Intervista

Magistrato internato in manicomio. “Vi racconto cos’è la follia”

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Toccare con mano la follia, confondersi tra i “matti” assumendo le loro sembianze, sprofondare nel buco nero di un sistema che per troppo tempo ha calpestato la dignità di chi si discostava dalla cosiddetta “normalità”. Magistrato e scrittore, Nicola Graziano, giudice delegato ai fallimenti del Tribunale di Napoli, è autore di due libri che hanno la “follia” come filo conduttore: Matricola Zero Zero Uno, edito da Giapeto Editore, un vero e proprio caso letterario che ha suscitato grande curiosità e interesse. Ma nel 2015 era già uscito Un’odissea partigiana. Dalla Resistenza al manicomio che, attraverso documenti poco conosciuti, racconta l’internamento in manicomio di molti ex partigiani.
Come giudice fallimentare, Graziano ha conseguito il salvataggio di Edenlandia, storico parco giochi di Napoli, e del giardino zoologico della stessa città.

Dottor Graziano, cinque anni fa, per raccontare la malattia mentale, grazie ad un permesso del Ministero della Giustizia, si è fatto internare dietro le sbarre dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, e con la matricola zero zero uno, è rimasto lì per tre giorni. Questa esperienza incredibile è stata raccontata in un libro. Di lì a poco, gli ospedali psichiatrici sarebbero stati chiusi e i “matti” trasferiti nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (R.E.M.S.). Qual è il legame tra la sua vita e la sua professione di magistrato e questa esigenza di raccontare quello che c’è nei meandri più profondi della mente umana?
Credo che avere la fortuna di essere un magistrato debba essere un’occasione di vita per poter dimostrare che, oltre la toga, c’è anche la possibilità di osservare la società, e quindi di essere un esempio, a partire proprio dalle esperienze. Quando si è “esempio”, si possono, anzi si devono, manifestare idee, comunicare le emozioni che si vivono, perché il magistrato è prima di tutto un uomo. Io mi sono sempre definito, ed ho cercato di essere, un magistrato socialmente impegnato.

Cosa è cambiato da quell’ottobre del 2014 nella cura delle malattie mentali?
Gli Opg sono stati finalmente chiusi, lo Stato ha vinto questa battaglia superando un approccio atroce e incivile nei confronti della malattia mentale. Sono nate quindi le strutture R.E.M.S. in tutta Italia, ovviamente con tutte le difficoltà che un nuovo progetto così complesso può incontrare ma dal quale, finalmente, scaturisce l’idea della riforma; ovvero la nascita di strutture che possano essere più vicine, dal punto di vista sanitario, all’esigenza della riabilitazione piuttosto che alla forza delle sbarre e della divisa. È una grande battaglia di civiltà, da cui nessuno deve recedere, nonostante ci siano alcuni tentativi di rivedere il progetto.

Ha avuto modo di visitare qualche struttura R.E.M.S.?
Sono stato a Mondragone, in visita nella struttura gestita da Giuseppe Ortano, molto all’avanguardia, dove si stanno concretizzando i princìpi della riforma.

Permangono comunque delle criticità?
Che il vento cambi dipende da noi. Mai demoralizzarsi davanti alle criticità. La direzione giusta è quella di tutelare la dignità del malato di mente.

Dottor Graziano, che cosa è, secondo lei, la follia?
L’ho scritto nel libro: ho trasformato la follia in un personaggio con il quale ho aperto un dibattito e una riflessione. Quando entro nell’ospedale, “la follia” mi chiede chi mai sia stato a farmi entrare; quando esco, le sue parole sono taglienti: «Io ci sarò sempre, fino a quando il malato di mente non è una persona ma un numero, fino a quando ci sarà il pregiudizio verso la malattia mentale, fino a quando non si capirà che i “pazzi” non sono fenomeni da baraccone ma essere umani». Dunque, la follia è il pregiudizio, la paura che si autoalimenta, il mancato rispetto dei limiti umani. Quando sono arrivato in ospedale, avevo i capelli incolti e la barba lunga, ero sporco e trasandato e con queste caratteristiche non mi è stato difficile passare per pazzo. Insomma, avevo lo “stigma”, la sembianza che porta a questa classificazione.

Che cosa l’ha colpita di più di questa esperienza?
Quello che mi ha colpito profondamente è il grande desiderio di amare e di essere amati delle persone internate, il loro vuoto di affetto clamoroso. In sostanza, se lei mi chiedesse “cos’è questo libro?”, risponderei che lo considero una grande dichiarazione d’amore per la debolezza umana. Il mio è stato un viaggio interiore, non c’è nulla di scandalistico nonostante il tema così scottante. Un racconto dove è stato possibile mettere insieme e accostare le mie parole alle immagini del fotografo Nicola Baldieri, che mi ha accompagnato.

Qual è la sua prossima missione?
Anche a nome dell’Eurispes, sto portando avanti un progetto entusiasmante per le scuole della mia regione, la Campania. In due anni, ho incontrato circa 20mila ragazzi per comunicare i valori fondamentali della dignità dell’uomo, il rispetto dei doveri e la tutela dei diritti. Un’esperienza che ha ispirato il mio nuovo libro, che uscirà a breve, Parola di libertà. Percorsi di educazione civica, edito da Rogiosi, editore napoletano molto coraggioso. Il libro include anche il mio saggio sulla giustizia “Un popolo in cammino”, pubblicato nel 29esimo Rapporto Italia come incipit del dualismo “Giustizia/Ingiustizia”.

A proposito di educazione civica: su questo magazine abbiamo aperto un dibattito sulla reintroduzione dell’educazione civica tra le materie scolastiche. Secondo un’indagine Eurispes del 2018, il 67,8% degli italiani sarebbe favorevole, mentre i contrari rappresentano una minoranza del 32,2%. Lei cosa ne pensa? Gli studenti italiani conoscono la Costituzione e le Istituzioni?
Secondo la mia esperienza, i ragazzi si avvicinano all’educazione civica attraverso l’elaborazione di progetti scolastici che affrontano temi come quelli della legalità, dell’ambiente, dei rifiuti, della criminalità, della libertà e dell’uguaglianza. E su questi argomenti i ragazzi mostrano di essere consapevoli. In sostanza, il sistema scolastico non si focalizza sull’insegnamento degli organi istituzionali e sul loro funzionamento, bensì sui diritti fondamentali espressi dalla nostra Costituzione.

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