Disuguaglianza di genere e violenza sulle donne. Un’emergenza nell’emergenza

Violenza di genere e Covid: un connubio allarmante

La violenza di genere è un fenomeno che affonda le sue radici nella disuguaglianza di genere e persiste nell’affermarsi come una fra le più importanti violazioni dei diritti umani in tutte le società. Non a caso, è stata definita dall’ONU come un “flagello mondiale”.

L’attuale crisi pandemica ha ulteriormente acuito la gravità del fenomeno, poiché ha squarciato i tessuti socio-economici globali – rendendo ancor più fragili le fasce di popolazione già deboli – e al contempo ha fatto registrare, nel periodo di confinamento sociale della scorsa primavera, un aumento dei casi di violenza contro le donne.

Per quanto riguarda il nostro Paese, a parlare sono gli ultimi dati Istat, i quali quantificano in 5.031 le telefonate valide nel periodo di lockdown al 1522 (numero verde istituzionale per le vittime di violenza di genere e stalking), ovvero il 73% in più rispetto allo stesso periodo del 2019[1].

Come preannunciato dalla Commissione parlamentare di Inchiesta sul femminicidio nel documento riportante le misure per rispondere alle problematiche delle donne vittime di violenza nella situazione di emergenza epidemiologica, nel periodo di lockdown il fenomeno si è intensificato per una ragione semplicissima: la prolungata condivisione dello spazio abitativo, che ha costretto le donne a rimanere in isolamento con i loro principali maltrattatori[2] – basti pensare che nel 2018, il 55% dei femminicidi è stato commesso da partner attuali o precedenti, ed il 24,8% da un familiare[3]. 

Focus Italia: alcuni dati sulla violenza di genere e sulle politiche adottate

Nel nostro Paese, con oltre 1600 vittime, il decennio 2008-2018 è stato caratterizzato da una vera e propria strage di donne, come emerge dalla relazione della già citata Commissione parlamentare del luglio 2020. 

I dati del Ministero dell’Interno, elaborati dal Servizio di Analisi Criminale della direzione della Polizia criminale, mettendo a confronto i numeri relativi a gennaio-maggio 2020 con l’analogo periodo dell’anno precedente, confermano un calo generale degli omicidi complessivi, mentre il numero di vittime di sesso femminile rimane sostanzialmente invariato, seppure in aumento: nel 2019 le vittime donne costituiscono il 32% degli omicidi totali, e nel 2020 la percentuale sale al 48%. Aumentano, invece, gli omicidi commessi in àmbito familiare e, tra questi, le vittime donne, che passano dal 57% (2019) al 75% (2020)[4].

Tra le più importanti politiche adottate dall’Italia per contrastare la violenza di genere vi è la previsione, da parte della legge n.93/2013, dell’adozione di un Piano d’azione straordinario. Il primo programma – adottato nel 2015 e di durata biennale – è stato finanziato con oltre 40 milioni di euro, utilizzati anche per adeguare il Paese alle nuove disposizioni contenute nella Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per stabilire un quadro comune e ambizioso volto a prevenire gli atti di violenza, proteggere le vittime e punire i persecutori.

La dotazione finanziaria è stata utilizzata, tra l’altro, per rafforzare e facilitare la creazione di una banca dati nazionale sul fenomeno della violenza, per mappare i servizi pubblici e privati relativi alla violenza di genere, per formare il personale sanitario e socio-sanitario, per finanziare il numero antiviolenza 1522 e potenziarne la capacità di intervento[5].

Per il triennio 2017-2020 è stato, invece, adottato il Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne, caratterizzato da una logica di partenariato e di politiche integrate, e finalizzato a responsabilizzare tutti coloro che sono chiamati a darvi attuazione.

Il caso Talpis vs Italia: l’inadempimento del Paese rispetto alla Convenzione

Nonostante i passi avanti compiuti dall’Italia negli ultimi anni in materia di protezione delle donne, numerose sono ancora le criticità da superare, come dimostrato dal caso Talpis vs Italia, rientrato prepotentemente nel dibattito europeo proprio di recente[6].  

