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Il vino alla prova del clima: tra caldo, siccità e alluvioni

di
redazione

Il cambiamento climatico sta avendo un impatto profondo su molti settori agricoli, e la viticoltura non fa eccezione. Infatti, la coltivazione dell’uva, essenziale per la produzione di vino, è particolarmente sensibile alle variazioni climatiche.

I mutamenti in atto stanno già influenzando negativamente la qualità e la quantità del vino prodotto in diverse regioni del mondo. Il suo ciclo di crescita è strettamente legato a temperature specifiche, alla disponibilità di acqua e al regime di luce solare. Anche lievi modifiche di questi fattori possono avere effetti significativi sulla qualità delle uve e, di conseguenza, sul vino che esse producono.

 

Viticoltura sotto stress: l’impatto degli eventi climatici estremi

Nel 2023, eventi climatici estremi hanno colpito ampie zone del Pianeta. Secondo l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV), grandine, gelate improvvise e forte siccità hanno danneggiato la produzione di vino a livello mondiale del 10%. Le zone più colpite sono state: Italia, Spagna, Australia, Argentina, Cile, Brasile e Sud Africa, con crolli tra il 10 e il 30%. Si tratta del risultato più basso dal 1961.

Negli ultimi dieci anni, il numero di manifestazioni atmosferiche violente si è quadruplicato, compromettendo i raccolti. Nel 2024, la siccità che ha colpito le regioni italiane del Centro e del Sud ha creato notevoli disagi e danni al settore agricolo, così come gli allagamenti e il maltempo che hanno caratterizzato le regioni del Nord, hanno interferito con la fuoriuscita dei raccolti, con forti perdite in termini economici.

 

La viticoltura in Italia: tra siccità al Sud e alluvioni al Nord

Secondo dati pubblicati dal WWF, nel 2023, la vendemmia e quindi il settore del vino, ha subìto un calo del 12% rispetto all’anno precedente, soprattutto a causa dell’incremento del 70% delle piogge nelle giornate più importanti per i trattamenti contro le fitopatie[1]. Questo ha reso la vendemmia più “povera” al Centro e al Sud, con flessioni medie rispettivamente del 20% e del 30%. Un livello produttivo che non permetterebbe all’Italia di mantenere il tradizionale primato mondiale.

Nel 2024, la situazione sembra leggermente migliorata, con una ripresa per la vendemmia del +7% rispetto al 2023. Tuttavia, sebbene il raccolto del 2024 sia stato migliore rispetto a quello del 2023, è comunque inferiore se confrontato con quello degli anni precedenti.

A livello nazionale, i dati del CNR-IBE fanno emergere che al Sud è evidente una forte siccità che impatta sul 29% della superficie agricola di 5 regioni: Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Sicilia e Calabria sono le regioni più colpite, con picchi rispettivamente del 69% e 47%.

 

L’aumento delle temperature sta trasformando la coltivazione dell’uva

Oltre alla siccità, l’aumento delle temperature di 1,95° Celsius in più rispetto alla media degli ultimi 30 anni, ha ulteriormente danneggiato le regioni del nostro Meridione, contribuendo anche all’inaridimento delle falde acquifere e del suolo.

Soprattutto nel Sud Italia, la coltivazione dell’uva si sta spostando e salendo sempre di più in altitudine. I vigneti nel nostro Paese si stanno trasferendo ad altitudini di 700, 800, 900 e 1.000 metri, nell’obiettivo di trovare un clima e un terreno migliore per la coltivazione. Tuttavia, lo spostamento delle vigne andrebbe effettuato con criterio, analizzando soprattutto il nuovo terreno, gli ecosistemi locali e il clima; se spostate con un approccio poco adattivo con il territorio di accoglienza, quest’ultimo verrà sfruttato eccessivamente, provocando una perdita della biodiversità ed un deperimento degli ecosistemi locali, i quali impatteranno a loro volta sul cambiamento climatico.

