Politica

Qualipatia: le classi dirigenti sono le prime ad essere “malate”

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Se le parole fanno “rumore”, per dirla utilizzando il titolo dell’ultimo saggio di Vittorino Andreoli, (Il rumore delle parole, ed. Rizzoli), qualipatia, neologismo coniato da Gian Maria Fara e posto al centro dell’analisi dell’ultimo Rapporto Italia, assume la tonalità di un autentico boato. Si tratta di una patologia che si aggiunge ai tanti mali, più o meno noti, che affliggono il Belpaese. Diagnosi e sintomatologia sono state illustrate da Gian Maria Fara, nel corso della presentazione che si è svolta lo scorso 31 gennaio presso l’Aula Magna della Sapienza Università di Roma, tra gli atenei più antichi d’Europa. «Siamo affetti – ha detto il Presidente dell’Eurispes – dalla sindrome del rifiuto per tutto ciò che richiama la qualità. Un fenomeno singolare che viene da lontano, ma che oggi ha assunto i contorni della deriva strutturale». Una denuncia senza appello che ha trovato un’eco corrispondente presso un’altra antica istituzione accademica: l’Ateneo padovano. La cittadina veneta proprio in questi giorni si sta interrogando sulla crisi della democrazia e sul declino delle classi dirigenti a seguito di un intenso seminario promosso dall’Associazione “PadovaLegge”, che ha messo a confronto un think tank di studiosi, manager, ricercatori, uomini delle Istituzioni. Non è difficile individuare il filo rosso che lega questi due fatti culturali: un Paese che ha, infatti, letteralmente “paura” della qualità, non è nelle condizioni di esprimere élite adeguate per governare la «complessità entro cui siamo immersi».

Lo scenario che si apre è inquietante: come descritto con dovizia di dati da Irene Tinagli nel suo La grande ignoranza (ed. Rizzoli), non eravamo mai scesi così in basso: l’attuale classe al potere, dati alla mano, è la meno attrezzata culturalmente dal dopoguerra ad oggi. «Non possiamo stupirci – è l’analisi di Fabio Pinelli, avvocato penalista e presidente di PadovaLegge – la qualipatia denunciata da Fara, la mortificazione del diritto allo studio e la scarsa preparazione di chi ha in mano la Governance politica, sono facce della stessa medaglia. Come si fa a parlare di qualità della democrazia quando siamo il penultimo paese in Europa per percentuale di laureati (solo la Romania riesce a fare peggio di noi, n.d.r.), mentre non facciamo nulla per rimuovere quegli ostacoli sociali ed economici che dovrebbero permettere a tutti, come prescritto dal dettato costituzionale, di accedere agli studi con pari opportunità? Come se non bastasse, i luoghi della formazione tradizionale, che hanno costituito la spina dorsale nella costruzione della leadership e dei profili della dirigenza pubblica, stanno perdendo sempre più ruolo e funzione. Occorre ripensarli a partire proprio dall’Università che deve diventare un asset strategico per la costruzione di cittadini consapevoli, dalla mente aperta, animati da una visione alta del bene comune e dal senso del progetto».

Un male, si badi bene, quello dell’incompetenza dilagante che ha portato fino allo scriteriato elogio della stupidità, non solo italiano. Lo dimostra l’allarme lanciato neanche un anno fa da Tom Nichols docente allo U.S. Naval War College e alla Harvard Extention School, che ne La conoscenza e i suoi nemici (saggio pubblicato negli Stati Uniti, tradotto in Italia dalla Luiss University Press e ben presto divenuto un best seller, n.d.r.) ha sollevato una domanda destinata a segnare quest’epoca densa di mutazioni: siamo alla fine della competenza? Colti da un misto di preoccupazione e imbarazzo, verrebbe da rispondere positivamente; i numeri, infatti, sono impietosi: parlamentari, ministri e governi annoverano una bassissima percentuale di laureati, cosa che, per quanto ci riguarda, non avveniva neanche alle origini della Repubblica. Negli anni Cinquanta, infatti, in un Paese in cui il tasso medio di istruzione era, come è noto, molto basso, chi occupava gli scranni dell’Aula parlamentare aveva le carte molto più in regola rispetto a quanto avviene ai nostri giorni.
La contraddizione che viviamo è drammaticamente palese. La società dell’informazione dovrebbe, infatti, celebrare il sapere, quale molla e combustibile essenziale per far andare avanti il mondo; eppure, a forza di ripetere che “uno vale uno”, stiamo trasformando la Rete, da strumento eccezionale di innovazione e di partecipazione a meccanismo di pericolosa semplificazione, che porta a una “narcosi dello schermo” come efficacemente denunciato dalla filosofa Donatella Di Cesare (Sulla vocazione politica della filosofia, ed. Bollati Boringhieri). L’individuo è spinto sul baratro dell’ottundimento di ogni autonomia di pensiero, «(…) abbiamo bandito ogni forma di alterità, negato l’altro, per cui ogni spazio della riflessione è ingoiato in una sorta di immanenza satura». Il risultato è che di questo passo “nessuno varrà niente”, con conseguenze facilmente immaginabili.