La Corte di Strasburgo nel 2017 ha condannato l’Italia per non aver rispettato i princìpi e le regole della Convenzione di Istanbul, oltre ad alcuni articoli della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sul diritto alla vita, sul divieto di trattamenti degradanti e inumani e sul divieto di discriminazioni.

Dopo la condanna ha inoltre avviato una procedura di verifica del sistema antiviolenza del Paese, chiedendo di risolvere le criticità che avevano causato la mancata protezione della donna e di suo figlio e di raccogliere i dati, a livello nazionale, per consentire il monitoraggio dei progressi dichiarati dal Governo.

Lo scorso ottobre il Consiglio d’Europa, pur congratulandosi con l’Italia per i progressi fatti in materia di lotta contro la violenza di genere, ha manifestato preoccupazione per la ricezione di informazioni statistiche parziali e non complete relative all’attuazione delle disposizioni di legge che criminalizzano la violenza e le molestie domestiche. Ha espresso, inoltre, le proprie perplessità per l’elevato tasso di procedimenti che portano a decisioni di “non luogo a procedere” nella fase delle indagini preliminari. Alla luce di queste considerazioni, ha sollecitato l’Italia a fornire, entro il mese di marzo 2021, la documentazione necessaria a dimostrare di adempiere correttamente ai princìpi e ai valori espressi nella Convenzione di Istanbul[7].

Nel gennaio 2020, le stesse criticità e preoccupazioni sono emerse anche dal Rapporto del GREVIO (gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica) nel quale, pur riconoscendo i progressi italiani nel percorso di attuazione della Convenzione di Istanbul, si sottolinea che le politiche e le attività per la promozione e la realizzazione dell’uguaglianza di genere incontrano ancora alcune resistenze.

Tra i punti sollevati nel rapporto emergono in particolare: una tendenza a reinterpretare le politiche di uguaglianza di genere in termini di politiche riguardanti la famiglia e la maternità; un sistema di raccolta dati non ancora efficace; preoccupazione riguardo le procedure di valutazione e gestione del rischio che non sono applicate in modo sistematico da tutti gli enti istituzionali in ciascuna delle fasi e che non fanno ancora parte di una strategia multi-agenzia come promossa dalla Convenzione[8].

La diffusione pandemica della violenza di genere

Anche nel resto del mondo si è registrato un incremento dei casi di violenze contro le donne durante la pandemia: in Australia, secondo una ricerca dell’Institute of Criminology, nel periodo febbraio-maggio 2020 il 4,6% delle donne e l’8,8% delle donne impegnate in una relazione hanno subìto violenza fisica o sessuale[9]; in Argentina le chiamate di emergenza per violenza domestica sono aumentate del 25% dalla chiusura del 20 marzo. Nel Regno Unito le chiamate, le e-mail e le visite al sito web di Respect – l’ente nazionale per la violenza domestica – sono aumentate rispettivamente del 97%, del 185% e del 581%. In Francia i casi di violenza domestica sono aumentati del 30% dal lockdown del 17 marzo[10].

Ed è proprio dall’Europa – dove la sottoscrizione della Convenzione di Istanbul è stata quasi unanime – che giungono delle notizie allarmanti: secondo quanto dichiarato dai rispettivi governi, Polonia e Turchia starebbero valutando la possibilità di ritirarsi dalla Convenzione.

E non si tratta di casi isolati. Nel maggio 2020, il governo ungherese ha rifiutato di ratificare la Convenzione, etichettando la sua definizione di genere come “socialmente costruita”[11]; anche la Corte Costituzionale bulgara, già nel 2018, aveva ritenuto che la Convenzione non fosse compatibile con la sua legislazione nazionale con riferimento alla definizione di “genere” in essa contenuta, giustificando in tal modo la mancata ratifica[12].

In Polonia, ma anche fuori dai confini del paese, molte sono state le manifestazioni di protesta a seguito dell’annuncio del governo di volersi ritirare dalla Convenzione, spesso descritta dai politici conservatori come un pericolo per la famiglia tradizionale[13]. Amnesty International ha riferito che la spinta a ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul dimostrerebbe il «profondo disprezzo per i diritti delle donne, delle ragazze e delle persone LGBT» del partito al potere e dei suoi sostenitori[14].