Se il Centro e il Sud soffrono per siccità e scarsità di acqua, nelle regioni del Nord sono le continue alluvioni e le incessanti precipitazioni a compromettere i raccolti. Le continue piogge dei mesi estivi hanno reso i campi inaccessibili ai trattori per le lavorazioni, ritardando la semina e impedendo la raccolta del primo taglio di fieno, con ripercussioni anche sul settore zootecnico.

L’aumento delle temperature invernali influisce negativamente sul settore agricolo. Infatti, le piante non riescono a “captare” il segnale necessario per far nascere un nuovo ciclo vegetativo.

 

Il futuro del vino: le cultivar

Nel 2020, la rivista scientifica PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) ha pubblicato uno studio riguardo l’impatto della crisi climatica sul settore vinicolo.

È emerso che, se la temperatura globale dovesse aumentare di 2° Celsius, si perderebbero il 56% delle zone utilizzate per la produzione di vino. Se, invece, dovesse aumentare di altri 4°, si perderebbe l’85% di terreno attualmente coltivabile. La soluzione sarebbe quella di coltivare diverse tipologie di uva, che nel gergo vengono denominate “cultivar”: questo processo aumenterebbe la biodiversità di viti, aiutando a mantenere le attuali zone di coltivazione.

Cambiando le varietà di uva, con un aumento delle temperature di 2°, la perdita totale scenderebbe dal 56% al 24%; in uno scenario di innalzamento delle temperature di 4°, la perdita di terreno diminuirebbe dall’85% al 58%.

 

Le cultivar andrebbero scelte in base al nuovo ambiente di coltivazione

Nelle regioni del Sud dovrebbero essere selezionate viti più resistenti alla siccità e alle alte temperature, mentre nel Nord si dovrebbero privilegiare viti che riescano a sopravvivere di fronte ad un forte stress idrico.

Tuttavia, un eventuale cambiamento delle cultivar condizionerebbe tutta la produzione di vino. Infatti, la scelta di una cultivar rispetto ad un’altra, viene fatta non solo sulla base delle sue caratteristiche distintive – come la resistenza alle malattie e la produttività – ma anche per le sue qualità organolettiche. Ogni cultivar può avere un profilo sensoriale unico, che influenzerà le caratteristiche del vino, come il sapore, l’aroma e la struttura.

Ad esempio, il Cabernet Sauvignon, lo Chardonnay o il Sangiovese sono tutti esempi di cultivar di vite, ciascuna con le proprie caratteristiche peculiari, che influenzano direttamente il tipo di vino prodotto. In altre parole, la cultivar nel settore vinicolo rappresenta una varietà di vite con tratti distintivi che determinano, in larga misura, le caratteristiche del vino finale. Ma, scegliere di cambiare vite potrebbe condizionare o modificare la riuscita del vino finale, incidendo in tal modo anche sul settore economico e finanziario del Paese.

 

La crisi del vino italiano

Secondo il Report Ismea Situazione congiunturale del settore vino in Italia nel 2024 ed esigenze rispetto alle traiettorie future, il comparto italiano del vino dopo aver mantenuto, per quattro anni consecutivi, livelli di produzione in linea con la media degli ultimi vent’anni, ha visto il volume del 2023 scendere al livello più basso dal 1961.

Per il 2024, le stime di inizio autunno di Ismea, Uiv e Assoenologi, avevano indicato volumi pari a 41 milioni di ettolitri (+7%) che, comunque, restano molto lontani dai 47 milioni di ettolitri, raggiunti come media degli ultimi 5 anni.

Il cambiamento climatico rappresenta oggi una delle principali sfide per la viticoltura, incidendo profondamente su rese, qualità e sostenibilità della produzione. Tra siccità, eventi estremi e aumento delle temperature, il settore è chiamato ad adattarsi attraverso scelte agronomiche più consapevoli, tutela della biodiversità e strategie di lungo periodo, fondamentali per preservare il valore economico, culturale e ambientale del vino italiano.

 

[1] Le fitopatie sono malattie che colpiscono le piante, causate principalmente da agenti patogeni come funghi, batteri, virus, nematodi o parassiti.

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