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Hepeating, il furto di idee che il cervello rende invisibile

di
Andrea Laudadio*

C’è un momento che molte persone conoscono. Sei in riunione. Proponi un’idea. Silenzio, sguardi distratti, si passa oltre. Qualche minuto dopo, qualcun altro dice la stessa cosa — magari con parole leggermente diverse. Consensi, approvazione, interesse. Tu resti lì a chiederti: l’ho detto io, cinque minuti fa. Nessuno se n’è accorto? O me lo sono immaginato? Nel 2024, un gruppo di ricercatori ha deciso di misurare questo fenomeno. Theodore Masters-Waage e colleghi hanno collocato 154 partecipanti in una riunione simulata attraverso la realtà virtuale (Masters-Waage et al., 2024). Durante l’incontro, una persona ripeteva chiaramente l’idea di un’altra, presentandola come propria. Il furto era visibile e udibile. Eppure, solo il 30% dei partecipanti ha identificato correttamente chi avesse condiviso l’idea per primo. Peggio ancora: il 42% ha attribuito il merito al ladro. Non perché distratti. Non perché stupidi. Ma perché il cervello umano ha una falla strutturale. Questo fenomeno ha un nome: hepeating. Un portmanteau di “he” e “repeating” coniato nel 2017 dall’astronoma Nicole Gugliucci per descrivere un pattern specifico: un contributo femminile ignorato che, ripetuto da un uomo, viene riconosciuto e accreditato a lui. Il tweet originale ha raccolto oltre 200.000 like: evidentemente, l’esperienza risuonava nella testa di molte persone.

Nell’hepeating chi ha potere rende l’idea “pensabile”

Una scena di Attila – Flagello di Dio (1982) rende il meccanismo visibile meglio di molte parole. Nel consiglio degli Unni, la regina propone una strategia militare. Attila la interrompe con una battuta sprezzante: «Perché le donne hanno pure idee?». Gli Unni scuotono il capo, disapprovano, sorridono. La proposta cade nel vuoto. Pochi secondi dopo, Attila ripete la stessa identica strategia, parola per parola. Questa volta gli Unni annuiscono, esultano, battono le mani. L’idea non è cambiata, è cambiato il corpo che la pronuncia. La scena è una caricatura comica, ma il meccanismo è realistico. L’autorità epistemica non segue il contenuto, segue lo status. Chi ha potere rende l’idea “pensabile”. Chi non lo ha la rende invisibile. L’hepeating funziona allo stesso modo: non serve rubare creativamente, basta ripetere. Quella scena mostra anche un punto cruciale: gli Unni non stanno fingendo. Non sono consapevoli del furto. Reagiscono sinceramente. Il sistema di aspettative ha già deciso chi è autorizzato a produrre senso. L’hepeating non richiede malafede. Richiede solo un contesto in cui l’ambiguità consente al potere di riscrivere la paternità delle idee in tempo reale.

Il paradosso della ripetizione

Uno studio recente illumina un meccanismo controintuitivo. Simone Mattavelli, Marco Brambilla e Christian Unkelbach (2025) hanno dimostrato che la ripetizione aumenta la credibilità percepita della fonte. Quando incontriamo un’informazione già sentita, il cervello la elabora più facilmente e questa facilità viene inconsciamente interpretata come segnale di verità. In quattro esperimenti, i ricercatori hanno mostrato che la credibilità aumentata si trasferisce alla persona che pronuncia l’affermazione. Chi ripete un’idea non solo se ne appropria: guadagna credibilità epistemica dal ripeterla. L’originalità viene penalizzata, la ripetizione premiata.

L’ambiguità come terreno fertile per l’hepeating

Se il meccanismo cognitivo spiega come avviene il furto, resta da capire perché colpisce sistematicamente alcune persone più di altre. Madeline Heilman e Michelle Haynes (2005) hanno condotto tre esperimenti cruciali. I partecipanti leggevano descrizioni del lavoro di coppie miste uomo-donna e valutavano i singoli membri. Quando il contributo individuale era ambiguo — come accade quasi sempre nei lavori di gruppo — le donne venivano sistematicamente svalutate: giudicate meno competenti, meno influenti, meno probabilmente leader. Il dato centrale: l’effetto scompariva quando l’ambiguità veniva eliminata. Bastava fornire un riscontro esplicito sulle performance individuali, oppure strutturare il compito in modo che i contributi fossero chiaramente distinguibili. Le ricercatrici chiamano questo processo “razionalizzazione attributiva”: le aspettative stereotipiche guidano l’interpretazione delle evidenze ambigue. L’hepeating crea esattamente questo tipo di ambiguità. In una riunione affollata, con più voci che si sovrappongono, chi ha detto cosa per primo? L’incertezza viene risolta seguendo le aspettative di status e il credito fluisce verso chi gode di aspettative più alte.

