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Dog walker, tutor digitale, menu engineer: le nuove professioni italiane

di
Paolo Scacco

Smart working e nuove professioni, il marzo del 2020 ha rotto qualcosa che non si è più ricomposto nel modo in cui era. Il lockdown, la didattica a distanza, i turni da casa, le videochiamate che sostituivano riunioni, pranzi di lavoro, e aperitivi: tutto questo ha prodotto, nel giro di pochi mesi, una rimodulazione profonda del rapporto tra le persone e il loro tempo. Quando le porte di casa si sono riaperte, molti italiani si sono trovati con abitudini nuove, priorità ridisegnate e, soprattutto, un numero di ore libere diverso da prima. Non necessariamente maggiore, anzi: spesso più frammentato, più difficile da gestire. Il tempo liberato dallo spostamento mattutino verso l’ufficio non è diventato riposo, ma si è dissolto in commissioni, mansioni domestiche incompiute e attese. In questo vuoto ha proliferato qualcosa di inedito: una galassia di micro-professioni, servizi personali iperspecializzati e figure di supporto alla vita quotidiana che fino ad allora erano (con numeri molto esigui), appannaggio esclusivo di una fascia benestante.

Il tempo come moltiplicatore di bisogni

Dopo il picco della pandemia, nel 2023 i lavoratori da remoto in Italia erano 3,6 milioni ovvero il 541% in più rispetto al periodo pre-Covid, e, per il 2024 si stimavano 3,65 milioni di smart worker, secondo l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano. Ma lo smart working non è solo il tema di dove si lavora. È una questione di come si ridistribuisce la giornata. A differenza di altri modelli organizzativi, lo smart worker opera secondo una nuova concezione del tempo e dello spazio di lavoro, scegliendo con autonomia gli orari, utilizzando gli strumenti con flessibilità e selezionando i luoghi in base all’attività da svolgere. In pratica: la giornata si divide in slot. Si lavora dalle sette alle nove, si riprende nel pomeriggio, si partecipa a una call la sera. Il tempo intermedio non è più il “tempo di casa” che consente di fare la spesa, accompagnare i figli, sbrigare una pratica in banca. È tempo di attesa, spesso in prossimità del computer, mentalmente ancora al lavoro. La mancanza di tempo e la minore possibilità di contare sull’aiuto dei propri familiari hanno creato una grande richiesta di supporto esterno, un trend in crescita continua fin dal 2020. A questo si aggiunge la trasformazione demografica: le grandi famiglie si fanno sempre più rare, aumentano le famiglie unipersonali, e con l’aumento dell’età media nazionale cresce la quota di anziani soli. Bisogni nuovi richiedono risposte nuove.

Il menu delle professioni inedite

La risposta a questi bisogni ha preso la forma di un book professionale in espansione continua, che mescola servizi alla persona, competenze digitali e, in qualche caso, attività così specializzate da risultare sorprendenti.

Dog walker e pet sitter professionisti

Una delle figure più diffuse negli ultimi anni nelle città italiane è quella del dog walker. Non tutti i proprietari di cani possono essere presenti negli orari in cui l’animale necessita della passeggiata, o non lo sono sempre: da qui la richiesta di professionisti fidati che arrivino a casa, ritirino il cane e svolgano il servizio. Quello che fino a qualche anno fa era un piacere informale tra vicini o la prestazione occasionale di uno studente universitario si è trasformato in una professione strutturata, con gestione delle prenotazioni tramite app, tariffe orarie, assicurazioni e responsabilità legale. Il dog sitter, dal momento in cui riceve l’incarico, diventa responsabile dell’animale al pari del proprietario. Il settore – privo di una regolamentazione specifica – si colloca in quella zona grigia del lavoro autonomo che è diventata uno dei tratti caratteristici dell’economia dei servizi personali post-pandemica.

Personal shopper e consulenti d’immagine

Il personal shopper – figura molto diffusa nelle grandi città italiane come Roma, Milano e Torino – non si limita alla moda: si occupa di acquisti di ogni genere, dall’abbigliamento agli oggetti d’arredamento alla scelta di regali, accompagnando il cliente in negozi o effettuando acquisti per conto terzi. La pandemia ha accelerato la domanda in modo inatteso: chi ha smesso di frequentare negozi per mesi e ha perso dimestichezza con lo shopping fisico, al ritorno ha spesso preferito delegare. Questa figura si sovrappone, e a volte si confonde, con quella del consulente di immagine, che lavora sull’identità visiva del cliente nel senso più ampio.