Sarà necessario porre un argine e invertire il trend di quella che Fabio Pinelli definisce “la democrazia delle scorciatoie”. «Prima – precisa il giurista – dobbiamo uscire da un equivoco di fondo, il processo di disintermediazione in atto ha fatto pensare che tutti possono intervenire su tutto. Ricordiamoci però che per operare al cuore ci vuole un bravo cardiochirurgo, a maggior ragione per occuparsi della cosa pubblica nel tempo della connettività e dell’interdipendenza tra reti e sistemi, non si dovrebbe fare a meno di seguire un cursus honorum idoneo. Oggi sta avvenendo un fatto inquietante: chi vuole mettere al centro la competenza viene espulso dalla società, con il risultato che si genera una selezione avversa che ostracizza le migliori intelligenze». Il meccanismo assurdo di questo strano “ostracismo” che tende a escludere i migliori dal dibattito pubblico troverebbe parziale giustificazione nel presupposto astratto che gli esponenti di una certa intellighenzia tendono, per loro natura, a costituirsi in oligarchia, assumendo il profilo della tanto odiata “casta”, nuovo demone osteggiato dal forte partito populista, che con diverse sembianze risulta dominante da una parte all’altra del Pianeta.

Uscire da quest’equivoco sarebbe importante e vitale per le nostre democrazie “malate” anche se non è certo cosa facile. «Nel Paese del “Ni” – ha aggiunto Gian Maria Fara ricorrendo a un’immagine, da egli stesso pensata e di sicuro effetto – siamo perennemente indecisi, incapaci di assumere posizioni nette, navighiamo sotto costa, ingolfati da un’ancestrale scarsa propensione ad esporci. Non c’è da stupirsi se anche il Governo è il risultato di un compromesso nazional-sovranista, con tutto il portato che ne segue, tra annunci e smentite, posizioni e sovrapposizioni, accelerazioni e improvvise frenate». Questa ulteriore sfaccettatura, richiamata con l’acume del sociologo abituato a sviscerare la struttura profonda del nostro tratto antropologico, è un’altra forma di patologia, che ha in particolare a che fare con la necessità di superare le perversioni della “democrazia immediata”.

Luciano Violante, introducendo il seminario padovano, ha illustrato molto bene le contraddizioni che si addensano sul nuovo orizzonte di quella che il politologo Marc Lazar ha definito “popolocrazia”, fenomeno che va collocato in un più generale “cambiamento d’epoca”. «Tra cerchi magici virtuali, ciambellani elettronici e leader carismatici che cercano una legittimazione verticale direttamente con il popolo svilendo il valore della rappresentanza, la funzione dei partititi e dei corpi intermedi è messa sotto scacco. Per invertire la rotta occorrerà lavorare per riaffermare un’educazione alla democrazia». La ricetta proposta dal Presidente emerito della Camera è molto chiara: studiare, ascoltare, rispettare l’avversario, ricostruire legami. Bisognerebbe insomma fare quasi l’esatto contrario rispetto a quello cui l’opinione pubblica, non solo italiana, ma europea, sta assistendo. Altro che “democrazia del sorteggio”, le Istituzioni devono ritrovare il fondamento nella libertà e nell’esercizio del pensiero critico, magari condito dalla virtù della mitezza e della ponderatezza che sono ossigeno puro per uno Stato che possa definirsi autenticamente liberale, come ci ha insegnato Norberto Bobbio.

Una via d’uscita è ancora possibile. «Le generazioni più vecchie dovrebbero tener presente il mito di Enea stupendamente raffigurato nel marmo di Bernini, alla galleria Borghese. L’eroe – ha detto Violante, a conclusione della sua lectio – ha sulle spalle il padre che porta con sé i Lari, dà la mano al figlio che porta con sé il fuoco e si muove per costruire nuove città, visto che la sua è stata distrutta. Quelle generazioni dovrebbero avere l’intelligenza di non fermarsi a contemplare il passato, come l’angelo di Benjamin, ma con la saggezza del passato contribuire alla formazione dei giovani che devono costruire il futuro».
Memoria e futuro devono insomma camminare insieme per ridare slancio a una fiducia che, come evidenziato molto bene dai ricercatori del Rapporto Italia, sta rinascendo negli italiani che apprezzano le Forze dell’ordine, le Istituzioni, collocando su un giusto piedistallo la figura emblematica e carismatica del Presidente della Repubblica. Attenzione a non trascurare, dunque, questi segnali, seppur ancora timidi, di sicuro importanti, perché necessari a ricostruire il pavimento della civile convivenza, e il tessuto di classi dirigenti preparate, colte, responsabili, finalmente all’altezza delle sfide del mondo che verrà.

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