) che i giornali di governo, talune toghe e rappresentanti politici dedicano alla questione carceraria in tempo di virus, e più ti colpiscono le pagine di profonda sensibilità umana scritte dal demoniaco Hobbes alcuni secoli fa. A confronto delle immagini dei quotidiani e dei politici più giustizialisti – «si è più protetti in carcere che in piazza Duomo» – il filosofo inglese appare come un autentico campione del garantismo di marca liberale. L’affollamento delle prigioni, che impedisce negli spazi di reclusione qualsiasi “distanziamento” tra i corpi – cioè quel dispositivo minimo ritenuto dai medici indispensabile per scongiurare la minaccia di malattia – secondo il quotidiano e i politici di area governativa non rappresenta un serio problema pubblico. Che lo Stato – cioè l’Istituzione che detiene il monopolio fisico legittimo della coercizione – non sia in grado di conservare l’integrità dei corpi che ospita nelle patrie galere rappresenta, invece, un nodo di grande rilevanza teorica.

Lo spiegava proprio Hobbes, il quale scorgeva nell’insicurezza circa la salvezza del proprio corpo una condotta «distruttiva dell’essenza stessa del Governo». Lo Stato, il grande conservator vitae, non può rinunciare a difendere la nuda corporeità di chiunque, con ciò senza scalfire, in radice, le proprie funzioni originarie e autorizzare, di riflesso, la libertà di disobbedire. Nel Leviatano viene autorizzato a «resistere alla spada dello Stato (chiunque) ancorché giustamente condannato» avverta come insicura la tutela della propria vita in prigione. «Se un uomo è tenuto in prigione o in vincoli, o non gli è concessa, per mancanza di fiducia, la libertà del suo corpo, allora non si può intendere che sia tenuto per patto alla soggezione: pertanto può fuggire, se è in grado di farlo, con qualsiasi mezzo».

Se nelle carceri la coesistenza dei detenuti produce il rischio di contagio, gli impegni originari a cedere il potere allo scudo del sovrano e la contestuale promessa «di non difendere il proprio corpo sono nulli». Dinanzi al degrado della vita nelle carceri elevati magistrati – in sintonia con gli esponenti di Governo – hanno sentenziato che «le parole amnistia, indulto, sanatoria e condono dovrebbero essere bandite dal lessico di un paese civile». Il populismo giudiziario svela la perdita di fondamentali elementi di civiltà. Anche la formula adottata dal Presidente del Consiglio in apertura della Fase 2, quella del “rischio calcolato”, presenta una assai dubbia fondazione costituzionale. La vita non può essere oggetto di un calcolo quantitativo. Un’azienda può anche ipotizzare, nei suoi progetti, un elemento di insondabile imprevedibilità che porti, in casi limite, all’incidente. Questa eventualità mai dovrebbe invece rientrare nel linguaggio di un uomo di Stato come una possibilità esplicitamente accettata. Il politico serve proprio per bandire ogni eventualità di convivere con un rischio calcolato.

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