In tutti i paesi Ocse le donne sono costantemente sottorappresentate nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), contribuiscono meno alla brevettazione e avviano meno imprese nel settore. È questa l’affermazione con cui l’OCSE, nel volume 2 del Digital Economy Outlook 2024, apre l’approfondimento sul potenziale delle donne per l’innovazione digitale, sottolineando che non è possibile continuare a pensare a un’economia e una società digitali che escludono da questa trasformazione più della metà della popolazione mondiale. Non è più un’esclusione dall’uso della tecnologia, àmbito in cui i divari seppur persistenti si sono notevolmente ridotti, ma di una sistematica ridotta presenza femminile nei luoghi in cui la tecnologia viene concepita, sviluppata, appresa e brevettata.
La sottorappresentazione delle donne nell’innovazione digitale contribuisce ad acuire il divario salariale e gli stereotipi di genere
Nei paesi oggetto dello studio, la quota di uomini impiegati come specialisti del settore ITC è da tre a sette volte superiore rispetto a quella delle donne con queste ultime che rappresentano dall’11% (Repubblica Ceca) al 24% (Israele ed Estonia) del totale e, anche nei paesi nordici tradizionalmente più avanzati sul piano della parità di genere, il divario resta ampio. Questa sottorappresentazione contribuisce sia ad acuire il divario salariale di genere – poiché si tratta di professioni specialistiche che godono di un premio salariale particolarmente elevato – sia a generare un’ulteriore distorsione derivante dalla mancanza di voce femminile nello sviluppo e addestramento dell’Intelligenza Artificiale con il rischio che quest’ultima contribuisca al rafforzamento di stereotipi preesistenti.
Il settore delle start-up è quello in cui il divario di genere si manifesta con più evidenza: in 20 anni solo il 6% delle start-up digitali è stato fondato esclusivamente da donne
Nel campo della proprietà intellettuale solo il 4% dei brevetti ICT è attribuibile unicamente a donne e appena il 20% coinvolge team misti, con una crescita delle inventrici di appena un punto percentuale nel decennio 2011-2021. Sull’argomento, uno studio statunitense ha evidenziato la possibile esistenza di un bias nel processo di selezione dei brevetti, mostrando che le inventrici con nomi riconoscibilmente femminili ottengono tassi di approvazione inferiori rispetto a quelli presentati con nomi neutri[1]. Infine il settore delle start-up è, secondo i dati OCSE, quello in cui il divario di genere si manifesta con più evidenza: in 20 anni solo il 6% delle start-up digitali finanziate con venture capital è stato fondato esclusivamente da donne e il 15% aveva almeno una donna nel team fondatore.
A 15 anni meno dell’1,5% delle studentesse aspira a diventare una professionista ICT, contro il 10% dei ragazzi
L’analisi OCSE non si limita a fotografare lo status quo, ma ne individua anche le cause, richiamando ad un fenomeno ormai noto: la sottorappresentazione femminile nei campi tecnici è innanzitutto un problema culturale con radici profonde; un divario che si presenta precocemente e si consolida lungo tutto il corso della vita attraverso stereotipi che influenzano le scelte educative e le aspirazioni professionali. La percezione che le discipline matematiche e scientifiche siano una prerogativa maschile è un assunto difficile da scardinare e che tende ad autoalimentarsi: meno ragazze scelgono di specializzarsi in materie tecniche perché considerate “maschili” più il numero di professioniste resta basso e il settore rafforza la sua immagine di ambito esclusivamente maschile orientando e limitando le scelte delle generazioni successive. Secondo l’indagine OCSE-PISA 2022, a 15 anni meno dell’1,5% delle studentesse aspira a diventare una professionista ICT, contro il 10% dei ragazzi e questo accade anche fra gli studenti più brillanti in matematica e scienze dove, a parità di risultati, i maschi sono nettamente più propensi a carriere scientifiche o ingegneristiche rispetto alle femmine.
