L’epidemia e la paura della morte, come poeti e scrittori hanno raccontato il contagio

Come è stata raccontata l’epidemia in letteratura, nei secoli e fino ai nostri giorni? Vi sono in queste opere degli elementi ricorrenti, delle similitudini con le realtà che il mondo oggi sta vivendo, alla luce dell’esplosione della pandemia del Covid-19, meglio conosciuto con il nome di Coronavirus? Esiste un modo di essere degli uomini al cospetto delle paure, delle trasformazioni e dei contagi che una epidemia porta con sé? In che modo poeti, scrittori, romanzieri, storici, hanno raccontato di questa esperienza che, in varie epoche, ha interessato il pianeta e che non ha solo carattere sanitario ma che investe la politica, l’economia, la psicologia, il potere, la democrazia, le relazioni tra le persone, il modo di vivere, il senso della vita e della morte?
Una guida non ragionata e in ordine non cronologico delle opere, che hanno avuto come tema o come pretesto narrativo o solo come cornice l’epidemia, ci porta a considerare in prima analisi, per il suo significato e per le sue varie implicazioni, il romanzo di Albert Camus La Peste, pubblicato nel 1947. L’Autore – premio Nobel nel 1957 ‒ ci racconta una peste immaginaria, per voce del protagonista Bernard Rieux, un medico francese alle prese, nella città algerina di Orano, con il flagello di un male che si propaga e che viene descritto come metafora esistenziale e universale e che viene contrastato tra lo scetticismo, le meschinità, l’incredulità di chi vuole negare la realtà dei morti e del dolore. «Bisogna sorvegliarsi senza tregua per non essere spinti, in un minuto di distrazione, a respirare sulla faccia di un altro e a trasmettergli il contagio. Il microbo, è cosa naturale. Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile (…) Tutti appaiono stanchi: tutti, oggi, si trovano un po’ appestati. Ma per questo alcuni che vogliono finire di esserlo, conoscono un culmine di stanchezza, di cui niente li libererà, se non la morte».

Un’altra tappa obbligata in questa bibliografia essenziale della peste è il romanzo Cecità del premio Nobel per la letteratura, Josè Saramago, uscito nel 1995 (titolo esatto Saggio sulla cecità) che tratta di una forma di cecità che si propaga nel paese senza una precisa ragione medico-scientifica, innescando una guerra per la sopravvivenza, tra gruppi di non vedenti, per la supremazia, con le storture e gli abusi del potere e la totale assenza di solidarietà. Una cecità che, per Saramago, appartiene spesso anche a chi ci vede: «(…) secondo me, non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono».

In questa breve lista di opere letterarie che hanno per tema la peste non può mancare di certo Alessandro Manzoni che, sia ne I Promessi Sposi sia nel saggio storico Storia della colonna infame narra della peste che colpì Milano nel 1630: essa si affaccia nella storia dell’umanità con tutta la furia della morte e della malattia che colpisce gli uomini nel fisico e nell’anima. «La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrare con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia» (cap. XXXI de I Promessi Sposi).

Ma il racconto delle epidemie affonda le sue origini nell’antichità: lo storico greco Tucidide, nel Libro II de La Guerra del Peloponneso descrive gli effetti devastanti e orribili ‒ sulla salute e sulla vita morale dei cittadini ‒ della peste nera che colpì Atene nel 430 a.C «(…) i santuari in cui si erano accampati erano pieni di cadaveri, la gente moriva sul posto, poiché nell’infuriare dell’epidemia gli uomini, non sapendo che ne sarebbe stato di loro, divennero indifferenti alle leggi sacre come pure a quelle profane (…) ci si credeva in diritto di abbandonarsi a rapidi piaceri, volti alla soddisfazione dei sensi, ritenendo un bene effimero sia il proprio corpo sia il proprio danaro».

Anche Lucrezio nel De Rerum Natura racconta, nel definire la peste di Atene nel 430 a.C, il dolore e la sofferenza dei malati ma anche la decadenza dei costumi e la rottura del patto sociale che lega i cittadini allo Stato e alle leggi. «molti caddero a capofitto nelle acque di pozzi profondi, mentre accorrevano protendendo la bocca spalancata (…) e il male non dava requie: i corpi giacevano stremati. La medicina balbettava in un muto sgomento, mentre quelli tante volte rotavano gli occhi spalancati, ardenti per la malattia, privi di sonno».

Nella tragedia Edipo Re, Sofocle descrive la pestilenza che colpì i cittadini di Tebe che implorarono l’aiuto del Re Edipo per bloccare una malattia che viene rappresentata come una punizione divina per l’assassinio del re Laio.