Experience designer e menu engineer

Nei settori offline si sono fatti spazio lavori legati ai cambiamenti nelle abitudini sociali, culturali e produttive, con al centro due tratti comuni: l’alto livello di specializzazione e la personalizzazione dei servizi. È il caso degli experience designer, esperti nel creare esperienze su misura, sempre più richiesti in settori come viaggi, benessere e shopping. Accanto a loro, il menu engineer – specialista che ristruttura i menu dei ristoranti partendo dal food cost e dalla psicologia del consumatore – punta ad aumentare sia la percezione di qualità sia la redditività del locale.

Il responsabile dell’ascolto

Una delle professioni più rivelatrici della nuova economia è quella del cosiddetto “responsabile dell’ascolto”: un professionista incaricato di monitorare manualmente le conversazioni online su un brand – senza ausili software – per coglierne tendenze e tonalità emotive. Paradossalmente, in un’epoca di intelligenza artificiale, alcune aziende preferiscono affidare questa funzione a una persona fisica, proprio per cogliere sfumature che gli algoritmi faticano ancora a interpretare.

Le professioni più sorprendenti: il catalogo Fiscozen

Un’indagine condotta dalla tech company Fiscozen dopo l’entrata in vigore dei nuovi codici ATECO 2025 ha offerto una delle fotografie più chiare di questa metamorfosi. Tra le professioni più curiose emerse figurano l’addestratore di modelli di Intelligenza Artificiale, l’assaggiatore di cibo per cani, l’annusatore di prosciutti, l’experience designer, il ristoratore virtuale e persino il ricostruttore di scene del crimine. Alcune sembrano eccentriche al punto da sfiorare la satira. Ma dietro ciascuna vi è un mercato reale, una domanda pagante e, spesso, una partita IVA regolarmente aperta.

Il lavoro come servizio su misura: la nuova economia dell’essere pagati per

La terza dinamica strutturale – forse la più interessante e la meno esplorata – è quella che si potrebbe definire l’economia del fare per conto terzi. Non si tratta di produrre beni, né di offrire competenze tecniche elevate: si tratta di svolgere, dietro compenso, azioni che un tempo sarebbero state assorbite dalla rete familiare, dal vicinato o gestite direttamente dal diretto interessato. Il mercato ha scoperto che il tempo delle persone vale quanto, e spesso più, di ciò che si compra con quel tempo. Il principio è semplice ma rivoluzionario nella sua portata: qualcuno è disposto a pagare affinché qualcun altro si occupi di qualcosa che lui potrebbe fare da solo, ma che per ragioni di tempo, competenza o semplicemente di energia non riesce o non vuole fare. E la nicchia si apre esattamente lì, nell’incrocio virtuoso tra il bisogno del committente e la disponibilità del prestatore.

Il tutor digitale a pagamento per anziani

Uno dei mercati più vivaci e socialmente rilevanti è quello dell’assistenza digitale alle persone anziane o con scarsa dimestichezza tecnologica. Il fenomeno ha una dimensione che Eurispes ha quantificato con precisione nel suo report sulla trasformazione digitale (agosto 2025). Nel 2024, l’87,7% della popolazione italiana è connessa a Internet, ma oltre 7 milioni di cittadini sono completamente esclusi dalla Rete, soprattutto tra gli anziani, nelle zone periferiche, nelle aree interne e tra le famiglie a basso reddito. Il contesto demografico italiano è caratterizzato da un’età media di 47,9 anni, tra le più elevate in Europa, con una popolazione di over 65 che è quasi un quarto del totale: un dato che influisce direttamente sulla struttura della cittadinanza digitale, creando notevoli divari. In un Paese in cui l’accesso ai servizi sanitari, previdenziali e fiscali passa quasi interamente per il canale digitale, non saper usare uno smartphone equivale a non riuscire a prenotare una visita medica, a consultare la propria pensione sul sito INPS, o a rispondere a un avviso dell’Agenzia delle Entrate. A questo si aggiunge il dato rilevato da Eurispes nel Rapporto Italia 2025: i comportamenti di consumo delle famiglie italiane segnano una crescente rinuncia a servizi di sostegno familiare, con forti diseguaglianze territoriali e sociali che accentuano la distanza tra le aree più colpite dal disagio economico e quelle in cui il contenimento dei consumi è più rarefatto.