Anche la Turchia, ed in particolare il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) del Presidente Erdogan, sta spingendo per il ritiro del paese dalla Convenzione di Istanbul, nonostante le numerose manifestazioni contro la violenza domestica – intensificatesi dopo l’omicidio di Pinar Gultekin, studentessa uccisa dal suo ex-fidanzato a luglio – ed il significativo aumento dei femminicidi negli ultimi anni, che dimostrano quanto il tema rappresenti una vera e propria piaga per il paese[15].

La necessità di cambiare il paradigma culturale

Purtroppo, la violenza di genere è un fenomeno ancora in larga parte sommerso, la cui raccolta di dati e statistiche non sempre è effettuata in modo regolare e sistemico.

Come evidenziato nel già citato Rapporto GREVIO, è cruciale continuare a rafforzare le azioni preventive e di sensibilizzazione nel sistema educativo e nei contesti lavorativi, elaborando anche delle azioni proattive ed incisive in grado di promuovere dei cambiamenti culturali che portino a risultati tangibili.

L’European Institute for Gender Equality (EIGE), pur rilevando come la pandemia abbia messo in luce l’impreparazione e l’incompletezza dei sistemi di prevenzione e sostegno, si chiede se non abbia anche insegnato qualcosa in più: la creatività e l’adattabilità rimangono fondamentali, e numerose sono state le iniziative dei governi che hanno costituito delle reti multistakeholders composte anche da strutture sanitarie ed aziende per la creazione di dispositivi digitali volti a facilitare la denuncia e a fornire strumenti sempre nuovi a chi fugge dalla violenza[16].  

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. È importante continuare a sottolineare la necessità di promuovere campagne di sensibilizzazione che favoriscano una vera e propria rivoluzione culturale: l’educazione e la formazione hanno, infatti, un ruolo cruciale e devono porre una crescente attenzione al linguaggio, spesso frutto di retaggi culturali e primo veicolo di pregiudizi radicati.

[1] https://www.istat.it/it/archivio/242841
[2] http://www.senato.it/Leg18/20301 Doc XXII bis n°1
[3] http://www.senato.it/Leg18/20301 Doc XXII bis n°2
[4] Ibidem
[5] https://www4.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-contesto/politiche
[6]https://www.ilmessaggero.it/mind_the_gap/violenza_case_donne_consiglio_europa_italia_denunce_proscioglimenti-5499510.html
[7] https://rm.coe.int/09000016809fa8d5     / https://search.coe.int/cm/Pages/result_details.aspx?ObjectID=09000016809f8753
[8] https://www.coe.int/en/web/istanbul-convention/-/grevio-pubishes-its-report-on-italy / file:///C:/Users/User/Downloads/Grevio-revisione-last-08-06-2020.pdf
[9] https://www.aic.gov.au/publications/sb/sb28
[10] https://www.un.org/en/coronavirus/un-supporting-%E2%80%98trapped%E2%80%99-domestic-violence-victims-during-covid-19-pandemic
[11] https://www.theguardian.com/world/2020/may/05/hungarys-parliament-blocks-domestic-violence-treaty  https://hungarytoday.hu/kdnp-hungary-istanbul-convention/
[12] https://balkaninsight.com/2018/07/27/bulgaria-s-constitutional-court-says-istanbul-convention-not-in-line-with-basic-law-07-27-2018/
[13] https://www.bbc.com/news/world-europe-53538205  / https://www.lemonde.fr/international/article/2020/07/25/la-pologne-veut-se-retirer-du-traite-europeen-sur-les-violences-faites-aux-femmes_6047286_3210.html
[14] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/07/while-tackling-covid-19-europe-is-being-stalked-by-a-shadow-pandemic-domestic-violence/
[15] https://www.aljazeera.com/news/2020/07/22/protests-in-turkey-over-brutal-murder-of-young-woman/  / https://edition.cnn.com/2020/08/05/europe/turkey-gender-protests-istanbul-convention-intl/index.html
[16] https://eige.europa.eu/news/covid-19-and-gender-based-violence-has-pandemic-taught-us-anything

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