Un’altra opera che non può mancare in questa lista che ha per tema la peste, i contagi e le epidemie nel corso dei secoli è il Decamerone di Giovanni Boccaccio, opera nella quale la peste non rappresenta il tema della narrazione ma la sua cornice: dieci giovani si isolano in campagna e si raccontano dieci storie al giorno, una ciascuno. Sono novelle divertenti, tragiche, d’amore, di scontri. In Boccaccio, la peste è il male che mette in discussione legami, ordine sociale, gerarchie, priorità, portando le persone a trascurare la cura dei malati «era con sì fatto spavento questa tribolazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello abbandonava il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e – che maggior cosa è e quasi non credibile ‒ li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano».

Nel suo capolavoro La città dolente (titolo originale Letters from a Mourning city), scritto durante l’epidemia di colera che colpì Napoli nel 1884, lo svedese Axel Munthe, in prima linea tra i vicoli della città come medico, tratteggia la grandezza e la nobiltà dei poveri di Napoli, il loro eroismo e la solidarietà.
Ma esistono dei temi ricorrenti nelle opere che hanno narrato della peste e delle epidemie? Sicuramente sì: oltre al tema della paura della morte attraverso il contagio, la considerazione dell’altro come nemico e come untore, il tema dell’isolamento, le ipotesi di futuro, i ritmi della normalità e le consuetudini che vengono sconvolti, le forme di solidarietà possibili, le ricadute economiche e sociali, la ricchezza messa in discussione e le povertà che crescono, il pericolo, l’atmosfera di una guerra con tutte le sue precarietà, e ancora il ritratto dell’animo umano di fronte all’imprevisto, i comportamenti emotivi e irrazionali delle masse, dominate dalla paura del contagio, la ricerca di un capro espiatorio, il complottismo, la caccia alle streghe e agli untori.
Jack London, ne La peste scarlatta – breve romanzo pubblicato sulla rivista The London Magazine – immagina, ad esempio, che la civiltà moderna scompaia a causa di un morbo che non risparmia nessuno rendendo il corpo di colore rosso, riportando la civiltà ai primordi, in una guerra di tutti contro tutti, tra crudeltà e orrori.

E Jorge Amado, scrittore brasiliano, nel suo romanzo del 1972 Teresa Batista stanca di guerra, ci racconta invece della protagonista, la bellissima mulatta Teresa, costretta alla prostituzione dalla estrema povertà, che non ci pensa un attimo a dedicarsi ai malati da vaiolo nero, rischiando la morte pur di curarli e di assisterli, in un percorso di redenzione e di riscatto. Non possono non essere citati, in questo lungo catalogo degli scrittori sul tema della peste e delle epidemie, Daniel Defoe, Mary Shelley, Edgar Allan Poe, Philip Roth, Thomas Mann, Geraldine Brooks.

Daniel Defoe, autore di Robinson Crusoe, nel suo La peste di Londra, scritto nel 1772, ci fa un resoconto per certi versi giornalistico nei panni di un sellaio che osserva, in una città devastata dalla disperazione per la peste del 1665: «la peste sfidava ogni medicina, gli stessi medici che se ne occupavano e gli uomini che prescrivevano agli altri cosa fare cadevano morti, distrutti proprio dal nemico che dicevano agli altri di combattere».

La scrittrice e saggista britannica Mary Shelley, creatrice di Frankenstein, nel suo romanzo che anticipa la fantascienza che verrà, dal titolo L’ultimo uomo, scritto nel 1826, prefigura la fine del mondo e dell’umanità per il diffondersi della peste. Edgar Allan Poe, profeta del mistero e dei racconti del terrore, poteva mai mancare in questa lista? Sono due i suoi racconti che trattano della peste, La mascherata della morte rossa e Il re peste, tra realtà e finzione, tra mistero e grottesco.

Philip Roth, uno tra i maggiori scrittori del secolo, tratta il tema del contagio e dell’epidemia nel libro Nemesi (2011), descrivendo la diffusione del virus della poliomelite a Newark nel New Jersey, con la morte di bambini, e il dilemma sull’esistenza di Dio, della innocenza dei piccoli destinati alla morte e dell’impotenza dell’uomo sull’atroce e ineluttabile destino.

Lo scrittore tedesco Thomas Mann, in Morte a Venezia tratta del tema della malattia, del contagio e dell’epidemia. Nel primo e tra i suoi più famosi romanzi, il Nobel per la Letteratura (1929) narra del sentimento d’amore del vecchio Martin von Aushenbach per il fanciullo Tadzio, nella splendida cornice della città della laguna trafitta da una epidemia di colera, nel contesto maledetto, tragico e decadente di una Venezia che appare predestinata.

Il testo Spillover scritto dallo statunitense David Quammen nel 2012, infine, ci appare oggi profetico perché narra del salto di specie degli agenti patogeni dagli animali alla specie umana e per le sue tesi appare oggi lettura irrinunciabile per capire l’evoluzione delle pandemie e dei virus. Un thriller della paura da contagio in un contesto come quello attuale in cui nessuno scenario può essere escluso, avvinghiati gli uni agli altri come oggi siamo, interconnessi, pienamente globalizzati e quindi uniti da un comune destino.

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