Il tutor digitale a domicilio si reca presso l’anziano per insegnare come scorrere i messaggi su WhatsApp, effettuare una videochiamata, interagire col portale del SSN

Da questo bisogno nasce una figura professionale che lavora in modo informale ma con un mercato concreto: il tutor digitale a domicilio. Su appuntamento e per un compenso orario si reca presso l’anziano per insegnare come scorrere i messaggi su WhatsApp, come effettuare una videochiamata, come prenotare un’analisi del sangue sul portale del Servizio Sanitario Nazionale, o come leggere una bolletta digitale. Il servizio è calibrato sulla persona: chi ha ottant’anni e problemi di vista ha bisogno di qualcuno che aumenti i caratteri sul display, che imposti le notifiche giuste, che semplifichi l’interfaccia. È una prestazione tecnica, relazionale e di cura insieme. Lo stesso schema si applica all’attivazione dello SPID, diventata una delle procedure più frequentemente delegate a terzi. Secondo il report Eurispes, la quasi totalità degli utenti italiani utilizza lo smartphone come dispositivo principale, ma questo modello riduce notevolmente la possibilità di partecipare a processi digitali più avanzati quali SPID o CIE. 

Personal shopper online

Una seconda figura emergente è quella di chi acquista online per conto terzi ottimizzando il prezzo. Il meccanismo sfrutta una competenza specifica: sapere dove trovare l’offerta migliore, come usare codici sconto, cashback, trova prezzi, outlet digitali e siti di aste. Chi non ha questa competenza – o semplicemente non ha tempo di acquisirla – paga qualcuno che ce l’ha. Il committente indica il prodotto e il budget, il prestatore si occupa dell’intero processo d’acquisto. È una forma evoluta di personal shopping interamente digitale, che vale tanto per beni fisici quanto per la prenotazione di servizi.

La resilienza sociale: il Paese spaccato in due

Tutto ciò descritto non rappresenta però un fenomeno uniforme sul territorio italiano. È, al contrario, uno dei rivelatori più nitidi di una frattura strutturale che Eurispes ha mappato con precisione nel suo studio sull’Indice dell’Esclusione (2025): il Sud e le Isole si confermano le aree in cui la distanza dal godimento dei diritti fondamentali è più intensa, con Calabria, Campania, Sicilia, Puglia e Basilicata nella fascia più alta di esclusione, mentre Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige si collocano nella fascia più bassa.

In Lombardia il 74% delle famiglie dispone di computer e connessione internet mentre la Calabria precipita al 54%

Sul versante digitale, il divario è ancora più marcato. Per le competenze digitali di base la media nazionale, già di per sé bassa al 45,9% contro una media europea del 55,6%, crolla al 32% in Calabria; Campania, Sicilia, Basilicata e Puglia sono tutte sotto il 40%. Anche la dotazione infrastrutturale racconta la stessa storia: in Lombardia il 74% delle famiglie dispone di computer e connessione internet mentre la Calabria precipita al 54%; e mentre in Veneto il 78,6% dei Comuni offre servizi per le famiglie interamente online, in Molise lo fa appena il 24%, con un divario di oltre 50 punti percentuali (Eurispes, Indice dell’Esclusione, 2025).

Il risultato è una mappa in cui l’economia delle nuove micro-professioni si sviluppa in maniera disomogenea

Il risultato è una mappa in cui l’economia delle nuove micro-professioni si sviluppa in maniera disomogenea. Secondo Eurispes, il south working potrebbe rappresentare un’opportunità per riattivare processi di sviluppo locale nel Mezzogiorno, ma il rischio è che si traduca in una semplice scelta individuale senza ricadute strutturali sul territorio. E mentre al Nord proliferano i tutor digitali a pagamento, al Sud le stesse funzioni restano assorbite da reti di prossimità che il mercato non riesce a sostituire.

Rimane aperta la questione delle tutele per smart working e nuove professioni: assenza di protezione previdenziale adeguata e instabilità reddituale 

Rimane aperta la questione delle tutele: la flessibilità che caratterizza queste micro-professioni è spesso accompagnata da assenza di protezione previdenziale adeguata, da instabilità reddituale e da un mercato che può contrarsi con la stessa rapidità con cui si è espanso. Il lavoro cambia, e l’Italia, prende nota.

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