L’hepeating non è un errore cognitivo da correggere ma un meccanismo strutturale che redistribuisce capitale reputazionale

Fin qui, l’hepeating potrebbe sembrare un difetto del cervello umano, un bug evolutivo da correggere con la consapevolezza individuale. Tuttavia, questa lettura psicologizzante occulta la natura strutturale del fenomeno.Heather Sarsons e colleghi (2021) hanno analizzato le carriere di economisti accademici nelle 35 migliori università americane tra il 1985 e il 2014. Il risultato: gli uomini ottengono la cattedra allo stesso tasso indipendentemente dal fatto che pubblichino da soli o in collaborazione. Le donne no. Più “coautorizzano”, specialmente con uomini, meno probabilità hanno di ottenere la cattedra. Lo stesso lavoro, lo stesso contributo, esiti opposti. Pascaline Dupas e colleghi (2021) hanno documentato dinamiche analoghe in oltre 450 seminari accademici di economia. Le donne ricevono il 12% di domande in più e le domande sono più frequentemente ostili, non costruttive o paternalizzanti. E chi le pone? Principalmente uomini, che fanno 4.5 volte più domande delle colleghe. Il dato più rivelatore: avere un format rigido con Q&A finale non mitiga l’effetto. Le regole formali non neutralizzano i meccanismi informali. L’hepeating non è un errore cognitivo da correggere con training sulla consapevolezza, ma un meccanismo strutturale che redistribuisce capitale reputazionale — lo stesso capitale che determina promozioni, finanziamenti, visibilità, carriere.

Chi beneficia, che cosa viene occultato

La narrazione dominante presenta l’hepeating come problema di “bias inconsci”, qualcosa che tutti abbiamo e possiamo superare con la buona volontà. Questa cornice individualizza un problema sistemico. Se il bias è “di tutti”, non è responsabilità di nessuno. Il sistema che produce l’hepeating è lo stesso sistema che lo rende invisibile. La filosofa Miranda Fricker (2007) chiama questo meccanismo ingiustizia testimoniale: le parole di alcuni vengono sistematicamente scontate per l’identità di chi le pronuncia. Margaret Rossiter (1993) ha documentato l’Effetto Matilda: la soppressione dei contributi delle scienziate nella storia della scienza come Rosalind Franklin, Lise Meitner, Jocelyn Bell Burnell. L’Effetto Matilda opera sui decenni; l’hepeating sui minuti. Il meccanismo è lo stesso: appropriazione epistemica strutturale.

L’amplificazione: una strategia e i suoi limiti che non cambiano il sistema

Nel primo mandato Obama, la West Wing era dominata da figure maschili aggressive: Rahm Emanuel, Lawrence Summers. Le donne dello staff, in netta minoranza, faticavano a farsi ascoltare. Come ha documentato Juliet Eilperin sul Washington Post (settembre 2016), a una cena nel novembre 2009 diverse collaboratrici si lamentarono con Obama: i colleghi maschi le escludevano dalle discussioni chiave. Le donne svilupparono l’amplificazione: quando una collega faceva un punto importante, le altre lo ripetevano attribuendo esplicitamente il merito. La strategia funzionò. Obama notò il pattern, iniziò a chiamare più spesso le donne. Nel secondo mandato raggiunsero la parità nella cerchia ristretta. Ma l’amplificazione ha limiti strutturali. Richiede massa critica di donne presenti. Richiede un lavoro aggiuntivo — monitorare, ripetere, attribuire — per ottenere ciò che gli uomini ottengono automaticamente. Sposta il carico della soluzione su chi è già svantaggiata. Il problema non sono (solo) gli uomini che praticano heapeating. È un sistema che rende il furto epistemico invisibile: a chi lo compie, a chi lo osserva, a chi lo subisce. Lo studio Heilman suggerisce una direzione: eliminare l’ambiguità, rendere espliciti i contributi. Ma lo studio Dupas ci ricorda che le regole formali da sole non bastano. Finché la soluzione sarà “le donne devono amplificarsi a vicenda”, il problema resterà delle donne. La domanda è un’altra: perché le organizzazioni non progettano sistemi che rendano visibile ciò che il cervello e il sistema rendono invisibile?

*Andrea Laudadio è a capo della Formazione e Sviluppo di TIM e dirige la TIM Academy.

Bibliografia

Dupas, P., Modestino, A. S., Niederle, M., Wolfers, J., & The Seminar Dynamics Collective. (2021). Gender and the dynamics of economics seminars (NBER Working Paper No. 28494). National Bureau of Economic Research. https://doi.org/10.3386/w28494

Eilperin, J. (2016, September 13). White House women want to be in the room where it happens. The Washington Post. https://www.washingtonpost.com/news/powerpost/wp/2016/09/13/white-house-women-want-to-be-in-the-room-where-it-happens/

Fricker, M. (2007). Epistemic injustice: Power and the ethics of knowing. Oxford University Press.

Heilman, M. E., & Haynes, M. C. (2005). No credit where credit is due: Attributional rationalization of women’s success in male-female teams. Journal of Applied Psychology, 90(5), 905–916. https://doi.org/10.1037/0021-9010.90.5.905

Masters-Waage, T. C., Kinias, Z., Argueta-Rivera, J., Stewart, D., Ivany, R., King, E., & Hebl, M. (2024). Social inattentional blindness to idea stealing in meetings. Scientific Reports, 14, 8060. https://doi.org/10.1038/s41598-024-56905-6

Mattavelli, S., Brambilla, M., & Unkelbach, C. (2025). Repeating statements increases source credibility. Personality and Social Psychology Bulletin. https://doi.org/10.1177/01461672251347420

Rossiter, M. W. (1993). The Matthew Matilda Effect in Science. Social Studies of Science, 23(2), 325–341. https://doi.org/10.1177/030631293023002004

Sarsons, H., Gërxhani, K., Reuben, E., & Schram, A. (2021). Gender differences in recognition for group work. Journal of Political Economy, 129(1), 101–147. https://doi.org/10.1086/711401

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