Le laureate nell’area dell’informatica e delle tecnologie ICT sono appena il 18% del totale
Nel contesto OCSE, l’Italia si colloca generalmente in linea con la media o al di sotto di essa per quasi tutti gli indicatori, ma appare in ritardo rispetto ai partner europei. Nell’Indice Women in Digital (WID) della Commissione Europea, il nostro Paese risulta fanalino di coda appena sopra Ungheria, Slovacchia e Malta con punteggi particolarmente bassi nelle voci “formazione ICT” e “occupazione nel digitale”. Una situazione confermata dai dati Istat che nel 2023[2] contavano circa 970.000 specialisti ICT con una presenza femminile del 15,7% (19,4% la media europea) e da quelli Almalaurea secondo cui le laureate nell’area dell’informatica e delle tecnologie ICT sono appena il 18% del totale. Quest’ultimo dato appare contraddittorio alla luce dei risultati accademici che smentiscono nella pratica la visione di una maggiore vocazione maschile per le materie tecnico-scientifiche: il voto medio di laurea delle studentesse STEM è di 104,2 su 110, rispetto al 102,3 dei colleghi maschi, e il 57,6% delle donne conclude gli studi nei tempi previsti, contro il 53% degli uomini.
Non mancano segnali positivi sul contributo femminile all’innovazione digitale: siamo al quarto posto in Europa per quota di donne fondatrici di startup
Non mancano tuttavia segnali di vitalità che lasciano sperare che l’Italia possa avanzare nell’accogliere il contributo femminile all’innovazione tecnologica e digitale. Secondo lo studio dell’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO) pubblicato nel marzo 2026, la quota di donne inventrici nelle materie STEM nel nostro Paese è salita al 14,7%, superando di quasi un punto la media europea del 13,8%, con Milano che si distingue come settima città in Europa e, siamo al quarto posto in Europa per quota di donne fondatrici di startup che depositano brevetti europei (12,5%) dopo Spagna (19,2%), Portogallo (15,7%) e Irlanda (14,8%). I risultati italiani sono positivi anche quando si parla di pubblicazioni scientifiche sull’IA, àmbito nel quale la presenza femminile risulta seconda solo a quella della Lituania, superando nettamente tanto la media OCSE quanto quella europea: nel 2023 nell’area OCSE solo il 39% delle pubblicazioni erano co-firmate da donne, la media per i paesi europei con dati disponibili (in tutto 22) era del 40,3%, mentre in Italia si arriva al 51%. Questa contribuzione accademica non si traduce tuttavia in una presenza altrettanto rilevante nelle fasi applicative e industriali dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, come testimoniano i dati sull’occupazione femminile ICT.
Senza correttivi, secondo le stime OCSE, saranno necessari altri 90 anni per raggiungere la parità
La situazione italiana, in ritardo sotto alcuni aspetti e nella media o superiore su altri, è rappresentativa di una disparità di genere nello sviluppo della società digitale che attraversa tutto il globo. L’approfondimento OCSE si conclude con un appello ad agire con urgenza poiché proseguire su questa rotta significa minore produttività, crescita più lenta, aumento delle disuguaglianze e, l’azione deve concentrarsi simultaneamente su tutti e tre i fronti che amplificano l’esclusione femminile: riduzione del divario nelle competenze ICT – a partire dai primi cicli scolastici fino alla formazione permanente –, promozione dell’imprenditoria femminile nei settori digitali attraverso strumenti finanziari dedicati e reti di sostegno, riconoscimento e sostegno alle inventrici, affinché il contributo femminile all’innovazione non resti confinato nella ricerca accademica ma si traduca in brevetti, prodotti e imprese. Senza correttivi, secondo le stime del report, saranno necessari altri 90 anni per raggiungere la parità.
Lasciare inutilizzata una quota così ampia di capitale umano è limite strutturale alla crescita dell’innovazione digitale
In chiusura, il testo ricorda i successi registrati dai paesi OCSE nell’eliminare le barriere alla connettività per le donne, esortando i decisori politici a dare maggiore potere a donne e ragazze attraverso l’acquisizione di competenze e l’accesso a opportunità, per sfruttare così appieno il potenziale femminile per l’innovazione digitale. In un’economia che compete sulla capacità di innovare, lasciare inutilizzata una quota così ampia di capitale umano non è solo una questione di equità, ma un limite strutturale alla crescita.
*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes.
[1] Schuster, M. et al. (2020), “An empirical study of patent grant rates as a function of race and gender”, American Business Law Journal, Vol. 57/2, pp. 281-319, https://doi.org/10.1111/ablj.12159.
[2] Istat, Decennio digitale e capitale umano: il ritardo dell’Italia nelle competenze, 21 Giugno 2023.

